Sopra questo cielo, sotto questa terra

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Il ritmo incessante e martellante di un rito senza senso rimbombava nelle orecchie degli iniziati. La grotta scura e umida, illuminata da poche candele, rendeva l’animo inquieto. Farsi convertire a forza, per il volere di un Dio che non si è mai svelato, da uomini brutali dai visi sadici: perché? Il mondo pareva stesse finendo proprio in quel momento per la tribù che sfortunata aveva accolto lo straniero. I visi terrorizzati di donne e bambini non impietosivano i fanatici, i quali proseguivano senza pause il loro lavoro. Il bambino si distese nella pozza d’acqua gelida; ebbe un tremito che gli percorse tutta la spina dorsale. Il viso era dipinto per metà d’una polvere argentata: il suo scopo era coprire il nero della pelle, marchio – a loro dire- di un dio oscuro e maligno. Gli occhi del bambino erano fissi verso il suo carnefice, che sorrideva compiaciuto mentre gli spingeva la testa in acqua: lo tenne fermo finché egli, senza più aria nei polmoni, iniziò a dimenarsi per tornare a galla. Quindi lo strattonò affinché si alzasse e velocemente lasciasse il posto al prossimo iniziato. Il sacerdote non aveva tempo di essere cortese. Tutti loro rimanevano pur sempre nati dal maligno. Il marchio sarebbe stato indelebile.

Non posso rimanere qua. Lo stomaco era un groviglio inestricabile di angosce e timori. Cosa abbiamo fatto di male? Perché ci tolgono la nostra amata terra, le nostre credenze, il nostro Dio, giudicando tutto ciò falso e millantando loro stessi come unica stirpe in grado di riconoscere il vero Essere superiore? Cosa ne sanno di Dio, loro che ammazzano chi si oppone, che infrangono le sacre regole della natura, che non hanno rispetto, che non hanno misericordia?
…Che non hanno misericordia. Sono arrivati da noi affamati e stanchi, reduci da un lungo viaggio in terre a noi sconosciute. I volti pallidi scavati fino all’osso, gli occhi spenti. Sono arrivati nel nostro mondo stremati, prossimi alla morte: non avevano nemmeno la forza di gesticolare per farsi comprendere. Li abbiamo aiutati come fossero stati della nostra tribù: avevamo il nostro cibo per saziarli, avevamo le nostre erbe ad assisterli, i nostri savi a medicarli. Ci sorridevano riconoscenti, senza parlare capivamo che erano grati. Si rimisero in forze: più si mangia più cresce la fame, però.

Pregavano in una lingua a noi sconosciuta, si portavano appresso ciondoli con strani simboli e strani oggetti quadrati che si aprivano e dove recitavano ciò che probabilmente volevano dire i strani segni disegnati in essi. La fame. La forza fisica. L’arroganza che cresce man mano che si torna potenti. Dapprima tranquilli, divennero sempre più inquieti: ora i loro sguardi sinistri lanciavano disprezzo mentre noi facevamo i nostri riti. Non volevano più che li toccassimo, ma continuavano a rimanere tra noi, se non per brevi momenti della giornata dove andavano in esplorazione.

Tornarono una sera. Tornarono silenziosamente. Tornarono con le armi puntate contro di noi. Ci presero di forza uno ad uno: mio fratello di sangue e di spirito, da sempre uomo di valore e di azione, tentò di liberarsi. Ora è libero per sempre, ma ha abbandonato qua me, su questa terra che ora ho paura a toccare, da solo. Ci portarono dentro la grotta, quella dove nessuno di noi era entrato, quella dove pensavamo provenissero le energie oscure. Il loro culto ha bisogno del buio per nascere. Il nostro era sempre stato in armonia con la natura, la quale seguiva il suo corso: luce, buio, luce, buio. Per loro tutto nasceva da una profonda voragine dentro la terra, nella più totale oscurità. Per loro tutto nasceva dalla paura e da una conseguente salvezza: erano in debito con il loro Creatore. Noi non avevamo nessun rapporto subordinato, vivevamo in pace con noi stessi e con il nostro Dio. Per loro eravamo esseri ancorati ancora al buio: portarci alla luce li avrebbe resi belli di fronte al loro Dio, si sarebbero sentiti sdebitati. Ci spinsero dentro quel luogo umido. Ci imbrattarono di una strana polvere luccicante. E fecero quello che dovevano fare.
Con quale misericordia avevano ammazzato colui che si oppose? Con quale misericordia ci vollero lavare di un peccato che non avevamo?

Non sarei mai rimasto lì.

Sentii il senso di vomito che aumentava, il respiro sempre più frequente e spezzato. Avevo paura. Una paura folle di quell’oscurità forzata: non era come la notte, non era una fase. Era eterna come il loro debito verso quel Dio che non conoscevano nemmeno. Fu il mio turno: mi sedetti come il bambino, anch’io fissando il sacerdote dallo sguardo impietoso. Cercai di immagazzinare più aria possibile senza farlo notare. Volevo che credesse che fossi senza fiato. Mi mise la testa dentro l’acqua. Dovevo pensare alla morte, dovevo giungere, senza dimenarmi, vicino all’ultima tappa di questa vita. Rimanere in bilico tra luce e buio, tra il mio Dio e il loro Dio, perché solo così sarei stato libero di fuggire: se fossi morto avrebbero lasciato il mio corpo esanime fuori dalla grotta, in pasto agli animali.

Dovevo pensare a te, che non ci sei più. Con quanta brutalità la tua energia vitale è stata estirpata. Ebbi un tuffo al cuore, in quel preciso istante, mentre ti trapassavano il petto. Ho sentito il tuo dolore, l’ho vissuto con te. Vorrei esserti vicino ora, ma il mio istinto dice che non è ancora il momento. Devo seguire il suo volere. Il mio cuore battè sempre meno, le mie membra cedettero alla mia volontà, al mio scopo. Il sacerdote mi tirò fuori di peso qualche minuto dopo, mi strattonò per vedere se reagissi. Sentì il battito: troppo debole per una persona non abituata a sentirlo. Non ci mise molto a rendersi conto che ero “morto”: forse una verifica più accurata mi avrebbe smascherato, ma non aveva tempo né interesse. Chiamò un altro sacerdote, mi sollevarono e mi portarono fuori dalla grotta. Mi buttarono sul terriccio polveroso e rientrarono.

C’ero solo io, con la mia terra e il mio Dio. Stava albeggiando, il mondo pareva dormire ancora. Le fronde degli alberi non si muovevano, non si sentiva il verso di alcun animale. La Natura sembrava proseguire il suo ciclo, indifferente alla tragedia che la mia tribù stava vivendo. Eppure sembrava che, tra quelle nubi rosee, quel paesaggio ancora bluastro, ella mi stesse sorridendo. Ché non sarebbe finito il mondo. Ché nemmeno la mia tribù, il tuo ricordo, fratello mio, il tuo cuore sarebbero spariti, finché avrei corso tra questi alberi, sotto questo cielo, sopra questa terra.

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Chi lo ha scritto

Beatrice Toffolutti

Sito web

Beatrice è una studentessa di Lettere all'università di Udine. Materia dei suoi racconti sono spesso i sogni che le si imprimono nella memoria, dai quali cerca sempre di scovare qualche riflessione. La scrittura e la fotografia sono le due grandi passioni di cui non può fare a meno.

Cosa ne è stato scritto

  1. Costanza

    Beatrice, che dire, sei ogni volta una sorpresa fantastica. La tua storia incanta, cattura, provoca. Continua a scrivere, continua a vivere questa tua passione, credici sempre, in ogni caso!

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