Il mio uomo senza tempo

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“Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era saputo mai. E lei conobbe lui e se stessa, perché, pure essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così” ( I. Calvino)

 

E venne un tempo. Un tempo inatteso, chissà se voluto. Un tempo che inizia, o forse mai veramente, e che già dalle prime note ritmate manifesta quel suo carattere ribelle, anarchico, vizioso, a tratti scostumato. Un tempo senza tempo, che se ne strafotte della cadenza regolare del tempo che vige al di fuori. In moto perenne, senza partenza e senza fine, che nel suo scorrere si riempie di una miriade di forme e suoni e colori e oggetti tra i più disparati, senza saturarsi mai.

E ci fu lo scontro con quel tempo, un bel giorno, sentendo la botta incredibilmente forte come il boato degli aerei quando oltrepassano rompendolo il muro del suono, come quando in fase di dormiveglia si percepisce un brivido intensissimo che fa sobbalzare sotto le lenzuola. Si cambia dimensione, ci si trasferisce su un altro universo. Ci si distacca da un torpore spirituale, improvvisamente, crollando in un mondo di fatto sconosciuto, col mare agitato e scogli altissimi che dalle sue onde si lasciano bagnare e levigare e corrodere. Con il sole alto in cielo, mentre fulmini e tuoni si alternano follemente creando una miscela irregolare di suoni e vampate di luce bianca accecante.

Una storia nella storia, il racconto di un racconto di un uomo senza tempo, rimasto incastrato in una sorta di limbo maledetto dove ogni cosa è, vera perché esistente, ma di fatto surreale, perché dispersa in un’aurea temporale indefinita priva di una sua esatta collocazione. Il racconto di un uomo con il pc acceso inascoltato, distratto dalle pagine ingiallite di quotidiani sbiaditi di almeno 50 anni fa. Il racconto di un uomo che scende dalla sua reggia fatata per farsi uomo comune, sperimentando il sé nel mezzo del tempo comune, sperando che lo sforzarsi a ritrovare nel presente oggettivo una seconda propria dimora possa bastare.

E non basta mai. Non basta la musica, non bastano i sorrisi, non bastano la sregolatezza, l’eccesso, il perenne filo teso e pericolante su cui camminare a passo svelto. E non basta il bianco e nero, e non bastano più i colori, neanche quel rosso vivo che scorreva appassionato davanti agli occhi della mente. E quando l’accontentarsi si fa una sorta di meta illusoria scatta quasi per una sfida contro la sopravvivenza una costante ricerca, cosciente almeno in parte, che si muove tra due punti in costante contraddizione. La vita vera, quella che si tocca con i polpastrelli, che si proietta sulla retina, che fa vibrare le corde vocali e i timpani, e un’esistenza illogica e priva di forme di lucidità, un canale vastissimo in cui lasciare scorrere quel marcio che la condizione di perenne insoddisfazione produce e fa percolare dritto sul cuore.

Perché ci fu anche per lui un tempo, passato soltanto perché sono sorti chissà quanti soli da allora, ma in fondo non trascorso mai, come se da allora fosse iniziata una notte infinita, una perpetua catena di fermo immagini che si proiettano sugli occhi e sullo spirito, uno notte che ha resistito a quelle albe visibili ai più, una notte che si guarda, in cui ballare, strafarsi, crederci, lottare e in fondo vivere ancora. Quella notte perenne è fatta di centinaia di vinili, è fatta di arte, di oggetti antichi simbolo di incontri e di parole e di attimi e di sguardi incrociati e di grandi maestri e di gesta eroiche. Già, perché che fine avranno mai fatto quei grandi eroi? Quegli eroi silenziosi, rinchiusi nelle pareti fredde dei loro nascondigli, nidi di arte e passione e conoscenza e saggezza. Quegli eroi vissuti nelle loro spettacolari basse frequenze, creando un mondo parallelo pulsante e indimenticabile per chi ha potuto sostare nelle loro vie anche se solo di passaggio. Quella notte che non finisce mai si riempie di polvere e di impronte digitali, e viene invasa da parole e suoni attuali che non potranno mai essere decifrati.

Sai quella bicicletta, esattamente quella, appoggiata sulla parete? Sai quante vie e vicoletti quelle ruote hanno solcato? Sai quanti filamenti neri quelle ruote hanno dipinto sui manti di neve aquilani e abruzzesi? Guarda i raggi. Ora sono di ferro, ma un tempo erano di legno. Ma il legno ahimè è mortale, almeno la sua facciata lo è. Ma per me, ora che sono fermo che la riammiro, quel legno c’è ancora, un fascio rotatorio e un impulso continuo di vita e ricordi e emozioni.

Di giorno tutto sembra tacere, quando si sentono il motore delle auto, delle ruspe, dei motorini e delle moto, le chiacchiere di colleghi e la continuità di un “come stai?” sterile. Ma di notte si sentono voci, sottili e quasi indecifrabili, spiriti oscuri che fanno salotto accomodati sugli scaffali di legno, sulle poltrone in pelle, sugli scalini di marmo e di pietra e chiacchierano, senza pausa, creando mille storie nel mezzo di questa storia senza tempo, senza passato, senza presente, e un futuro creativo e mutevole che mai avrà contorni definiti. E la notte pulsa e allora si fa una gran fatica a dormire, perché quel giorno comune e disumano deve essere pur smaltito, perché ci si deve pur disintossicare prima che un nuovo sole abbia inizio. E se il giorno crolla, allora parte la musica, perché la musica in fondo non passa mai. E quando la musica sovrasta quella miscela di suoni normali, allora sembra che tutto sia ancora possibile, allora sembra che soltanto lei possa bastare.

