Via Ambarabà – prima parte

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Ricordo che pioveva e che volevo fare una cosa pazza. Il più possibile tendente alla follia, ma non proprio folle. Più pazza. Ma per quanto ci pensassi, non mi veniva in mente niente. Fino a quando, quella sera, un ragazzo mi invitò a bere una birra al White Staff. Prima ordinò due cheeseburger e una coca cola media, poi, finito di mangiare, si avvicinò alla cassa e chiese di me.
- Finisco alle undici – risposi dopo aver ascoltato il suo pietoso tentativo di invitarmi ad uscire.
- Aspetterò – mi disse con l’espressione seria, e quell’aria d’un tratto misteriosa mi convinse ad accettare.

Non era proprio la cosa pazza e un po’ folle che avevo in mente o che volevo mi venisse in mente, ma era sempre meglio che rimanere a casa a vedere le vecchie puntate di “Gossip girl”. Finito il turno andai dietro la cucina e mi rovesciai l’intera boccetta di profumo che avevo in borsa sul collo e sui polsi; avrei preferito lavare l’odore dei panini del Mc Donald’s a casa sotto una bella doccia calda, ma non avevo tempo. Pietro mi aspettava; ero quasi sicura fosse quello il suo nome. Colorai le labbra col rossetto che usava mia madre per le cerimonie importanti, asciugai con una salvietta umidificante il sudore dotto le ascelle, intorno al collo e sulla tempia e infine indossai i vestiti che avevo di ricambio nell’armadietto: un paio di jeans scoloriti e bucati sulle ginocchia e un pullover verde bottiglia. Infine allacciai i miei orecchini perla su entrambe le orecchie. Pietro aspettava seduto al tavolo ventidue; leggeva qualcosa sul telefono.
- Claudia Giusto?-
- Claudia si – e ci baciammo sulle guance.
- White staff?- disse sfoderando un sorriso brillante.
- White staff sia- risposi, fingendo di essere certa della mia scelta.
Non ero mai stata in quel bar, sapevo solamente che fosse vicino a casa mia. Presi l’olandesina che avevo agganciato al portabici di alluminio e ci dirigemmo verso il locale. Nonostante fosse sera notai come i colori dell’autunno resistessero all’oscurità. Le sfumature delle foglie sugli alberi brillavano alle luci dei lampioni; le stelle nel cielo si contavano sulle dita di una mano. Una in particolare era molto grande e luminosa.

Nel tragitto fino al bar scoprii che Pietro era un tirocinante di medicina al quarto anno. Era nato a Torino ma la sua famiglia dalla parte paterna era umbra, mentre la madre e la nonna materna erano entrambe venete.
Ricordo che più volte provai a chiedergli perché avesse scelto di studiare medicina, ma altrettante volte lui ignorò la mia domanda. Così smisi di insistere. La ragione per cui avevo accettato di uscire con quel ragazzo era che, oggettivamente, era un bel ragazzo. E un po’ mi vergognavo al pensiero che quello fosse stato il primo motivo ad avermi convinta, ma d’altronde, quando uno sconosciuto ti chiede di uscire, cosa potrà mai influenzare la tua scelta se non il suo aspetto fisico? Gli occhi erano verdi, accesi e vivaci anche nella luce fioca della sera; il maglione blu scuro serrava lo sguardo sui muscoli tonici e lunghi della braccia. Le guance, il mento e i baffi erano completamente rasati, ma il colore più scuro della pelle in quei punti suggeriva che si fosse fatto la barba da poche ore. Le sopracciglia erano foltissime e i capelli castano scuro erano totalmente spettinati, ogni ciuffo seguiva la sua ragione.

- Per me una Kronenbourg – disse, mentre io presi una pinta di Kilkenny, l’unica birra che conoscessi nell’elenco. Nel bar si respirava a pieni polmoni la polvere delle cose vintage, non vecchie. Un numero considerevole di stampe di quadri famosi era appeso lungo tutte le pareti di legno scuro, intervallato dagli stemmi dei vari tipi di birre: Kronenbourg, Kilkenny, Guinnes, Bud Light, Corona, Stella Artois, Amstel, Becks. Appese in cima ad una colonna al centro di un piccolo spazio per ballare c’erano tre casse enormi.

Quando entrammo suonava una canzone soul molto vecchia, “Rescue me” di Fontella Bass. Ci sedemmo davanti a un altro tavolo della stessa grandezza del nostro, che a sua volta dietro aveva una stampa de “Il falso specchio” di Magritte. La luce era docile e soffusa in tutto il locale.

