Finiremo come l’Ungheria?

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Chi pensa che il football sia solamente un giuoco, per prima cosa non conosce il football e inoltre perde una eccezionale occasione di analisi della società e della sue trasformazioni. Per questo, tutto quanto diremo a seguire può essere riferito sia al football che alla società italiana.

Dopo 60 anni, non ci siamo qualificati per i Mondiali. Non si tratta di un episodio isolato, bensì del naturale, previsto e prevedibile ultimo atto di un costante declino del football italiano che dura ormai da dieci anni, come dimostrano ampiamente i risultati delle squadre di club italiane in Europa (Juventus esclusa).

In un’epoca in cui il football è divenuto prepotentemente globale ed un prodotto da vendere e posizionare nel mondo, il calcio nostrano – salvo pochissime eccezioni – rimane rivolto su se stesso, incapace di giuocare in un orizzonte internazionale, invischiato in anacronistici provincialismi per cui – ad esempio – qualificarsi per l’Europa League serve solo a sfottere i tifosi rivali e non ad impegnarsi in una competizione europea.

Le magliette di squadre di calcio più vendute nel 2016 a livello mondiale.

Le magliette di squadre di calcio più vendute nel 2016 a livello mondiale.

Condizione necessaria, seppure non sufficiente, per essere stabilmente ai vertici del calcio è avere danaro. Per contrattare i migliori giuocatori, allenatori, per investire nei vivai, per costruire stadi moderni, ecc.. E da dove vengono i soldi? Non certo più dagli abbonamenti dei tifosi cittadini, bensì dai diritti TV e dal merchandising. Il mercato inoltre non è più la città o al massimo la nazione, bensì il mondo intero. E dunque è nel mondo intero che va venduto il prodotto. La Serie A riceve meno soldi in diritti TV dalle televisioni di tutto il mondo rispetto alla Premier League o alla Liga spagnola e conseguentemente le nostre squadre sono meno ricche di quelle inglesi o spagnole. Sono anche meno conosciute e hanno meno tifosi: quindi venderanno meno magliette o gadget vari e incasseranno meno danari con cui poter competere con Barcellona, Real Madrid o Manchester City.

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Al di fuori dell’Italia, si percepisce chiaramente il terreno perso dal nostro calcio. Gli amministratori del movimento calcistico italiano dovrebbero farsi un giro per il mondo: in Asia o Sud America  – eccetto la Juventus – bisogna risalire al Milan di Sacchi per trovare una squadra che abbia la notorietà e il prestigio delle attuali migliori squadre europee. Gli stessi campioni scelgono di giuocare in un campionato piuttosto che in un altro ed è naturale che preferiscano andare dove gli viene garantita maggiore visibilità mondiale (che è – fra l’altro – correlata con maggiori guadagni).

Non siamo in grado di “posizionare il prodotto”. E non si tratta di concetti esclusivamente di marketing. Bensì di un atteggiamento e una strategia che hanno poi ripercussioni concretissime sul campo da giuoco. Se in Sud America, a migliaia di km di distanza dall’Europa, io entro in un negozio di giocattoli, trovo il modellino per costruire di numerosi stadi inglesi, del Nou Camp o del Bernabeu. Eccetto lo stadio della Juve, il resto dell’Italia è inesistente. Il bambino che passerà i pomeriggi a costruire lo stadio del Barcellona o dell’Arsenal diventerà probabilmente tifoso di quella squadra, pagherà per vederla, comprerà la sua maglietta o magari – se bravo con il pallone – vorrà andare a giuocare nelle sue giovanili. In sostanza, contribuirà attivamente a fare di quella squadra una squadra con buone possibilità di essere stabilmente ai vertici. Lo stadio del Real Madrid, il “Santiago Bernabeu” è il sito più visitato di Spagna e visitarlo costa 25 Euro. La forza del Real Madrid passa anche dalla capacità di concepire e costruire un “museo” capace di attrarre visitatori da ogni parte del mondo.