Canta con me, fallo per me, e se non dovessi conoscere il testo te lo insegno io. Cantiamo insieme, ora, qui, insieme a questi spiritelli e così sconfiggiamo le anime maligne, quelle che si alimentano della falsa luce del giorno, degli sguardi qualunque di chi si accontenta del pressappoco, delle liti senza senso con visi virtuali, delle ceneri rimaste dalle passioni messe al rogo, di quel procedere lento e uguale a se stesso nei luoghi di sempre e in quelli di voga, in cui ricercare falsi dei da idolatrare così da ritrovare un significato, seppur misero e effimero. Canta con me. Uccidiamo i mostri. Diventiamo io e te eroi di questa notte che non passerà mai. Balla con me, lascia che io ti stravolga, anche soltanto per questa notte mortale che presto finirà. Fammi vivere, ora, ora che ti chiedo di lasciarti andare, fammi credere che possa questo bastare, che sia ancora lecito sperare che in fondo si possa davvero trovare in questo il vitale nutrimento. Scegli tu una canzone. Dai. Questa no, dai, questa mi fa schifo. Scegline un’altra. Dai, ci penso io. Con quegli occhi del rosso che un tempo faceva battere il cuore, lucidi e accecati dalla luce notturna, con la luna che segue le sue fasi e che si rende testimone di una trasgressione innocente, eppure quasi depravata per chi di quella notte non sa che farne. E allora canti, e balli, e finalmente assisti dal vivo alla tavola rotonda della bellezza che fu. Canti a bassa voce, perché intorpidita ancora da quel tempo che ha un tempo, certo e limitato e con una precisa scadenza, nonostante ignota. E quel nodo alla gola inizia a creare dolore, fisico e mentale e spirituale, un dolore causato da un muro di cemento e inutili accessori che viene smantellato, a poco a poco.

Raccontami di te. Non smettere mai di parlare. Raccontami di te, mio bell’uomo senza tempo, mascherati , truccati, sconvolgiti, sorridi e fammi assistere al tuo urlo. Sii quello che vuoi, sempre, solo e soltanto quello che vuoi. Perché se è vero che si deve avere e essere e mostrare e manifestare, allora con me fa come se il verbo dovere fosse stato brutalmente rimosso da ogni vocabolario esistente.

In quella sua reggia ogni oggetto non è riposto a caso, seppure apparentemente viga un quasi totale caos, ma assume una precisa connotazione spaziale affinché nel suo essere presente possa ricongiungersi a moti dell’animo, a sprazzi di memoria, a entusiasmi presenti, a esigenze di sempre. Un quadro di colori e segni di matita tra macchie di tempere ad olio come se la sua anima eterna si fosse duplicata, frammentata, e impressa in quel mosaico di tasselli di legno, di pietra, di carta, di ferro, di colori. E così ogni cosa si distacca dalla freddezza di una dimensione immobile e statica immergendosi in un mondo convulso, col sangue in fiamme che pulsa, e un unico motore, quel cuore folle e fottutamente umano di questo meraviglioso uomo senza tempo, intenso e provocatorio.

Io mi fermo ad una giusta distanza, consapevole che se oltrepassassi questa sorta di limite dello spazio a me concesso sarei invadente e inopportuna, fino a corrompere qualcosa che in fondo non potrei mai comprendere totalmente.

Ti osservo, mio uomo senza tempo, aspettando un tuo segnale, aspettando che tu mi porga la mano per portarmi a fare un viaggio insieme a te. E mentre resto seduta, con le mani sulle ginocchia e gli occhi spalancati e vogliosi di te, comprendo quanto tu possa essere bello, bello della tua bellezza, di questa tua bellezza senza usanze, senza schemi, senza definizioni, bello di questa tua bellezza che brilla e risplende negli interstizi e negli spazi vuoti delle scatole scrigno delle categorie che classificano essere umani , disumani , cose tangibili e intangibili, mossi come marionette da quel grande orologio riposto sulla testa del mondo.

Strangers passing in the street
By chance two separate glances meet
And I am you and what I see is me
And do I take you by the hand
And lead you through the land
And help me understand the best I can
(Echoes, Pink Floyd)

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Chi lo ha scritto

Costanza

In costante evoluzione. Spirito nomade, animo irrequieto,  in movimento lungo un percorso di partenze e arrivi, soste temporanee e amori folli, come il Brasile, incantatore, magico, incoerente e indimenticabile. Curiosa come  Amelie  nel suo mondo favoloso, alla ricerca di quella bellezza “che può passare per le più strane vie, anche quelle non codificate dal senso comune". E mi diletto in cucina, chissà se con i risultati attesi, perché in fin dei conti non si può essere soltanto ingegneri.

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