Ontologia di un gabbiano: quanto Shakespeare nella cultura russa?

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Non v’è alcun senso nella contingente relazione tra un gabbiano ed un libro, senonché nella più celebre piece teatrale di Anton Čechov: “Il Gabbiano”.

Rappresentata per la prima volta nel 1896 nell’antica Pietrogrado, all’inizio fu un clamoroso insuccesso: gli attori non compresero la mirabile fattura dell’opera cechoviana e pertanto non riuscirono a coinvolgere i fortunati (aggiungiamo noi oggi) spettatori del Teatro di Stato Aleksandrinskij. Sicché, solamente “l’intelligentĭa” artistica di Stanislavskij e del neo direttore del Teatro d’arte di Mosca Vladimir Il’ič Nemirovič-Dančenko, entrambi tra i più grandi registri e scrittori teatrali russi di sempre, fece desistere Čechov dall’abbandono completo d’ogni intento teatrale futuro, persuadendolo ad autorizzare una nuova e più attenta rappresentazione.

Una messa in scena de "Il gabbiano"

Una messa in scena de “Il gabbiano”

Per sapere quanto accade al termine del primo atto ci affidiamo al ricordo di Nemirovič stesso: “Successe ciò che in teatro succede forse una volta ogni dieci anni. Il silenzio in sala e sul palcoscenico. In platea tutti sembravano inchiodati e sul palcoscenico nessuna capiva più nulla…”. Ed alla fine Stanislavskij racconta: “All’improvviso nel pubblico si levò un urlo, uno strepito, un applauso frenetico”.

Fu la consacrazione d’un genio scevro ancor oggi d’un’ etichetta ben precisa nel panorama della letteratura mondiale, ed al contempo verificò l’esattezza della nuova messinscena: rigorosa, creativa, severa, folle. Anche se Čechov continuerà a non amare particolarmente la sua creatura, come già rivelava a Suvorin nell’ottobre del 1895: “Ho cominciato il dramma forte e l’ho terminato pianissimo. Ne sono più scontento che soddisfatto […]”.

Ma cos’è quest’ontologia del gabbiano che andiamo cercando? Cos’è questo essere del gabbiano nel teatro, nell’uomo? E’ al lemma essere del vocabolario shakespeariano che isoliamo la nostra risposta, divisa su più commi; uno fra tutti l’osservare, l’esperienza. Il gabbiano osserva l’esperienza altrui dall’alto del suo volo, accostando l’apparente felicità umana a questo mirare, a questo essere dell’uomo, richiamando Aristotele, o a questo esserci rideclinandolo con Heidegger. Indubbiamente d’altronde l’aperçu che maggiormente intesse il filo della letteratura e del teatro russo, non solo nei progetti e nelle opere dei due artisti sopracitati, è la cosiddetta componente amletica; non semanticamente intesa e quindi appartenente all’ambito comportamentale e psichico, bensì attinente all’atmosfera in cui l’Amleto dipana la propria polivocità d’essere, parafrasando sempre Aristotele.

E se volgiamo lo sguardo laggiù, eccolo l’Amleto del Gabbiano: “Ecco un vero talento, ecco che avanza come Amleto, anche lui con un libro in mano […]”[1].

61lGaPZ994LOra, riprendendo l’espressione pirandelliana del teatro nel teatro, Čechov lo potremmo così definire un scrittore dello scrittore, un autore dell’autore, di cui Shakespeare corrode il modus scribendi, instillandovi finanche il topos metateatrale[2] per l’appunto. E’ dunque lampante il collegamento fra questi due mondi, incidenti e non paralleli, che si pone in essere quasi bipartito: da un lato un imo rapporto fra le trame cechoviane e quelle del drammaturgo inglese, e dall’altro lo stretto connubio tecnico-innovativo fra le scelte del Bardo e quelle dei due registri moscoviti.

Ancorché sarà stato forse questo il motivo che portò Stanislavskij ad arguire la meraviglia insita nel“Il Gabbiano”[3].

Ma ancora: quanto Shakespeare c’è nelle opere citate? E sopratutto: perché Shakespeare? Perché è presente nella letteratura, nel metodo e nella scrittura teatrale di una civiltà apparentemente antitetica come quella russa?

“Che avanza con un libro in mano”… un libro ed assieme una persona. Sì, perché come questiona Nadia Fusini nel suo recente saggio “Vivere nella tempesta”, dedicato per l’appunto ad un’intima interpretazione dell’ultima fatica shakespeariana “The Tempest”, quanto Prospero è Shakespeare? Ed allora perché non chiedersi anche: quanto Čechov è Shakespeare?