Non solo i tifosi, ma anche i giuocatori considerano sempre più la Serie A come un campionato di Serie B...

Non solo i tifosi, ma anche i giuocatori considerano sempre più la Serie A come un campionato di Serie B…

Il bacino di tifosi di una squadra (ora a livello mondiale e non più nazionale) è direttamente correlato ai suoi successi sportivi, i quali a loro volta contribuiscono ad aumentare il numero di tifosi. L’Italia è sempre più tagliata fuori da questo circolo virtuoso: i nuovi, giovani tifosi mondiali sono sempre meno attratti dalle squadre italiane, le quali – ahimè – sembrano non rendersi nemmeno conto che la realtà sta cambiando davanti ai loro occhi, concentrate – salvo poche eccezioni – sull’orizzonte cittadino o nazionale. Sembra che non ce ne importi nulla, perché ciò che ci sta a cuore è quello che accade nel nostro cortile: il derby, gli sfottò ai rivali storici, le piccole beghe interne alla Federazione, ecc. Per carità, benissimo la rivalità stracittadina, ma, oggi, ci deve essere di più, l’orizzonte e le strategie debbono essere più ampie. Altrimenti si rimane indietro e il risultato non solo sportivo sarà sempre più deludente perché i competitori sono sempre di più e sempre più agguerriti.

Un esempio: nel pacchetto dell’equivalente sudamericano di Sky c’è un canale tedesco in lingua spagnola che racconta le curiosità, le bellezze e le opportunità che si trovano in Germania. E mostra anche le gesta dell’Hertha Berlin o dello Schalke 04. Chi vede i programmi (molto ben fatti) di quel canale sarà più incline ad andare a studiare in Germania o diventare un tifoso di una squadra tedesca e quindi a contribuire al successo culturale, economico e sportivo di quel Paese. È un piccolo mattoncino, ma è un piccolo mattoncino che fa parte di una strategia del “Paese-Germania” che si rivolge al mondo, sottolineando le proprie virtù. Si chiama “soft power” ed è l’esercizio del potere al di fuori dei propri confini utilizzando non mezzi militari, bensí la cultura, la lingua, la scienza, lo sport. L’incapacità e la mancanza di volontà di comunicare con il mondo (perché è nel mondo intero che ora si giuocano i destini di un Paese ad ogni livello) si chiama invece provincialismo. Ed è ciò che caratterizza – salvo eccezioni – l’atteggiamento del “Paese-Italia” negli ultimi anni.

La Storia è costellata di continui declini di entità che sembravano occupare stabilmente posizioni di potere. Ciò accade per i motivi più diversi: economici, demografici, geografici, climatici, ecc.. I piccoli stati italiani del XV secolo, rivolti verso il Mediterraneo, centro dell’arte, della cultura e dell’economia persero progressivamente centralità dopo il viaggio di Colombo fino a sparire dalla mappa del mondo che contava. La Spagna e il Portogallo dominavano il mondo qualche secolo dopo, ma divennero realtà marginali quando la rivoluzione industriale e il capitalismo premiarono le economie borghesi e dinamiche del mondo anglosassone.

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L’Ungheria era così superiore ai Mondiali svizzeri del 1954 che la vittoria dei tedeschi in finale fu chiamata “il miracolo di Berna”” width=”896″ height=”504″ /> L’Ungheria era così superiore ai Mondiali svizzeri del 1954 che la vittoria dei tedeschi in finale fu chiamata “il miracolo di Berna”

