Un’alba a Venezia

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La incontrai una notte tra gli assordanti rumori della discoteca e le luci stroboscopiche. Lei, portamento fiero, nell’oscurità un’ombra maestosa e terrificante, se ne stava ferma in mezzo alla massa eccitata e volubile. Io ero un addetto alla sicurezza: fisico asciutto e prestante, fintamente sicuro e con l’ego a mille tipico dei giovani. Tutto quel casino, tutta quell’ansia di vivere che mi circondava mi aveva fatto dimenticare qualcosa di importante e perciò tacitamente frustrato ma visibilmente nervoso trascorrevo i miei giorni nella monotonia. Mille facce estasiate dai fumi dell’alcool, occhi semichiusi, sudore, movimenti lascivi di una danza orgiastica in mezzo ad alberi di ferro e neon erano la routine. Mille facce che ora non ricordo… Ma lei, lei veniva da un altro mondo, da un altro tempo: era li per farmi ricordare. Una dea della morte, vestita con pantaloni di pelle neri attillati e una canottiera scollata, con i capelli corvini e mossi, ribelli, nei quali mi sarei voluto incastrare per sempre. Mi affascinava quella presenza: molte donne bellissime vedevo passare in quel locale, molte delle quali cacciavo -sì, come fossimo bestie, perché in quel luogo scuro e tribalmente ritmato, morale e raziocinio vengono meno- e portavo a casa come trofei della mia virilità. Era un bisogno ormai radicato in abitudine, arcano rituale animale. Ma lei, lei non era una preda, lei non apparteneva a questo mondo. E io, io non ero più un cacciatore, sentivo questo mondo divenirmi sempre più stretto, bestiale.

Non potei far altro che avvicinarmi, cercando di assorbire ogni suo particolare che le luci a intermittenza riuscivano a mostrare.

Il resto lo fece lei. Dapprima mi guardò con freddezza: i suoi occhi erano orbite nere, il suo naso arcigno e fieramente proteso in avanti, le labbra serrate; quel collo così lungo ed erotico incorniciato dai folli capelli.. Improvvisamente le labbra si inarcarono in un lieve sorriso, mi venne incontro e mi indicò l’uscita: parlare in mezzo a quel trambusto era impossibile. La seguii stregato nella notte buia e tiepida di fine primavera; lei, illuminata dalla fioca luce del lampione e dall’insegna al neon del locale, non smetteva di mostrare i suoi particolari: un neo sul collo, le mani ossute.. come ti chiami, cosa fai qui, è la prima volta che ti vedo, forse anche l’ultima, sono di passaggio… La discussione proseguiva spedita ma molto generica, lei non voleva raccontarmi di sé eppure guardando i suoi occhi vigili e penetranti sembrava quasi mi stesse chiedendo: mi capisci? Non ricordi? Perché tutte queste domande scontate? A cosa ti serve sapere quello che faccio ora? Aveva ragione, non mi interessava. Ma chi sei? Perché mi sento così, turbato, eccitato, felice e triste, vicino a te?

Dovevo tornare a lavorare, ma non volevo perderla: le chiesi se voleva aspettare che finissi per continuare a parlare. Con un cenno acconsentì. La notte pareva non finire mai, la moltitudine me la faceva intravedere a tratti, tutto quel casino mi dava noia, avrei voluto prenderla e portarla via subito, in un luogo magico, silenzioso… e così feci. Finito il turno decisi che l’avrei portata nel luogo che amo di più al mondo: Venezia. Due ore di macchina e saremmo arrivati, avremmo visto l’alba sul canale e fatto colazione in piazza San Marco. Mi avvicinai entusiasta per l’idea e allo stesso tempo timoroso di un rifiuto; mi schiarii la gola e con la stessa nonchalance con cui si esclama “Piove” aprendo l’ombrello, le dissi: l’alba di Venezia ci aspetta. Non si scompose, non ebbe esitazioni, muoviamoci, no? L’alba non aspetta nessuno. E sorridendo si avviò verso la macchina.

