Sull’alternanza scuola-lavoro

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SUL LAVORO

Credo ci sia un grosso problema in Italia. Non sto parlando del M5S, né di Salvini, non parlo di NoVax, nemmeno di Burioni, non mi riferisco a quelli con la foto profilo “NOIUSSOLI” e neanche ai Thegiornalisti; il mio cruccio riguarda un articolo della Costituzionepiùbelladelmondo, la nostra quasi settantenne Carta Costituzionale, e nello specifico il primo dei Principi Fondamentali. Recita così:

Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Il problema è proprio qui. Credo la Costituzione stia alla Nazione come la carta d’identità sta al cittadino: della Nazione deve contenere una quanto più possibile veritiera e non edulcorata descrizione, oltre a dettarne gli inalienabili principi. E vi pare possibile parlare dell’Italia in questi termini? Quando mai siamo stati un paese fondato sul lavoro? Da quando ci siamo convertiti al Calvinismo? Da quando il successo nel lavoro e la carriera sono diventati cartine di tornasole della nostra integrità morale e del domicilio nelle grazie di Dio? Io esagero, ma non sento ribollire nel sangue la voglia di alzarmi presto e fare cose, soprattutto se sono cose che non mi vanno. Chiamatemi scioperato, chiamatemi choosy, chiamatemi mediterraneo (e il riferimento al film di Salvatores ci sta tutto), ma nel sangue il lavoro io non ce l’ho.

Ricordo come illuminante una discussione in Spagna con la mia coinquilina tedesca (del gelido nord, Amburgo) che si lamentava della lentezza delle cassiere spagnole al supermercato, lodando invece quelle tedesche, efficientissime, capaci di battere a cassa 2 carrelli colmi in 1 minuto e 42 secondi. E pensare che a me le cassiere spagnole sembravano più veloci di quelle italiane. 

giacomo-leopardi

Giacomo Leopardi

Una sudditanza del vecchio centro dell’Europa, il Mediterraneo, nei confronti di quello nuovo, i paesi nordici. La deferenza con cui Roma guarda ad Aquisgrana, il greco Foscolo che va a morire in Inghilterra, lontano dal sole e da Zacinto. Sono tutte storie che un professore del liceo ci ha sussurrato all’orecchio, lo stesso professore che raccontando di un certo Giacomo di Recanati ci preparava a combattere contro l’idealismo progressista corrente (non tanto diverso da quello di inizio ‘800), ostinati e contrari, materialisti e sensisti. Ci preparava alla battaglia impossibile da vincere, quella contro il tempo, contro la morte, a cui la ginestra con dignità, infine, china il capo, cosciente di essere un puntino su di un “granel di sabbia, il qual di Terra ha nome”E io avrei dovuto barattare le ore di italiano con del lavoro non retribuito in un qualsiasi gretto esercizio commerciale? Non lo sapevo, e ora ne sono cosciente, ma io andavo a scuola appunto per togliermi di dosso la polvere del mondo, come fa Machiavelli entrando nello studio la sera per leggere Livio, dopo aver passato la giornata ad accumulare cataste di legna e ad “ingaglioffirsi” in taverna.

[…Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui. […]

SULL’ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO

niccolò machiavelli

Niccolò Machiavelli

A proposito dell’alternanza scuola-lavoro, innovazione sia per gli istituti tecnici che per i licei, il problema non sono le modalità attuative, le specifiche, i cavilli, le responsabilità o l’opportunismo schiavista degli imprenditori, è completamente fuori fuoco l’interpretazione della scuola come istituzione. O meglio, sbagliata secondo i miei laici canoni, forse più centrata per una certa visione cattolico/progressista, la stessa di “vivo una vita schifosa, piena di privazioni, ma più soffro e più godrò in un indeterminato futuro (pre o post mortem)”. E così la scuola non è esercizio di vita, laboratorio di pensiero, ma officina in cui abituarsi alle brutture dell’esistenza, all’imprenditorialità (parola orribile), alla concorrenza, al salario. Non più un luogo dove iniziare ad abitare quei pensieri che ci accompagneranno per tutta la vita e saranno di fondamento alle nostre scelte, di conforto alle inevitabili delusioni, bensì una preparazione a qualcos’altro, alla sudditanza, alla sopravvivenza, alla lotta tra vinti, all’illusione che vincere una volta non ci faccia ripiombare prima o poi nella torma degli sconfittiTutti lavoreremo, tutti più o meno ci guadagneremo la pagnotta, chi sfruttando le proprie passioni, chi facendo di necessità virtù. Ma questo non vuol dire ergere il lavoro a modello di vita, altrimenti un giorno metteremo un piccone in mano ai neonati e uccideremo i vecchi allo scoccare della pensione.

Come per Niccolò Machiavelli, lo studio delle cose più care è un modo per elevarsi, non distaccarsi dal mondo, ma guardarlo un po’ più da lontano ed esservi contemporaneamente immerso, come si guarda il naufragio di se stessiNessuna esperienza lavorativa da Zara potrà sostituire la lettura della Ginestra di Leopardi, soprattutto quando il professore smette di leggere l’antologia e chiude gli occhi, recita a memoria e poi li riapre, lucidi. Quale panino di McDonald potrà offrire più di questo? Perché dovrei rinunciare a conoscere la Storia dell’Arte per imparare l’Arte dell’Impresa? Tralasciare Michelangelo e Burri per avere più dimestichezza con il complesso sistema di fotocopiatrici della famosa azienda di mozzarelle? Quale spunto poetico potrà giungere dal portare il caffè al tuo superiore? (solo Gozzano potrebbe riuscire a tirarne fuori qualcosa)

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L’Ufficio del Mega Direttore Galattico

Nota comica: qui potete trovare la divertente descrizione del programma. Il Governo si vanta di aver introdotto l’alternanza anche per i licei, caso unico in Europa; nemmeno la Germania, dove la religione di stato si chiama lavoro, ha intrapreso questa brillante iniziativa. Forse sono arrivati alla brillante soluzione che se gli studenti si chiamano studenti, e non lavoratori, devono occupare il tempo a studiare. Questo per rispondere a Libero

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Dedicato a quelli che sprecano il loro tempo a insegnare e soprattutto al prof. Guglielmo Pesi

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