A cena con Tutankhamon: la cucina nell’antico Egitto

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Affresco con tavola delle offerte

Affresco con tavola delle offerte

Magri e slanciati, così gli antichi egizi raffiguravano sé stessi, con una linea da fare invidia a noi moderni, sempre alla disperata ricerca della dieta ideale. Nella realtà non era sempre così, come dimostrato da alcune sculture e bassorilievi, che mostrano pancette prominenti simbolo se non altro di una vita agiata e benestante. Ma qual’era il tipo di alimentazione del popolo del Nilo? Purtroppo non ci è pervenuta nessuna ricetta dell’epoca, se non di farmaci a base di prodotti alimentari come quella lasciataci da un medico di Crocodilopolis che suggerisce brodo di piccione tritato con l’aggiunta di fegato, finocchio, cicoria e iris, ritenendolo un buon rimedio contro il mal di stomaco. Le informazioni concernenti la dieta degli antichi egizi sono in parte illustrate nei dipinti e bassorilievi delle tombe, in parte provengono dai corredi funerari in cui era pratica comune inserire scorte alimentari per l’aldilà: secondo le credenze egiziane una delle anime dell’uomo, il ka o energia vitale, una volta superati i temibili pericoli del giudizio divino e giunta in paradiso, viveva alla grande, circondato da animali commestibili, in un paesaggio di vigneti, frutteti e campi di grano fiorenti. Il tutto si traduceva in lauti banchetti in cui il defunto era aiutato e riverito da uno stuolo di servitù.

Anatre imbalsamate

Anatre imbalsamate

Le mummie regali non si facevano mancare niente: quando Howard Carter scoprì nel 1922 la tomba di Tutankhamon ritrovò, tra più di 5000 oggetti, anche le provviste destinate ai festini ultraterreni del giovane sovrano: più di un centinaio di cesti racchiudevano alimenti di origine vegetale come ortaggi e cereali, e poi datteri, uva, meloni e frutti di sicomoro, una pianta del genere “ficus” sacra alla dea Hathor. Dentro una cinquantina di scatole erano riposti carne bovina con l’osso, anatre, oche e altri volatili come i piccioni, mentre la parte dolce era rappresentata da un grosso vaso di miele – un prodotto costoso ed elitario riservato a sovrani e sacerdoti – che gli egiziani ottenevano da un’apicoltura praticata su larga scala. Infine tredici giare sigillate erano servite a contenere il vino delle cantine del faraone – ormai svanito – ed erano contrassegnate con la denominazione d’origine, l’anno di produzione e il nome del mastro vinaio. I sacerdoti che seguivano le pratiche di mummificazione si preoccupavano anche della conservazione degli alimenti: recentemente un gruppo di scienziati ha scoperto che – in mancanza di frigoriferi o ghiacciaie – le bende che li avvolgevano il cibo erano state trattate con sostanze conservanti, in particolare la resina di lentisco, un potente e costosissimo antibatterico che veniva utilizzato anche nell’imbalsamazione dei corpi.

Caccia all'ippopotamo

Caccia all’ippopotamo

Presso i popoli antichi gli Egizi avevano la fama di avere le pentole piene di carne, rosea visione che non corrispondeva alla realtà, dal momento che essa ricopriva un ruolo importante solo nell’alimentazione della gente benestante, che consumava anche latte, formaggi e frattaglie di bovini e ovini. Se il pollame cominciò ad essere conosciuto solo in epoca tarda, i pellicani erano considerati animali domestici, di cui si apprezzavano particolarmente le uova. La carne di gazzella e di antilope era una leccornia riservata solo alla nobiltà, che non disdegnava nemmeno l’ippopotamo, lo struzzo, il coccodrillo, il cammello, di cui si apprezzavano in particolar modo i calcagni, mentre il maiale era considerato un animale immondo al punto che i porcari non potevano nemmeno entrare nei santuari. A proposito di animali ripugnanti, per un certo periodo gli Egiziani tentarono anche di mangiare le iene, usanza che fu però abbandonata. La gente comune tuttavia si accontentava anche della carne di suino e non provava ribrezzo nemmeno davanti a quella del topo: quando il Nilo straripando, faceva uscir questi antipatici animali dalle tane affogandoli, la popolazione ne approfittava per farne abbondanti scorpacciate. Avendo il grande fiume a portata di mano, l’attività della pesca era redditizia e poco faticosa e garantiva cibo a buon mercato adatto anche alle mense più povere, mentre era interdetto alle persone consacrate, ossia ai sacerdoti e al Faraone. Lunghissima era la lista dei pesci, tra cui il primo posto spettava al pesce gatto, seguito dal muggine, che dall’Antico Regno fu la varietà più rappresentata nell’arte e dalle cui uova si otteneva un’apprezzatissima bottarga.