Guidava lei, ridendo alle mie battute, crucciandosi alle mie riflessioni, ribattendo prontamente e zittendomi con frasi che avrebbe potuto dirmi solo qualcuno a me molto intimo. Sembrava far parte della mia vita… e non sapevo nemmeno il suo cognome.

Giungemmo finalmente nella mia tanto amata Venezia, città dove il tempo si è dimenticato di passare, dove il Rinascimento -un po’ ammuffito e polveroso- ancora si mostra fierocome una vecchia imbellettata con le labbra rugose dipinte di rosso e gli occhi dalle palpebre cadenti bistrati. Il decadimento inevitabile e la forza con la quale questa Vecchia nobile si è opposta mi ha sempre affascinato: una malinconia mi avvolgeva in quelle calli strette, una malinconia bella, che mi ricordava giorni lontani. …E immaginavo nobili vestiti con abiti ricamati e pomposi sulle gondole, mercanti per le strade, paesani con vestiti semplici e scoloriti affrettarsi per le vie… e lei, la mia donna dai capelli neri e folli.. anche lei fare parte di questo spettacolo.

Una strega, una strega che camminava altera e con lo stesso sguardo penetrante con cui fissava me: io me ne innamoravo, gli altri sbiancavano. Dovrebbe tenere gli occhi bassi, non dovrebbe averli così neri, così infernali, e quei capelli intrattabili, sciolti, nemmeno una treccia per domarli, le donne si facevano il segno della croce, gli uomini sputavano per terra al suo passaggio, ma si giravano per seguirne le movenze quando lei era ormai distante… fomentati da un’attrazione/repulsione che solo una religione così sfigurata da dogmi impensabili come quella che tutti i “giusti” professavano (in apparenza), poteva creare dentro l’animo umano quella contraddizione incolmabile tra “morale” e istinto umano. Ebbi un brivido nel pensarci: impulsivamente la presi per mano, per paura di perderla in mezzo a quei vicoli ora sinistramente ostili. Anche stavolta non fiatò -ero uno sconosciuto, eravamo in un’altra città, la trattenevo saldamente, avrei potuto fare qualsiasi cosa di lei- ma con naturalezza intrecciò le dita con le mie.

Ci sedemmo lungo il canale maggiore mentre il cielo lentamente si schiariva e aspettammo il sole in silenzio. Io continuavo a lanciarle occhiate furtive, quell’immagine di lei tra le vie di Venezia era così vivida, così realistica, che mi pareva quasi di averla vista con i miei occhi tanto tempo fa. Quando il cielo si tinse di rosa la mia strega si girò verso di me, fissandomi intensamente: nella fioca luce celeste le sue occhiaie si mostrarono come metafora del pesante fardello di quell’arma micidiale -i neri occhi abissali- che tutto scruta, e forse, niente dimentica. Ricordi? Mi ami ancora? Capisci? In quell’alba interminabile, dove il tempo frenetico della nostra società è momentaneamente ostracizzato, in quell’alba uguale all’alba di secoli e secoli fa, io e la mia strega ci baciammo. Ci baciammo con la foga di chi non si è visto per molto tempo e di chi di tempo gliene rimane molto poco. Finché il sole non sorse completamente, fummo trasportati in una dimensione a sé stante, dove l’unico orologio funzionante era quello dell’anima.

Non la rividi più. Lo aveva detto, era solo di passaggio. Io non la cercai nemmeno e continuai la mia vita come prima. Ma ora sono vecchio come Venezia, anche se non porto il trucco o una maschera colorata: mi guardo allo specchio e ripenso al passato, ai ricordi dai contorni rosei odoranti di salsedine; le uniche cose, ormai, che mi rimangono. E penso a lei, la mia strega.

Ricordi? Sì. Mi ami ancora? Ti ebbi amato tanto tempo fa, ti amai in quell’alba secolare, ti amo anche adesso che non so nemmeno dove sei, se sei viva, se ti sei sposata, divorziata, se hai nipoti che ti vengono a trovare o se si sono dimenticati di te. Capisci? Non ti capii né in quella né in questa vita. Forse ce ne vorranno altre mille per far luce sul nero dei tuoi occhi. Ovunque tu sia voglio dirti solo questo: la prossima volta ti amerò meglio.

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