Violenza

2
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Il 3 agosto 1944, soldati nazisti fecero irruzione in una villa a Rignano d’Arno, in provincia di Firenze, ed uccisero tre persone: una donna e le sue due figlie.

Non si trattò di un episodio isolato: le stragi di civili ad opera di nazisti furono una tragica consuetudine, anche in Toscana in quell’estate terribile. Eppure vogliamo soffermarci su questa tragedia per alcune sue particolarità. Innanzitutto, nessuna delle vittime era ebrea e nemmeno si trattò di una rappresaglia (seppure ingiustificabile) per azioni partigiane come l’eccidio di Sant’Anna in Stazzema accaduto pochi giorni dopo sempre in Toscana. Le donna e le sue due figlie furono fucilate per il cognome che portavano, perché erano la moglie e le figlie di una persona particolare  che – a sua volta – era “colpevole” di essere il cugino di chi fu l’autentico bersaglio della strage. Quella persona era Robert Einstein, cugino del ben più famoso Albert.

Tomba-famgilia-Robert-EinsteinRobert Einstein si era sposato con una italiana (i due sono ritratti nella foto in cima all’articolo) e viveva con la sua famiglia e le sue nipoti rimaste orfane, nei pressi di Firenze. Anche dopo l’8 settembre 1943 e l’occupazione tedesca dell’Italia, Robert, nonostante fosse ebreo, non fu molestato. Forse perché era un personaggio in vista nella zona, e non solo per la parentela con il celebre scienziato. Nell’estate del 1944 però, quando i tedeschi stavano ritirandosi a seguito dell’avanzata alleata, i rapporti con gli occupanti divennero sempre più tesi e Robert, capendo di essere in pericolo, si nascose nei boschi, credendo di essere il solo possibile oggetto della violenza nazista.

La Villa del Focardo, teatro dell'eccidio

La Villa del Focardo, teatro dell’eccidio

Ma così non fu e i tedeschi decisero che, in quanto parenti di una personalità che si era schierata apertamente contro il nazismo, tutti gli appartenenti alla famiglia Einstein andassero sterminati (Robert si salvò, ma si suicidò qualche mese dopo, NdA)In quei giorni di violenza, cioè, si consumò un massacro giustificato e sostenuto dalla logica secondo cui chi appartiene all’”altra parte” deve e può essere ucciso. In quella villa, non fu la follia o l’impulso di un momento a guidare quegli atti, bensì un modus operandi ben presente ed inculcato nelle menti di quei soldati: il confronto con chi non sta con te si può e si deve risolvere con la violenza. E lo stesso accadde in centinaia di altri luoghi nella civile Europa, ahimè non solo ad opera di tedeschi (ma anche italiani o spagnoli durante la guerra civile).

albert-einstein---full-episode

Albert Einstein stava dall’altra parte: le sue parole ed i suoi atti si opponevano al nazismo e dunque, secondo un criterio che pervadeva l’Europa in quegli anni, chiunque appartenesse alla sua “tribù” doveva essere colpito con la morte. Le nipoti di Robert Einstein furono risparmiate in quel giorno d’estate. Furono chiuse in una stanza buia e non furono uccise. Perché? Perché non portavano il cognome “Einstein”, e quindi – secondo un raziocinio aberrante – non portavano il marchio di quel “branco” e quindi non meritavano di essere fucilate.

La logica secondo cui il “dialogo con l’altro” può e deve essere condotto sulla base della violenza è intimamente presente nell’animo umano. È disumano, ma umano allo stesso tempo. Quei soldati tedeschi a Rignano d’Arno, così come quelli serbi a Srebrenica non sono bestie, sono uomini. Ci piaccia o no, la natura umana è fatta anche di questo: di violenza, di brutalità ed odio sfrenato verso i propri simili. Il nazismo “liberò” queste pulsioni violente e brutali, tolse loro ogni freno, le rese lecite e necessarie. Milioni di persone commisero atti atroci perché ritennero che fosse moralmente giusto che a guidarli fosse quella parte della loro natura umana.

L’”altro”, il diverso o semplicemente chi la pensava diversamente doveva essere eliminato: la violenza era il mezzo e l’essenza stessa del rapporto con chi stava “dall’altra parte”. E, badiamo bene, non si tratta di qualcosa di distintivo della preistoria o di selvaggi che vivono chissà dove. Tutto questo è dentro di noi, vivo e vegeto. Ed è sufficiente, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, che si crei e si alimenti un clima che, giorno dopo giorno, dia forza a questa parte di noi, perché la logica secondo cui le controversie vadano risolte con la violenza torni a guidare le nostre azioni.