Lo stesso accade nel football. Quando, a cavallo della seconda guerra mondiale, per essere una Nazionale vincente era sufficiente una decina di ottimi giuocatori e non una organizzazione complessa come oggi, la scuola calcistica ungherese era la migliore d’Europa. Nel ’52 l’Ungheria vinse la medaglia d’oro alle Olimpiadi, nel ’53 sconfisse gli inglesi in casa loro (nessuno ci era mai riuscito prima) con un incredibile 6-3 e nel ’54 perse – da strafavorita – la finale del Mondiale, contro la Germania che sarà poi accusata di doping. Oggi gli ungheresi occupano i piani bassi della scala del football mondiale. Eppure settant’anni fa dominavano il mondo…Anche a livello di club esistono numerosi esempi in tal senso: fino alla fine degli anni ’60, il Bologna era tra le migliori squadre italiane (per non parlare della Pro Vercelli o della Novese…). Cinquant’anni dopo, in un calcio dove non è più sufficiente avere alle spalle una città di medie dimensioni e un imprenditore cittadino ricco e in gamba, i felsinei possono aspirare al massimo a campionati tranquilli di metà classifica. Il mondo cambia e non tutti riescono a stare al passo.

Pablito come Puskas?

Pablito come Puskas?

Questi declini sono spesso lenti e se ne può apprezzare il procedere forse nell’arco di una vita. Oggi, la mancata qualificazione ai Mondiali 2018 ci appare un episodio grave, ma isolato. Esistono forti probabilità che si tratti invece un episodio di un declino già in atto da anni e che proseguirà anche in futuro. È tutt’altro che una follia immaginare che tra sessant’anni, mentre Brasile o Germania avranno 7/8 Coppe del Mondo nel loro palmares, i commentatori parleranno dell’Italia come oggi ci si riferisce all’Ungheria o al Bologna di tanti anni fa…

A quante balle abbiamo creduto?...I nodi, prima o poi, dovevano arrivare al pettine.

A quante balle abbiamo creduto?…I nodi, prima o poi, dovevano arrivare al pettine.

Vent’anni fa, si diceva che vent’anni di berlusconismo avrebbero rovinato l’Italia. Oggi, vent’anni (e più) dopo, possiamo affermare che la previsione era corretta. In una società che già non brillava per rispetto delle regole, dinamismo, senso della comunità e meritocrazia, il berlusconismo ha prodotto un’amplificazione dei nostri peggiori difetti, premiando l’apparenza rispetto alla sostanza, il “dare la colpa all’arbitro”, il pensare a se stessi, la mediocrità funzionale al proprio piccolo tornaconto, l’avversione ad assumersi le responsabilità, il tifo da stadio contrapposto al confronto di idee, ecc. ecc.. E non diciamoci che la colpa è del fatto che siamo un paese di vecchi: i giovani italiani “prodotti” negli ultimi anni non sono migliori dei loro genitori o nonni.

Va accettato invece che il cronico incedere in comportamenti e pratiche becere ha delle conseguenze. Lo stellone italiano non può sempre salvarci, soprattutto se il contesto nel quale ce la giuochiamo è sempre più grande e sempre più competitivo. Se alla fine degli anni ’60 perdemmo l’occasione di diventare un Paese pienamente europeo mettendo a frutto le energie positive liberate dal dopoguerra e dal miracolo economico, negli ultimi vent’anni abbiamo perso il treno per collocarci in una posizione di forza nell’attuale mondo globalizzato. Il nostro prestigio, la nostra immagine, la nostra autorevolezza, le nostre capacità di affrontare il nuovo orizzonte globalizzato sono in costante declino. E tutto ciò si traduce in risultati assai concreti come la mancata qualificazione ai Mondiali, la recente mancata assegnazione della sede europea dell’agenzia del farmaco o la posizione insoddisfacente nella classifica dei Paesi più visitati al mondo (dove noi dovremmo straprimeggiare considerando il nostro patrimonio). Purtroppo, in vari ambiti, da quello scientifico a quello sociale, economico e sportivo, non si annuncia nulla che faccia pensare ad una inversione di tendenza: in tanti, troppi contesti, un destino “ungherese” è ogni giorno più vicino. Povera Patria.

 

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