“Carne y Arena”, di Alejandro G. Iñàrritu

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Avete sentito parlare di “Carne y Arena”?
Se no, male, ma ci sono qui io per parlarvene.
“Carne y Arena” è l’installazione, presso la Fondazione Prada a Milano, voluta fortemente dal regista, Alejandro G. Iñàrritu.
Un’esperienza multisensoriale che permette di provare per sei minuti e mezzo l’incubo che vivono i migranti mentre cercano di varcare il confine tra Messico e Stati Uniti.
All’ingresso si firma una liberatoria, si posano i cellulari e si entra da soli. Si percorre un corridoio e poi si entra in una stanza buia, con delle istruzioni scritte alle pareti.
A terra ci sono indumenti e scarpe usati, delle fredde panchine di acciaio sono posizionate intorno al perimetro della stanza.
L’esperienza è concepita per utilizzare un VR.
Sì, proprio un visore di simulazione di realtà virtuale.
Dove finisce la realtà e dove inizia il sogno?
È stato scelto questo tipo di interfaccia proprio per far perdere al partecipante il senso della dimensione, della realtà e dello spazio.
Due addette controllano che non succeda niente alla propria incolumità.
La tecnologia del visore è la “Oculus Rift”, quella nata per migliorare il mondo dei videogames, ma che già viene impiegata per altri scopi.

Anche in medicina. Sembra che condizionando la mente con l’immaginazione si possano diminuire alcuni dolori. L’immaginazione libera dai limiti della mente e aiuta l’effetto della morfina.
Una volta indossato il visore viene richiesto di togliersi le scarpe e di attendere il segnale di allarme.
Dopo una prima diffidenza ci si toglie le scarpe e quello che si sente sotto i piedi è sabbia fredda.
Quando si viene catturati, con la speranza di passare il confine, si viene richiusi per due giorni in stanze che prendono il nome di “hielera”, la ghiacciaia.
Sono stanze refrigerate di proposito. In base a una richiesta formulata nel “Freedom of Information Act” del 2015, tutti i migranti devono soggiornarci.
A piedi nudi ci si avvia verso le panchine, anch’esse freddissime e si iniziano a sentire rumori, linguaggi differenti, si sente il freddo. Ci si sente soli. Senza orologio. Senza tempo. Ci si muove in uno spazio sconosciuto.
Minuti che sembrano essere infiniti, anche se, prima che suoni l’allarme, ne passano solo un paio, verrà riferito poi. Eppure sembrano istanti interminabili.
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Mentre si è immersi nella realtà del deserto del Messico, e si cammina verso il confine, all’improvviso si sente un elicottero sorvolare sulle proprie teste. E viene voglia di abbassarsi, di scappare, di correre, di mettersi in salvo.
Dove finisce la realtà, dove inizia l’incubo?
Poi ti afferrano. Sei salvo. È finita. Ed hai solo voglia di andartene.
Quest’opera è stata presentata al 70º Festival di Cannes, e ti lascia addosso un senso di impotenza, di tristezza e di freddezza. Forse tutti dovrebbero provare per pochi minuti queste sensazioni.
Iñàrritu ha incontrato davvero i profughi provenienti da varie zone dell’America Latina. Sono loro i volti che si vedono nelle scene col visore.
Questa nuova collaborazione tra Inárritu e Lubezki ha ricevuto anche un importante premio l’11 Novembre: l’Oscar speciale dal Board of Governors of The Academy of Motion Picture Arts and Sciences che ha definito l’installazione multimediale come “un’esperienza narrativa visionaria e di grande potenza” e “un viaggio profondamente emozionale e fisicamente coinvolgente nel mondo dei migranti”.
È visitabile fino a gennaio. Il prezzo è di dieci euro. Ci si prenota on-line.
Per chi è in zona è da provare assolutamente.

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