Lorenza Mazzetti, nipote di Robert Einstein, superstite della strage ed autrice del libro "Il cielo cade" che ne narra il contesto con gli occhi di una bambina

Lorenza Mazzetti, nipote di Robert Einstein, superstite della strage ed autrice del libro “Il cielo cade” che ne narra il contesto con gli occhi di una bambina

Per questo, l’educazione è fondamentale. Per creare le barriere che possano porre un freno a queste pulsioni. Per questo le manifestazioni, le dichiarazioni contro atti di razzismo e violenza sono sempre necessarie e fondamentali, fossero anche piccoli atti che accadono nella nostra “piccola vita”. Per questo dobbiamo sempre ricordare e tenere viva la memoria di ignominie come le stragi naziste. Per questo dobbiamo sempre tenere a mente che il passato non è qualcosa che non possa più tornare. Un mondo nel quale è l’intelligenza e non la violenza il mezzo per affrontare le diversità e per dialogare con “l’altra parte” è tutt’altro che acquisito per sempre. È invece continuamente minacciato dall’impulso e dall’istinto a voler ammutolire con la violenza chi la pensa diversamente da noi. Bisogna fare continuamente attenzione, bisogna avere chiaro che il pericolo è sempre dietro l’angolo. Per evitare che non solo un piccolo gruppo di fanatici violenti, ma una maggioranza di persone “normali” finisca per agire, guidata dalla logica aberrante che condusse alla tragedia della famiglia Einstein.

 

 

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Il male dell’ intolleranza, della violenza contro chi é diverso, contro chi pensa diversamente, si ripete in ogni epoca e ovunque, perché , come coraggiosamente scrive l’ autore, ci appartiene. Vedo ovunque che ai giovani, agli innocenti l’ intolleranza prospetta un orizzonte buio ed ingiusto. Essi talvolta lo respingono seguendo la giovanile, impetuosa generosità con incoscienza ed ingenuità finendo per fare del male a sé stessi. Ma la maggioranza di loro diventa agnello sacrificale della prepotenza, dell’ arroganza, dell’ istintualità. Lo abbiamo visto lungo tutta la nostra vita noi che oggi veniamo chiamati, immeritatamente, anziani : nelle guerre, dittature, esodi. Se non si capisce che l’ ingiustizia, l’ intolleranza, la violenza non sono risposte, il mondo continuerà a praticarle. Io credo che non sia utopistico, come spesso si sente dire, formare TUTTI alla tolleranza, alla giustizia, all’uguaglianza, al dialogo, alla pace: è un dovere. Ce lo insegnano la cruda Storia, basta volerla guardare in faccia, le limpide allegorie e le metafore della Letteratura, basta volerle cogliere, la quotidianità, basta aprire la finestra per vedere oltre le tendine. Certamente, il rischio di veder cadere comunque nel vuoto il messaggio faticosamente portato fra noi dalla gente di buona volontà oppure il rischio di vederlo irrimediabilmente frainteso c’ è e ci sarà sempre. Non bisogna rinunciare né sconfortarsi alle ovvie contrarietà di cui si lastricheranno rapidamente le strade. Si parlerà, si ascolterà, si tenderà la mano per cercare nuovi compagni. Sono convinta anche che le comunità devono esigere la strutturazione di percorsi educativi più attenti ai valori positivi dell’ umanità anche all’ interno delle varie agenzie educative, scuola in primis : è un compito immenso che non possiamo lasciare solo sulle spalle delle persone piú attente e sensibili. C’ è lavoro per tutto l’ anno, ogni anno che verrà, per tutti. Anche perché molti fra coloro che operano con buona volontà possono trovarsi, per lunghi tempi della loro vita, a dover convogliare tutte le proprie energie in tremende lotte che li allontanano forzosamente dalla realtà che sta oltre le sbarre della loro angosciante rincorsa della vita. Se e quando costoro potranno tornare, non dovranno ritrovare gli stessi pezzi del puzzle ancora e sempre mancanti : arriverà alacre l’ annichilimento, l’ incomunicabilità, il riaprirsi nell’ anima di piaghe inenarrabili causate per larga parte da quegli stessi buchi carichi d’ indifferenza di cui avevano guardato il fondo oscuro. I loro lividi incancellabili nessuno vorrà vederli, come sempre. Anzi, sarà facile che i “sopravvissuti” vengano inesorabilmente allontanati, osteggiati, collocati tra gli agnelli sacrificali perché ” diversi”, “altri” rispetto a prima, ” fragili”. Pensano i ” normali”: – Eccoli i vasi di coccio tra noi, vasi di ferro”. E se si rompono, c’é posto in più per gli altri, per i ” normali”, così ragguagliava me, attonita e con le viscere raggelate, un noto penalista con cui volli confrontarmi, infine, anni or sono. Vale dunque sempre l’ aforisma del mio anziano professore di filosofia : ” Homo homini lupus”.
    La viscida crudeltà del mondo dei prepotenti si posa come manto annerito da sempre nuovi delitti sui sofferenti. Bisogna provare la gelida ruvidità di quel manto per capire. C’ è chi riesce ad affrontare anche questo nuovo calvario, chi getta la spugna, andandosene in punta di piedi.
    Il direttore descrive nel suo articolo con la consueta lucida chiarezza l’ irrazionalità aberrante di coloro che pensano di eliminare con la violenza chi non è e non la pensa come loro. Uomini e donne di buona volontà accolgano a piene mani il suo messaggio prezioso.

    Rispondi
  2. Paolo Agnoli

    Non conoscevo la triste storia che ha coinvolto il cugino di Einstein. Grazie davvero per aver scritto questo articolo, interessante e istruttivo in generale.

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?