Come sta evolvendo il mondo dell’audiovisivo?

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cinema

Grazie all’avvento del web, non solo sta cambiando il modo di comunicare, ma sta cambiando anche il modo di svolgere diverse professioni.
Molte altre nuove invece stanno nascendo. L’addio definitivo alla pellicola analogica lo abbiamo dato nel 2013 e anche le professioni legate alle tecniche audiovisive si svolgono oggi principalmente in digitale, attraverso macchinari molto sofisticati, che permettono di compiere importanti scelte tecniche.
Basti pensare ad alcuni registi che solo qualche anno fa hanno invertito l’uscita dei loro film proprio in previsione dei miglioramenti che ci sarebbero stati in questo campo, mi riferisco a George Lucas con Star Wars ovviamente, ma non solo a lui. Di molti film si è deciso di fare dei remake proprio per sfruttare meglio gli effetti video più moderni.
Come molte altre professioni anche in questo campo non ci si può soffermare, fossilizzare su un aspetto solo e bisogna essere multitasking, come i tempi moderni ci desiderano, e bisogna dunque operare su più settori a livelli differenti. Non solo cinema dunque, ma anche video musicali, documentari, serie tv e per il web.
In quest’ottica e per scoprire di più sulle nuove tecnologie e sugli sviluppi dell’arte visiva in movimento ho deciso di incontrare un professionista di questo settore, il giovane regista casertano Mirko di Lillo, e con lui ho affrontato una lunga chiacchierata che potrete leggere in questo articolo.

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Ciao Mirko, come stai? Raccontaci un po’ di te: chi sei, che fai, di cosa ti occupi?
Ciao Imma, e un saluto ai lettori de “l’Undici”, qui tutto bene.
Sono Mirko di Lillo, come dicevi poco prima, montatore video e regista. Anche se faccio ancora fatica ad usare la parola regista, visto che il mio esordio è avvenuto solo due anni fa; mentre mi occupo di montaggio video da ormai oltre dieci anni. Posso però dirti che sono un uomo fortunato, visto che sono riuscito a far diventare la mia passione un lavoro.

Hai proprio ragione. Di questi tempi non è semplice riuscire a coniugare passione ed impegno lavorativo. Quindi in che modo ti definiresti? Mi sembra di capire che visual designer non ti piaccia molto.
Come dicevo pocanzi preferisco montatore video, ho ancora una concezione “artigianale” della mia professione. Ho iniziato giocando con vecchie pellicole per imparare il lavoro e conservo ancora quell’attitudine – anche se ormai il settore dell’audiovisivo, in generale, è divenuto molto più flessibile, con figure professionali sempre più “ibride”. Io cerco però di mantenere quell’approccio tipicamente cinematografico, dove ogni ruolo è ricoperto da un professionista specializzato, anche in produzioni più piccole o di tutt’altro tipo.

Quindi una separazione definita dei ruoli, ma capirne un po’ di tutto. Come si svolge il tuo lavoro? Quanto è importante l’attrezzatura, la conoscenza della materia (anche da un punto di vista storico) e la passione che ci si mette? Un autodidatta a cosa può arrivare e quanto consigli lo studio e la frequentazione di corsi specifici.
Il mio lavoro si svolge nel buio della sala di montaggio, il posto a me più caro, insieme al set, quando invece sono in veste di regista. È un posto magico in cui riesci ad immergerti completamente nella narrazione.
Ad oggi l’attrezzatura direi che conta, ma solo in parte.
Lavorando da montatore su video girati su ogni tipo di supporto è comunque indispensabile essere aggiornati ed avere una macchina sempre performante per poter lavorare al meglio, ma al tempo stesso non è l’attrezzatura a fare il tuo lavoro. Lì servono le idee e la competenza.
Purtroppo è un concetto che molti che si affacciano a questo settore non considerano. C’è ormai questa corsa alle macchine da prese con la definizione sempre più alta e dettagliata – come se realmente poi fosse la qualità video a stabilire la qualità dell’opera, ma non è così. L’attrezzatura è solo un mezzo, un tramite, se alla base non ci sono delle ottime storie e delle reali capacità e competenze, si avrà solo un bel filmato fine a sé stesso.
La passione è fondamentale, la voglia di imparare altrettanto. Molto spesso si compie l’errore di pensare che le professioni “artistiche” siano praticabili senza alcuno sforzo, solo con un po’ di fantasia e di passione. Ogni forma d’arte ha la sua grammatica e le sue regole, e vanno studiate e perfezionate. Bisogna conoscere la storia che c’è dietro le varie tecniche, come ci si è arrivati, e aggiornarsi sempre. Il confronto con altri professionisti è poi fondamentale, sia in veste di colleghi che soprattutto in veste di docenti. La formazione per me è un punto sostanziale.
Certo, il talento ha un enorme peso, ma non coltivato è un talento sprecato. Per questi lavori: o ci sei portato o è difficile emergere. Anche con tutto lo studio possibile e immaginabile si avranno sempre dei risultati “scolastici”. Per questo è fondamentale il confronto con professionisti e docenti. Sia per coltivare il proprio talento, sia per capire se è il caso o meno di continuare, evitando di perdere tempo e soldi in un settore per il quale magari non si è portati.

