Via Ambarabà – seconda parte

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- Amo questa canzone- dissi quando tornammo al posto con altre pinte: due Kilkenny questa volta.
- L’ho notato! – rispose Pietro alzando a più non posso il sopracciglio dell’occhio destro. E pensai a voce alta:
- Sopracciglia, che bella parola è?-
- Sopracciglia? Stai bene?- Si picchiettò col braccio sinistro la tempia.
- In inglese è meglio secondo me – mentre la scena musicale venne presa da Elvis e dalla sua “Don’t be cruel”.
- Bella anche questa! – dissi, guardandolo negli occhi, e forse mi morsi le labbra.
- Ok, sto esagerando – sussurrai sottovoce.
-Eyebrows!- urlò con soddisfazione all’improvviso. Potrebbe essere il nome di una band! -Cominciai a ridere senza smettere, ebbra di un’emozione gigantesca. Ma anche lui si mise a ridere, e mi venne da chiedergli: – Cosa vorresti essere Pietro?-
- Vorrei fare il medico, Claudia- e il mio nome fece un suono strano nell’aria, come se la voce di Pietro gli avesse tolto della polvere.
- No no nono! Cosa vuoi essere, non cosa vuoi fare idiota! –

Rimase spiazzato, ma ammetto che lo rimasi anche io, non mi aspettavo di poter fare una domanda del genere in quelle condizioni. Tanto meno di ragionarci sopra. Ma più parlavamo e più mi rendevo conto che era lui il più impacciato, anzi, credo balbettasse. E, non so come, questo lo rendeva più sicuro. D’un tratto mi resi conto che avevo sbagliato: aveva i capelli neri. Ma neri senza alcuna possibilità che diventassero di un altro colore in una seconda vita.

Nel frattempo “Time of your life” dei Green Day aveva soffuso gli animi della gente nel locale. E io mi persi a guardare due adolescenti che si stavano baciando dietro il nostro tavolo.
-Lo scrittore. Credo che vorrei essere uno scrittore, sì – e il vociferare delle persone attorno a noi tornò forte come prima. I Green Day si sentivano appena.
-Perché?-
Prima girò il volto e probabilmente trovò i due ragazzi dietro di noi, poi mi disse: – Nessuno può interromperti se scrivi. E poi dai, tu rappresenti perfettamente l’altro motivo: le storie sono l’unica cosa a cui l’uomo crederà sempre, altrimenti, come potresti pensare che “Ohana significa famiglia”? -.
Rimasi zitta per un po’. Ero d’accordo, ma non volevo lo sapesse. Poi involontariamente lo accusai: -Potresti fare anche meno il superiore-
- Il superiore? -
- Sì esatto: il superiore -
- Ti sbagli di grosso -
- Questo è quello che sembra -
-E se ti sbagliassi?-
- E se ti sbagliassi tu? -
E ricordai che litigare è essenziale: crudele ma leale al contempo.

Uscimmo dal locale all’una, ci baciammo come all’inizio della serata e prima di andare dalla parte opposta alla mia Pietro mi chiese il numero di telefono. Mentre camminava mi chiesi tre cose: cosa sapevo di lui? Perché lo avevo baciato? Quanto è potente la musica? E proprio in quel momento sentii dall’interno del bar fuoriuscire l’inconfondibile attacco di “Crazy” degli Aerosmith. Salii sulla mia bici viola (scolorito) e tornai a casa nella notte più nera che avessi visto. Fino a quando arrivai all’inizio di Via Ambarabà. Per l’ennesima volta mi chiesi cosa diavolo volesse dire quella parola “Ambarabà”; e per la prima volta l’associai ad “Hoana”. Avevano davvero qualcosa in comune? Non lo so, però entrambe mi sembravano delle storie, come mi aveva detto Pietro. Ed ero sicura che a questa cosa ci avrei pensato per un po’.

