W la vita!

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Qualche giorno fa, sono rimasta molto infastidita per aver assistito all’ennesima dimostrazione di ciò che viene definito “solidarietà umana”, mentre, a mio parere, è solamente l’eco distorto di un sentimento privato altrui.
WhatsAppAd un certo punto, infatti, il led blu del cellulare che tenevo sul tavolo ha cominciato a lampeggiare: c’era un messaggio whatsapp in arrivo e dal momento che l’aggeggio non aveva emesso alcun suono, il mittente era sicuramente un gruppo, rigorosamente silenziato. Lo shock, però, non è stato quello di vedere 35 messaggi in appena dieci minuti, ma leggere il contenuto del dialogo, chiamiamolo così.

Premetto che il gruppo in oggetto rientra in uno di quei gruppi da quaranta elementi dove ci sono almeno quattro Paolo, sei Andrea, cinque Barbara, tre Federica ecc. Nomi che pochi, all’interno del gruppo stesso, sanno dire esattamente a quale essere umano corrispondano e ancor meno sanno abbinare correttamente a una determinata personalità. Uno di quei gruppi nati dopo aver condiviso un’esperienza, magari solo di poche ore. tastieraUno di quei gruppi, l’unico gruppo, nel quale sono stata inserita per default –avendo preso parte all’esperienza, appunto- e che mi ostino a non voler abbandonare solamente per avere un contatto “oggettivo” con la realtà –realtà che sembra così diversa da quella nella quale penso di essere immersa!

La lista di messaggi partiva con quello di Martina -una delle tre Martina che non sono ancora riuscita a individuare né per aspetto fisico, né per simpatia, né per pensiero-: “ragazzi, è morto Tizio. Lunedì c’è il funerale”. Da lì un susseguirsi di “mi dispiace, ci sarò”, “oh Dio, che brutta notizia, ci sarò”, “ci sarò anch’io”, “pure io”, “vengo anch’io” e avanti così fino a quello di Francesca “non lo conoscevo ma ci sarò”.
Non lo conoscevo ma ci sarò?! E perché?

Chi è Francesca? una persona compassionevole? una suora? una che si sente particolarmente coinvolta nel gruppo? Forse ha molto tempo libero e si annoia facilmente, oppure adora sbirciare nel dolore altrui o ancora, è curiosa delle trasformazioni fisiche che la morte produce sul cadavere di un uomo… Insomma, perché partecipare al funerale di uno sconosciuto?

doloreOvviamente, comprendo perfettamente il dispiacere che può nascere ogniqualvolta una vita si interrompe, di qualsiasi natura essa sia -umana, animale o vegetale. Tuttavia, ciò che provo nei confronti della morte di una persona che non ho mai avuto l’occasione di incontrare personalmente può essere definito in molti modi, tranne che in un sentimento intimo profondo. Piuttosto, si tratta di un senso di sconforto o di rammarico -a livello puramente razionale- proprio come quello che posso nutrire nei confronti di Giovanni, Maria, Egidio o la piccola Teresa morta per un errore medico, ma da qui a recarmi al loro funerale…

abbraccioOvviamente, comprendo perfettamente anche il valore, o meglio, il conforto che può recare un abbraccio, un sorriso o una stretta di mano ai parenti del morto –perfetti sconosciuti- che, però, sottolineo nuovamente, è esattamente lo stesso che può recare ai parenti di tutti gli altri morti al mondo.Allora, perché partecipare al funerale di Tizio e non a quello di Sergio, Antonella o Paola, visto che si celebrano nello stesso giorno di Tizio, nello stesso luogo e sono solo a mezzora di distanza! Francesca ci hai pensato?

Ad ogni modo, la cosa che mi fa letteralmente impazzire, non è questa penosa compassione per un cadavere qualsiasi e nemmeno l’improvvisa affettuosità verso ignoti, ma l’ipocrisia umana.
Scommettiamo che se Tizio, ancora in vita, avesse organizzato una gita in montagna, al mare, in collina, oppure un incontro per giocare a carte, a bocce, a freccette, oppure ancora un concerto del nipote, un reading di poesia in riva al mare o una mostra fotografica, Francesca non si sarebbe presentata? Prendo a esempio Francesca, ma il discorso è generale.

Lei, infatti, come il novanta per cento delle persone del gruppo whatsapp, quel giorno, a quell’ora avrebbe semplicemente avuto un altro impegno. Lavoro, figli e partner vanno per la maggiore, seguiti da spesa, palestra e parrucchiere –non si confessano mai pigrizia, reality preferito e “culo pesante”. Quando si tratta di un funerale, però, non c’è impegno che tenga, tutti liberi e quel che è peggio, il morto, probabilmente, sarebbe pure entusiasta di tanta partecipazione!

bimbaChe dire? Avrei preferito conoscere Tizio da vivo, eventualmente, e per quanto mi riguarda… ho un immenso bisogno di carezze, abbracci e strette di mano oggi. Oggi che lotto quotidianamente per trovare un senso e un conforto. Oggi che sono in grado ricambiare l’affetto, l’amicizia, una gentilezza. Oggi che respiro ed esisto…
Questo è il mio pensiero e la mia realtà, “la vita a modo mio”, anche se, ahimè, la realtà “oggettiva”, per quanto sconsolante, è quella incarnata virtualmente dal gruppo whatsapp che mi ostino a non abbandonare, magari, chissà, proprio per paura di ritrovarmi sola al mio funerale!

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

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