Modellino di cucina egizia

Modellino di cucina egizia

Il pane era l’alimento base della popolazione ricca e povera: abili panificatori, gli egiziani ne conoscevano oltre 50 tipi, compresi gli azzimi, i lievitati e quelli addolciti con miele, datteri, fichi e uva passa. I chicchi erano battuti in capaci mortai mentre alle donne spettava il compito di impastare la farina coi piedi al suono di un flauto; Erodoto ironizzerà su questo particolare annotando che gli Egiziani facevano il pane coi piedi e il fango dei mattoni con le mani. C’erano varie forme di pane: coniche destinatie alle offerte nei templi, a ciambella, a treccia, a triangolo, a mezzaluna e per i bambini, a forma di animali o di pupazzi. Per ottenere le focacce dolci, dal momento che lo zucchero non era conosciuto, si usavano miele, datteri, fichi e uva passa, con eccellenti risultati. Era tuttavia difficile evitare del tutto che la finissima sabbia del deserto si mescolasse alla farina, causando una precoce erosione della dentatura. Come altri tipi di cibo il pane veniva usato al posto della moneta, dal momento che fino all’epoca dei Tolomei il paese non conobbe l’uso del denaro. Per fare un esempio, un operaio semplice addetto alla preparazione delle sepolture della Valle dei Re, riceveva 150 kg di grano e 56 kg d’orzo al mese, con cui preparava il pane e la birra per sé e per la famiglia. Il ciclo dei cereali era collegato alla morte e alla rinascita: il contadino sotterrava il chicco come se si trattasse di un essere defunto che rinasceva poi a nuova vita fruttificando nella pianta matura e piena di altri semi. Nelle tombe erano seminati chicchi di grano o d’orzo all’interno delle bende delle mummie o in un recipiente accanto che imitava il corpo di Osiride, dio della rinascita e della rigenerazione.

Scena di banchetto

Banchetto

La massima riserva proteica della popolazione era costituita da legumi come ceci, lenticchie ma soprattutto fave il cui successo fu dovuto all’estrema facilità di riproduzione. Tutti i vegetali inoltre non solo erano apprezzatissimi in cucina, ma facevano parte delle pratiche religiose, al punto che il poeta romano Giovenale ironizzò pesantemente sugli dei d’Egitto che “nascono negli orti”. Cipolle, agli, porri, erano fondamentali anche nella preparazione dei farmaci, forse perché se ne erano intuite le qualità antibatteriche. La cipolla, uno degli ortaggi più antichi fra quelli consumati dall’uomo, era messa nelle tombe come lasciapassare per l’aldilà: negli occhi della mummia di Ramesse II ne erano state inserite un paio, dal momento che si credeva che i suoi cerchi concentrici simboleggiassero la vita eterna e che il suo odore – forse non a torto – facesse resuscitare i morti.La lattuga, ritenuta afrodisiaca, era coltivata anche nei giardini delle abitazioni e considerata una manifestazione di Min,dio della fertilità, a cui veniva offerta durante la sua festa. Il sedano era simbolo del dolore e collegato col culto dei defunti e per questo lo si intrecciava al collo dei morti a mo’ di ghirlanda.

Preparazione della birra

Preparazione della birra

Più che il vino la bevanda nazionale degli Egiziani fu la birra: essi ne ascrivevano la paternità al dio Osiride che dimenticò al sole un decotto di orzo da lui preparato; al suo ritorno lo trovò fermentato, lo bevve con grande piacere e decise poi di insegnarne la preparazione agli uomini. La birra egiziana, preparata in casa oppure da birrai di mestiere era famosa in tutto il Mediterraneo: per fabbricarla si usavano orzo e lupini che le davano il caratteristico sapore amarognolo. Oltre a questa ve ne erano parecchie qualità, dolci o scure, a volte mescolate con erbe e frutta, papaveri o carrubo e la cui la gradazione variava a seconda del rapporto tra vegetali e acqua, mentre nei testi sono anche menzionate “birre della verità” e “birre dell’eternità”. Nelle bevute qualche volta gli Egiziani eccedevano senza ritegno: una di queste occasioni era la grande festa del plenilunio dedicata alla dea lunare Hathor, che era anche dea dell’amore e dell’ubriachezza. In quei giorni gli alcolici scorrevano a fiumi, ma come i Greci, anche gli Egiziani non trovavano la sbornia riprovevole: si riteneva infatti che l’ebbrezza causata dall’alcool liberasse la divinità nascosta in ogni essere umano. La sregolatezza tuttavia non doveva essere una pratica abituale: ci sono infatti giunte parecchie massime che invitavano alla temperanza come: “Non ti abbuffare di cibo: chi lo fa avrà vita breve”, oppure “E’ meglio patire la fame che morire d’indigestione”.

Scena di vendemmia

Scena di vendemmia

La cosa curiosa è che mentre gli esseri umani non si facevano mancare nulla, l’alimentazione dei loro dei era piuttosto frugale, almeno stando ai racconti della mitologia: pane e acqua erano pasti comuni per Horus e Seth e Ra, anche se a volte indulgevano nella carne cotta e priva di sale. Il più ingordo tra le divinità era il dio coccodrillo Sobek che una volta tentò pure di azzannare il corpo di Osiride, ma che per questo fu punito col taglio della lingua. Il dio Seth, l’usurpatore dalle lunghe orecchie che uccise e mutilò suo fratello Osiride, amava molto la lattuga che ne accendeva la sessualità ambivalente; lo stesso adorava le bevute e niente poteva fermarlo di fronte all’alcool. Il dio falco Horus invece era quasi astemio, preferendo succo d’uva allungato con acqua che lo tonificava il battaglia. Come gli esseri umani le divinità dell’antico Egitto andavano di corpo regolarmente, in taluni casi con benefici effetti: l’urina di Iside infatti causava la pioggia, una vera manna dal cielo per quel paese in gran parte desertico.

Fonti

Edda Bresciani: Sulle rive del Nilo, Laterza, Howard Carter: Tutankhamon, Garzanti, Dimitri Meeks, Christine Favard-Meeks: La vita quotidiana degli egizi e dei loro dei, Rizzoli

http://www.beniculturali.it/mibac/multimedia/MiBAC/minisiti/alimentazione/sezioni/origini/articoli/egitto.html

http://temi.repubblica.it/nationalgeographic-food/2015/04/09/banchetti-da-mummie/

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