Prima di imboccare la via salii con la bici sulla pista ciclabile e mi fermai sotto un albero. Forse era un acero, forse un pino, forse un abete. Forse… non lo so: non sapevo il nome di altri alberi. Eppure fu quell’albero a suggerirmi la cosa “pazza il più possibile tendente alla follia” che volevo fare: avrei percorso l’intera via senza fermarmi in nessun incrocio, guardando sempre dritto e pedalando il più veloce possibile. Ecco, in quel momento iniziò a piovere. E pronuncia ad alta voce gli unici versi di poesia che conoscessi: “Che dirai questa sera, anima mia solitaria, che dirai tu, mio cuore un tempo appassito, alla più bella, e buona, la più cara, il cui sguardo ti ha fatto di colpo rifiorire?”.

Erano davvero gli unici che avessi imparato a memoria quando ancora mio padre faceva l’insegnate di letteratura francese all’università. Uno dei primi, mio padre, ad arrabbiarsi quando scelsi di non studiare più dopo il liceo. Il primo a volermi bene e l’ultimo a cui ho pensato. Poi mio padre è morto e ho cominciato a pensarci ogni giorno. E oggi sono cinque anni da quando lo hanno investito. L’autore della poesia era un certo Baudelaire, uno che, da quanto avevo letto,di sbronze ne sapeva qualcosa. E qualcosa mancava: una dannata canzone! Misi le cuffie alle orecchie e diedi il via libera alla riproduzione casuale del mio telefono. A tutta velocità sfrecciai sopra i cumuli di foglie morte gialle e rosse, ancora vive sotto i miei occhi. A tutta velocità sorpassai il primo incrocio. -“I’ve just seen a face and can’t forget the time or place where we just meet she’s just the girl for me and I want all the world to see we’ve met, mmm, mmm, mmm, mmm, mmm!”-. E pedalavo sempre più veloce. I palazzi, le luci, il marciapiede sotto la mia corsa sfrenata erano soltanto illusioni. C’eravamo solamente io e i Beatles in quella via. -“Fallen, yes Iamfallen! Falling, yes, I am falling and she keeps calling me back again”-.

Non potevo rallentare, l’adrenalina che mi scorreva in corpo, abbinata all’alcool, m’impediva di essere lucida. Mi sforzavo solamente di mantenere la mia traiettoria, senza perdere di vista la strada. Ad ogni incrocio mi tuffavo sopra l’asfalto senza alcun ripensamento. Assolutamente incosciente del pericolo che stessi correndo. Eppure, percepivo i brividi di emozione sulla mia pelle e dopo tanto tempo riconoscevo il luogo in cui si nascondevano le mie paure. Avrei preferito pedalare per sempre, senza fermarmi; indossare la veste del viaggiatore e dedicarmi al giro del globo, senza meta. Mentre attraversavo “Via Ambarabà” volevo questo: un viaggio che non avesse fine, un modo per non dovermi mai fermare. “I’ve just seen a face” mi aveva fatto ricordare il sorriso impacciato di Pietro sul tavolo del White Staff. Era lui la persona di cui avevo bisogna ora? Quando arrivai davanti al cancello grigio di casa mia fu tutto ancora più chiaro. Ero ubriaca. Dalle luci del lampioni sembrava scendessero dei ghiaccioli a forma di corallo. Riflettei sul fatto che il senso della vista sia troppo potente rispetto agli altri, almeno nell’uomo. Ero convinta che non riuscire a vedere un limone avrebbe cambiato anche il mio modo di sentirne il profumo. Ma non capivo cosa c’entrasse tutto questo con quello che mi era chiaro: prima o poi bisogna fermarsi. Mio padre me lo ripeteva spesso: – Non è che preferisco gli scrittori morti, è che a quelli morti puoi perdonare delle cose che non puoi proprio ignorare per gli altri-. – Quindi la morte è la cosa migliore e peggiore della vita – dissi sottovoce.