In effetti molte persone si improvvisano un po’ in tutti i settori e i risultati non sono sempre dei migliori, in questo caso è il pubblico a fare una selezione. Parlaci un po’ dei tuoi ultimi lavori. A cosa ti stai dedicando?
È uscito da poco un mio ultimo videoclip, di cui ho curato il montaggio e la post-produzione, rendendo in video il concept che mi era stato affidato. La band si chiama “il Mago” ed è già il secondo videoclip che realizziamo insieme. È stata una vera fortuna incontrarli in questo momento di transizione del mio lavoro.

Come mai?
Ho deciso nell’ultimo anno di dedicarmi a lavori più personali, in cui avere più libertà di azione e di espressione, comunicandoli con un’estetica ed un lessico precisi e ben definiti. Per fortuna le nostre idee coincidevano, così come quelle di altre band che hanno voluto seguire questa mia idea.
Oltre ai videoclip poi c’è questa folle idea di riportare la “tv musicale” degli anni ‘90 in auge, ma con contenuti e soprattutto su piattaforme più attuali. Ma questo è un progetto che prenderà vita nel nuovo anno ormai alle porte.

Hai ideato, e poi realizzato, anche dei cortometraggi che hanno vinto dei festival. Ce ne parli?
L’ultimo premio vinto è stato per “Le mani di Ali”, il mio primo cortometraggio, realizzato nel 2015 durante le festività natalizie. Nato come un reportage di un bellissimo gesto di solidarietà e di fratellanza di Ali, il protagonista, ho deciso poi di trasformarlo in un cortometraggio, per donargli maggiore forza e potenza comunicativa.
“Le Mani di Ali”, è un cortometraggio che documenta l’iniziativa del protagonista Ali, che durante le festività natalizie ha deciso di donare le sue “mani” come segno di fratellanza tra musulmani e cristiani.
L’obiettivo era quello sì di raccontare una storia, ma anche quello di far arrivare il messaggio, dietro quella storia, a quante più persone possibile.
Grazie alla forza di quel messaggio il corto è stato premiato al Chianciano Corto Fiction, storica rassegna di cortometraggi italiana, con il premio “Tema spirituale”.
L’ultimo cortometraggio che ho realizzato invece è “Macchia”, una storia alla quale sono legato particolarmente in quanto molto autobiografica. Un corto sull’amore, o meglio, sulla fine di un rapporto, che non sempre necessariamente significa fine dell’amore. Un punto di vista molto personale su delle dinamiche che tutti prima o poi ci troviamo ad affrontare.