- Come mai una Kilkenny?- mi chiese subito dopo che la cameriera se andò.
- Perché è l’unica che conosco – gli risposi ridendo, cercando di nascondere l’imbarazzo, ma ormai il colore della mia pelle sotto gli zigomi doveva aver raggiunto quello delle mie labbra.
- No, in realtà è anche perché mi piace molto l’Irlanda – dissi dopo, cercando di riprendere il controllo. Bevvi un sorso di birra.
- Ci sei stata?-
- Si, l’estate scorsa -
- Da sola?-
- No col fidanzato che avevo allora -
Bevve anche lui il primo sorso di birra. -Oh scusami non volevo… -
- Figurati!- e gli sorrisi.
- Le cose devono seguire il loro corso giusto? -
- In che senso?-
- Beh, nel senso che c’è sempre un inizio e una fine. O almeno è a questo che ci si abitua-. – Davvero? Cioè? Cioè pensi sia davvero questo il punto? -

Sorridendo di nuovo risposi:
- No. Di punti non so niente. Non so nulla né di punti, né di virgole né di tutto il resto. E vorrei sapere almeno un po’, ma il fatto che certe cose non debbano avere risposte per me è giusto, qualsiasi cosa dicano i grandi studiosi. Ché poi, tutta questa gente, ma cosa cerca? Io non lo so e nemmeno mi interessa, ma lo rispetto. Avere una passione è una dono inestimabile, preziosissimo per chiunque e… -
- La tua?- m’interruppe.
- Non sopporto le persone che non ti lasciano finire il discorso – e abbozzai un’espressione arrabbiata, mentre un canzone di cui non sapevo né il titolo né l’autore riempiva lo spazio tra me e Pietro.
- Ti chiedo scusa ma… -
- Posso continuare? –
- Ma hai appena fatto lo stesso! – e ci mettemmo a ridere, diventando complici della stessa emozione – per la prima volta quella sera. Al contempo mi accorsi anche che le nostre risate, in quell’istante, appartenevano ad un’altra dimensione, e mi infastidiva non comprendere quanto lontano fosse. Trascorsero alcuni minuti nel totale silenzio.
- Hai presente gli artisti di strada? Quelli che si mettono ai lati delle piazze e iniziano a suonare per avere qualche soldo? -
- Sì, ho presente –
- Hai capito cosa c’entra col nostro discorso? –. Pietro mi guardò perplesso.
- Io ricordo un mucchio di cose come queste. Ho in testa un’enorme catalogo di dettagli che appartengono alla realtà che ci circonda. Ricordo per esempio che la fine del laccio della tua scarpa sinistra è completamente ricoperto di nero, o ancora che il ragazzo che suonava in piazza aveva un piccolissimo anello di bronzo sull’anulare della mano destra. E tu dirai “è semplice, osservi bene le cose e le persone”. No! Sbagliato! Io non osservo un bel niente, mi guardo a malapena attorno, eppure cose come queste penetrano nella mia mente senza che io possa controllarne il flusso. Una sorta di osmosi, o come si dice. Hai capito? –
- Mi stai dicendo che questa è la tua passione? –
- Forse, non lo so. Il punto è: una cosa come questa potrebbe esserlo? O se tipo scegliessi un’altra risposta, come “avere una famiglia”, che diresti? Nel senso, questa è una passione? -. L’espressione del viso di Pietro era completamente sbilanciata dal lato sinistro, a metà tra una persona consapevole ed una in imbarazzo.
- Non lo so nemmeno io… Credo però sia più un obiettivo, uno scopo, una cosa del genere insomma… -
- E hai ragione, ma ultimamente sono arrivata alla conclusione che le due cose sono collegate. La montagna di particolari che in gran parte si trasformano in ricordi ha un’unica funzione: ovunque io sia mi riporta a casa. Trasforma le mie insicurezze in fragilità vere e proprie: quel particolare tipo di paure che conservo gelosamente nella mia camera da letto. Ma come ho detto prima, in fondo non posso darti una risposta.-
- Non pensi che ci si nasconda un po’ troppo dietro questa scusa? “Non abbiamo risposte”, ma che vuol dire? –
- E anche se fosse? Non è buona scusa? – Pietro rise di nuovo, ma questa volta dalle sue labbra sbiadivano i contorni di una malinconia lontana. Poi mi disse serio: -Immagino che lui non l’avesse capito. -
- Lui chi?-
- Lui! Il ragazzo con cui stavi. -
- Ah, no lui… – e mi immaginai su un’isola a prendere il sole completamente nuda, con una conchiglia nella mano sinistra. La tenevo stretta fra i miei polpastrelli senza motivo, ma sapevo che avvicinandola all’orecchio avrei potuto ascoltare la voce di una qualsiasi persona a mia scelta. Ma di scatto mi alzai dalla sabbia tiepida sotto il sole del crepuscolo e mi diressi sul bagnasciuga. Senza rimorsi lanciai la conchiglia il più lontano possibile. Ne osservai il volo e mi chiesi a chi sarebbe arrivata, unicamente sospinta dal vento, dalle barche che remano sopra il nostro passato.

- Fu un’incredibile sorpresa quando scoprii di esserne innamorata. E da quando successe la prima volta cominciò ad accadere seguendo uno schema preciso, degli intervalli regolari, come se il mio cervello conoscesse perfettamente il momento in cui ci sarei cascata di nuovo. Il problema è che ancora oggi fatico a capire se tutto questo appartenga a quella grande cosa, l’amore. -
Pietro sorrise a modo suo, completamente sbilanciato ed incerto.
- Quella grande cosa? – la risata si fece quasi sensuale. – Non l’avevo mai sentito chiamare in questo modo. -
In quel momento sentii come se l’imbarazzo che ci imballava avesse allentato la presa sulla nostra conversazione.
- Non ti ricorda la frase di qualche cartone?- mi chiese Pietro, quando si accorse che ero rimasta ferma sull’isola.

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