Certamente è il metodo più sicuro per capire quanto si abbia o meno bisogno di una persona. Ma se avevo percorso tutta quella via rischiando la vita ad ogni incrocio, e nulla mi era successo, allora forse dovevo davvero restare viva. Per me c’era ancora qualcosa. Capii. La cosa “pazza il più possibile tendente alla follia” era quella: andare vicino alla morte e toccarla, persino sfiorarne i contorni, per riacquistare forza. E solo io che l’avevo vista da vicino in mio padre avrei potuto avere il coraggio di rivederla. Mi sembrava incredibile che avessi pensato e fatto una cosa del genere. Forse era solo colpa dell’alcool e dei Beatles. -Le storie sono l’unica cosa a cui l’uomo crederà sempre- mi tornano in mente le parole di Pietro. Non capivo se fosse vero. Ma ero certa di una cosa molto simile: anche se non si vuole, si finisce per credere in qualcosa. Che cosa strana però. In quel momento, davanti al mio cancello di casa, avevo appena riflettuto sulla morte e in cosa credere. E non capivo cosa avessero in comune, come “Ambarabà” e “Hoana”. Ma la pioggia che senza preavviso si fece copiosa sul mio cappotto mi consegnò la soluzione. Era tutta una questione di relazioni. La verità è una relazione, di qualsiasi tipo essa sia: chimica, fisica, amorosa, astrale. Qualsiasi. Una relazione, una corrispondenza, come diceva il poeta amico di mio padre. Quindi solamente unendo due cose potrò trovare qualcosa di vero. Ecco perché un figlio è una cosa così importante: è la prova di una relazione, di una corrispondenza.

- Ok, ferma Claudia – ripeté il mio inconscio. – Forse ti stai spingendo troppo in là, meglio tu vada a dormire -.

Ed era vero, avevo voglia di dormire. Così girai la bici, chiusi il cancello di casa che avevo socchiuso e ripercorsi Via Ambarabà all’indietro, controllando ad ogni incrocio che la mia vita fosse al sicuro. Arrivai di fronte ad un palazzo molto alto. Legai la bici con la catena ad un palo e suonai al settimo campanello nella colonna di sinistra. Mi aprì e io salii le scale fino all’ottavo piano. Non so con quale forza. Lui mi aspettava lì, con una camicia a righe sbottonata. L’espressione era di chi era appena riemerso da un mondo parallelo, ma poco distante.
- Posso entrare? – ed entrai. Lo abbracciai forte, poi mi stesi sul divano. Lui tornò davanti al computer sul tavolo della sala. Accesi la televisione. Erano le due e un quarto di notte, ma “Masterchef” è sempre presente su qualche canale. Mente una concorrente portava un panzarotto alle verdure davanti ai giudici, il mio sguardo cadde su una foto a lato della tv. Rifletteva perfettamente il mio pullover verde bottiglia, e i miei occhi blu scuro, e i miei capelli biondi abbottonati in una coda in cima alla testa.

Avevo due grosse occhiaie sotto gli occhi, allora cercai di spostare leggermente il mio viso per cambiare l’angolo del riflesso, ma vidi dell’altro. Io e Pietro stretti l’uno all’altro. In Irlanda. Pietro scriveva. Io ero sul divano. Fuori pioveva come se non dovesse mai smettere, e pensai che tutta quell’acqua avrebbe potuto restituirmi la conchiglia che avevo buttato in mare. E mi accorsi che ero pronta a sbagliare di nuovo.

 

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Chi lo ha scritto

Davide Spinelli

Italiano: nato a Udine da madre piemontese e papà umbro; ho vissuto a Roma, la città più bella del mondo. Studente di lettere all'Università di Pavia. Leggo per ricordarmi della realtà; scrivo per dimenticarmene. Innamorato della letteratura e ancor prima della sua idea - solo una donna ha più potere.

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