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È tutto molto interessante, poi vi lascio i link dove poter vedere tutti questi lavori. Vi assicuro che “Le Mani di Ali” è davvero molto emozionante. Invece per quanto riguarda la televisione, mi dicevi che hai realizzato diversi progetti.
La televisione è stata la mia porta d’ingresso alla regia. Ho esordito come regista proprio di un format televisivo, “Urban Graffiti”, che parlava della cultura del writing e aveva come protagonista Raffo, un noto artista partenopeo. Grazie a Raffo abbiamo portato quelle tecniche dalla strada all’interno delle case, per poi proseguire con diversi speciali e documentari per la tv. Tra questi “Andy Warhol…in the city”, che racconta la mostra itinerante delle opere del padre della pop-art all’interno dei centri commerciali, una sede “insolita” ma al tempo stesso “naturale” per le sue opere.
Ora sto portando avanti un nuovo progetto televisivo, come ti dicevo pocanzi, che spero venga accolto positivamente.

Credo che Andy Warhol sarebbe assolutamente contento di questo esperimento che hai realizzato, quanto di più pop e congeniale con il suo modo di essere. Quanto è importante il mondo social nella divulgazione delle tue opere e che rapporto hai con esso?
Mi hai detto che crei contenuti molto apprezzati su diverse pagine Facebook, eppure il tuo rapporto con i social è contrastante. Questo medium, quindi deve essere utilizzato solo per scopi lavorativi? Come la vedi?
Sotto questo punto di vista vivo un vero e proprio conflitto interiore. Utilizzo tantissimo i social, buona parte dei miei lavori sono destinati proprio ad Internet e a campagne virali, ma sono un pessimo comunicatore di me stesso. Sono molto timido nel comunicare tramite i miei profili personali ciò che faccio, ma questo dipende anche dal mio carattere, lo si riscontra anche nella vita vera. Cerco sempre di evitare di parlare di lavoro, la paura di risultare autoreferenziale è sempre dietro l’angolo.
Al tempo stesso uno dei miei passatempi preferiti è quello di studiare e di analizzare il fenomeno dei meme e della viralità. Alcuni di quelli che a primo approccio potrebbero sembrare dei semplici video divertenti in realtà hanno dietro un lavoro di tecniche e di linguaggio video davvero straordinari, e che spesso stravolgono le regole a cui eravamo abituati.

È molto interessante questo contrasto tra il tuo lavoro e la tua natura schiva: una personalità per il web che non vuole assolutamente essere personaggio. Chi sono i tuoi registi preferiti?
Amo particolarmente Richard Lowenstein, che ha diretto tantissimi videoclip musicali, e uno dei miei film preferiti “E morì con un felafel in mano” (He Died with a Felafel in His Hand). Ma in realtà ne sono davvero tanti, come Sergio Leone, o George Romero e Jim Jarmusch. Così come adoro un certo cinema di genere e subito penso a Umberto Lenzi e a Mario Bava. Mentre di Matteo Garrone, adoro il modo di raccontare le storie.
Allo stesso tempo ti posso però dire che non è sempre il regista quello che mi incuriosisce o seguo di più nella scelta delle mie visioni, quanto il montatore, e lì l’elenco sarebbe interminabile, ma due nomi su tutti ci tengo a farli, che sono per me davvero fonte d’ispirazione e riferimenti massimi: Marco Spoletini e Chris Dickens.

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Hai fatto benissimo ad aggiungere questo particolare, si dà sempre più importanza a figure di spicco, quando soprattutto nel mondo cinematografico il lavoro è di gruppo.
Dove ti piacerebbe lavorare: nel mondo cinematografico, in quello seriale o nell’ambito musicale?
Questa è una domanda difficilissima! Adoro il cinema allo stesso modo in cui amo i videoclip e i documentari musicali, così come la serialità. Sarebbe difficilissimo sceglierne uno, e infatti sto lavorando ad un progetto che unirà serialità e videoclip. Sarebbe stato difficile scegliere, così si è deciso per sperimentare e fondere insieme più settori.
Ma se mi chiedessi qual è il mio sogno nel cassetto ti risponderei senza ombra di dubbio: poter dirigere una serie per la BBC. Mi piace molto il loro modo di fare serialità. Se poi fosse Doctor Who, beh, sarebbe davvero perfetto.