Le affinità fra le due opere sono senz’altro indubbie e molteplici come asserito precedentemente, dacché, per esempio, come Amleto tenta di trarre in salvo la regina Gertrude dal proprio Zio, anche l’azione di Trigorin sarà neutralizzata da Trepliov, salvando così la propria madre. Ed oltre alle quasi sistematiche citazione dell’Amleto, quanto, più d’ogni altra cosa abbraccia entrambi gl’interpreti del medesimo modus vivendi, sono quelle “Parole. Parole. Parole.”, che in un’emblematica battuta Amleto chiama a rispondere.

Perché le parole? Perché come suggerisce Saramago “Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano ed accarezzano. Le parole sono assenti”[4]; e la risemantizzazione e la reinterpretazione che Čechov offre del nativo di Stratford è d’una bellezza stordente.

Tuttavia l’autore dei Giardini di ciliegio non è l’unico ad ispirare la propria penna al più famoso drammaturgo di sempre, a testimonianza della presenza di Shakespeare nella cultura russa, seppur apparentemente insolita. Persino il protagonista del romanzo “Padri e figli” di Turgenev, un libro che parla per tutti e parla di tutti, è ritrattato dai critici con l’indicativa espressione “era un Amleto che voleva fare il Don Chisciotte”. Orbene, quest’ultima postilla della critica letteraria ci propone inoltre la regola con cui l’influenza shakespeariana riscosse consenso, ovvero mediante la contrapposizione fra le figure di Amleto e Don Chisciotte; ed il parallelismo fra questi due eminenti personaggi è soprattutto caratterizzante della volontà civile e letteraria presente in Russia a quel tempo: voler essere Amleto finendo per restare Don Chisciotte. Ma badate, entrambi erano funzionali ed essenziali allo sviluppo della coeva società russa: l’uno permise l’evolversi dell’altro.

Ciononostante, benché già in opere come “La povera Lisa” di Karamzin la tendenza al suicido di Ofelia è indiscussa, era consentita esclusivamente la lettura del romanzo di Cervantes. Solamente con l’ascesa al potere di Nicola I l’amletismo poté propagarsi non più clandestinamente. Questo anche perché la Russia del tempo aveva necessità di un modello cervantiano, come esempio di qualcuno che ha fede in qualcosa al di fuori di se stesso. Pertanto, alla formula “finiva con l’essere Don Chisciotte” non va accollata alcuna accezione negativa, poiché, come detto, egli fu di vitale importanza. No, non un errore d’imprudenza quel egli. Non raffigura solamente il personaggio che in quanto persona merita un pronome personale, ma un uomo e un sogno, ancor oggi vivo nella mente di molti… Basta ascoltare Prospero: “se crediamo che la realtà sia fatta di un’altra stoffa rispetto ai sogni sbagliamo”.

Ed eccoci tornati al punto, all’essere del Gabbiano Čechov, all’essere Amleto Shakespeare. Forse non sapremo mai quanti e quali pezzi ogni autore dosa nelle sue mille parole, ma in fondo, quel che a noi rimane vale il doppio: un autore ed suo personaggio: un uomo a tutto tondo. E quanta forza ha tutto questo non è difficile da immaginare, si pensi solo, e sempre, alla potenza del mare che Prospero evoca, e chi qui Neruda prova raccontare:
Non è l’ultima onda col suo peso salino
quella che frange le coste e genera
la pace di arenile che contorna il mondo:
è il centrale volume della forza, la potenza distesa delle acque,
l’immonda solitudine affondata di vite.[5]

E non pensiate sia una forviante digressione. Di queste parole l’ultima è vita. E vita è l’inossidabile messaggio d’un qualsiasi Idiota, direbbe Dostoevskij. Sì, anche lui vorrebbe essere un Amleto ed è invece un Don Chisciotte. Ma noi, per l’appunto, l’amiamo comunque. Sia ad alta voce, con quel “ti amo” che Treplev grida, sia in silenzio, con quel “shh” che Nina risponde.

Anche perché poi, come Sorin ricorda nel Gabbiano: “Senza teatro non si può vivere”[6]; no, non si può.

[1]Anton Cechov, “Il Gabbiano”
[2] Asserendo affini i termini “metateatro” e “teatro nel teatro”.
[3] Oltreché Stanislavskij, oltre alla suddetta intuizione, dedico l’intero tramonto della sua vita alla messinscena dell’Otello al Teatro d’Arte di Mosca.
[4] Josè Saramago, Di questo mondo e degli altri, Cap. “Le parole”, pag. 32, Ed. Feltrinelli.
[5] Pablo Neruda, frammento da “Il grande oceano”
[6]  Antov Čechov, “Il Gabbiano”, Atto I, pag 251, Ed. Garzanti

 

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