Eh beh direi, mica male?
Si dice che il film italiano non funzioni più, eppure ci sono dei soggetti che stanno riscuotendo enorme successo di pubblico e di critica, mi riferisco alla saga di “Smetto Quando Voglio” qui in Italia, e “Call me by your name” di Luca Guadagnino, che sta ottenendo enormi consensi negli USA, e di cui è stata anticipata l’uscita in sala qui in Italia. Proprio quest’ultimo potremmo definirlo un film indipendente, solo negli ultimi giorni, la Sony Pictures Classics, ne ha acquistato i diritti per la distribuzione. Pensi che ci sia possibilità di risalita? Hai visto qualcosa di interessante ultimamente?
Credo che non sia il film italiano a non funzionare più, e gli esempi citati lo dimostrano tantissimo, ma forse è nel sistema della distribuzione il problema. Il mercato lo fanno i blockbusters, è inevitabile, riescono ad attirare molte più persone del cinema d’autore in termini di numeri, e anche il cinema nostrano deve competere con queste realtà, che in termini di budget vincono a mani basse. È inevitabile che quelli che emergono di più nelle sale sono i film di intrattenimento, riescono a coinvolgere un pubblico trasversale e più eterogeneo. Ed è quindi normale che la distribuzione spinga questi film, alla fine per loro è business ed è giusto che guardino ai guadagni. Un tempo però gli incassi dei film da intrattenimento venivano destinati per produrre i film più “impegnati”. Oggi forse si è perso in parte questo passaggio, e quindi molti film d’autore hanno difficoltà ad emergere e a farsi spazio nelle sale. Un film che mi è piaciuto tantissimo è stato “La città senza notte”, di Alessandra Pescetta. Uscito nel 2015 ad oggi lo reputo ancora il miglior film visto. Eppure, nonostante i tantissimi riscontri della critica non è stato premiato dalla distribuzione.

Un argomento ampio e complesso su cui ritornerò in prossimi articoli, non dobbiamo dimenticare infatti che essendo le sale ormai private ed in mano a grandi società tendono a prediligere i film di cui curano la distribuzione, a discapito di film bellissimi, come quello che hai citato.
Dove possiamo incontrarti prossimamente? Hai appuntamenti pubblici in giro? Presentazioni di lavori, di corsi? Lasciaci pure i contatti social attraverso i quali potremo seguirti.
Al momento non ho in programma proiezioni o incontri, in quanto mi sto dedicando tantissimo al progetto televisivo di cui ti parlavo prima. Mi potete seguire attraverso la pagina Veeleeno Home Video su Facebook, dove ci sono le info sulle prossime uscite e i video che ho realizzato.

Questa nostra chiacchierata ci ha offerto molti spunti di riflessione e di approfondimento, non capita spesso di poter parlare con un esperto in questo settore e il tuo intervento è stato per noi prezioso. Ti ringraziamo per il tempo che ci hai dedicato e continueremo a seguirti con molto affetto. Grazie mille, Mirko.
Grazie mille a voi.

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Chi lo ha scritto

Imma I.

Benvenuto! Se mi stai leggendo è perché molto probabilmente anche tu sei attratto dalla musica, dall’arte, dal cinema, dalla letteratura, dai videogiochi, dai fumetti, dalla fantascienza. Insomma essere sempre al corrente sulle ultime novità in qualsiasi campo. Scrivo praticamente da sempre, mi sono dedicata nei primi anni del mio lavoro alla cronaca locale, arrivando poi a collaborare con alcune riviste di cultura (lastanzadivirginia) e con webgiornali nazionali (YOUng). E questa con l’Undici è proprio la collaborazione che aspettavo da un po’… Mi piace informarmi e conoscere quante più cose mi riesce, ma mi piace anche condividere i miei pensieri con chi è curioso come me. Oltre alla passione per la scrittura, sono una editor/consulente editoriale, collaboro con diverse case editrici. Amo il surf, il punk, il rock, l’handmade, creare bolle di sapone giganti e le olive verdi. Sono felice di poter condividere un po’ del mio mondo con chi avrà il piacere di leggermi. A presto! Seguimi anche su Facebook! Mi trovi come: Imma Stellato Iava, o Imma I.

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