La strada di Marco (seconda parte)

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Qui trovate il racconto della prima parte della strada percorsa da Marco. Il viaggio continua…

sartoria

Il profumo che si spandeva nella stanza lo risvegliò. Era svenuto da più di un’ora ma sembrava non fosse trascorso un istante da quando, fulminei, erano passati nella sua mente l’immagine di quella donna e il ricordo del luogo in cui, per la prima volta, si erano incontrati.

- Vuoi?

Aprendo appena le palpebre, Marco si accorse del fumo che usciva dalla tazza che la donna gli stava porgendo. Si fece istintivamente scudo con la mano, stupito della posizione insolita in cui si trovava e dalla voce femminile che, con dolce fermezza, lo stava riportando alla realtà.
La donna appoggiò accanto a lui la bevanda che avrebbe dovuto recuperarlo al mondo; ed il fruscio delle sue vesti lo invitò a guardarsi intorno.

-E’ ancora caldo, bevi, ora…

L’accento straniero si mischiava al profumo di spezie e ai colori scuri della stanza, velata da un pulviscolo costante, dovuto, forse, all’affollamento di tessuti in ogni angolo, pigiati all’inverosimile.

Marco fece per rialzarsi, ma si accorse di non averne le forze. Forse aveva anche la febbre, dati i brividi che lo percorrevano. Seguì con gli occhi la donna mentre si dirigeva a prendere qualcosa. Ricordò perfettamente la stanza di ospedale vicina a quella di sua madre, dove aveva incrociato per giorni il suo sguardo assente. La ritrovata vitalità della donna e l’ambiente totalmente diverso faticavano a coprire il ricordo della precedente esperienza.

La donna tornò con una coperta più spessa e l’appoggiò sulle gambe di Marco.

-Mi chiamo Jiang.
-Marco.

Si guardarono senza dire niente. Anche la figlia di Jiang non c’era più, come sua madre.

Entrambi si ritrovarono all’improvviso complici di un dolore, della sofferenza che non si esterna, delle piaghe dell’anima che non si rimarginano.

Qualcuno bussò. La donna stavolta abbandonò la sua dolcezza e andò velocemente ad aprire la porta, socchiudendola alla vista di Marco. Poche parole con qualcuno là dietro e tornò un po’ rabbuiata vicino a lui.

Marco aveva avuto la possibilità, nel frattempo, di guardarsi attorno con più calma: lo squallore della stanza era evidente, la confusione di oggetti estrema, un profondo senso di disagio ed inquietudine si sprigionavano da quell’ambiente. Jiang trascorreva là giornate ben più lunghe, forse, di ventiquattro ore. Nella mente scorrevano i sogni di vite diverse, tenuti insieme dal rumore meccanico ed incessante della vecchia macchina da cucire, infinito e sempre uguale.

La sartoria di Jiang era diventata parte integrante del quartiere. Jiang vi si era trasferita, dopo il suo viaggio dalla Cina, quindici anni prima, alla fine di una lunga ricerca fatta di lavori diversi, umili e sempre poco remunerati. Nemmeno ricordava più come aveva fatto ad arrivare sin lì, gli anni si erano srotolati tutti uguali come pezze dal tessuto incolore e stantio, che l’umidità aveva provveduto ad ammuffire prima del tempo. Anche i vicini non ricordavano quando vi fosse arrivata. La trovavano lì ogni mattina. La sera, quando tutti rincasavano, lei era ancora alla sua macchina da cucire e la si sentiva sferragliare fino a tardi, fino a che anche il suo cellulare, perennemente sintonizzato su un’improbabile contatto asiatico, smetteva di sibilare fonemi incomprensibili e tutto svaniva. Per riprendere l’indomani.

-Ora devo uscire, torno fra poco.

Marco rimase solo nella sartoria. Si mise a sedere, respirando a fatica. Il poco cibo ingerito e la lontananza da casa l’avevano reso debole ed instabile, ma una rinnovata curiosità stava prendendo il sopravvento. Ora che la donna era improvvisamente dovuta uscire, si mise a curiosare per la stanza. Alcuni giocattoli alla rinfusa in una cesta, decine di rocchetti di filo colorati sparsi ovunque, ritagli di stoffe, cerniere, bottoni dalle strane forme, appunti scritti in una lingua sconosciuta. Il cellulare cominciò a ronzare e Marco lo fissò per un attimo, impaurito dal suono vibrante ed imperioso; poi tacque. Nel muoversi Marco urtò leggermente, ad un lato del tavolo, un quaderno, che cadde, aprendosi. Vi erano incollate alcune foto che ritraevano Jiang con la figlia in situazioni banali ma quanto mai intime, fra sorrisi di gioia o mute speranze che alla carta stampata non è dato rivelare appieno, ma solo far intuire o immaginare. Rivide sua madre per un attimo, un flash doloroso ed improvviso, che subito scacciò via.

-Eccomi!

Jiang aprì la porta e, con sollievo, appoggiò una sporta piena di cibo sul tavolo. Sembrava sollevata da chissà quale peso. Lo guardò con riservata dolcezza e cominciò a pulire le verdure appena comprate.

Marco si sentiva in imbarazzo mentre le parole gli rimanevano in gola. Era strano trovarsi lì e, al contempo, familiare.

-Posso aiutarti?
-Certo. Intanto metto a bollire dell’acqua.

La cena trascorse tranquilla, un certo riserbo da parte di entrambi era scomparso mentre ciascuno ebbe modo di conoscere nell’altro una parte di sé, nonostante appartenessero a mondi così lontani. Con semplicità, due solitudini, incrociate per caso, si erano riconosciute.
Marco l’aiutò a sparecchiare la tavola e ripose con lei le cose essenziali in minuscoli mobili scuri appesi alle pareti.

Il cellulare ronzò di nuovo. Jiang nervosamente parlò con qualcuno per qualche secondo e terminò in fretta la chiamata.

-Qualche problema?- chiese Marco. La donna stavolta non aveva voglia di raccontare.
-No, niente niente … -e guardò verso la finestra. Un’ombra sembrava essere passata dietro i vetri ma a Marco parve solo il risultato della sua fantasia e dei troppi film visti.

Intanto il sole era calato da un pezzo. La stanchezza dell’insolita giornata appena trascorsa aveva affaticato entrambi.

-Ti preparo per dormire? Vuoi rimanere?
-Grazie. Domani poi vedo …

Jiang gli preparò le coperte e gli offrì un cuscino. Ancora una volta gli odori dei tessuti e della stanza lo infastidirono ma ormai erano divenuti quasi familiari e sorrise con riconoscenza alla donna che lo aveva accolto.

Nel giaciglio improvvisato Marco ripensò a suo padre, che forse lo stava cercando con rassegnata disperazione. Da tempo il dialogo tra loro si era come frantumato, con il passare dei giorni e dei mesi. Ma nemmeno questo pensiero gli permetteva di immaginare un ritorno a quella che era effettivamente la sua casa. I pensieri gli facevano strada e, davanti a lui, un mare di sensazioni e situazioni nuove e impreviste sembrava lo chiamassero. Si addormentò.

Fino a che lo scosse di nuovo il suono sgradevole di un cellulare.

 

….la strada di Marco continua…

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Chi lo ha scritto

Milena Pellegrini

Scrivere è l’attività che più mi piace, insieme a tante altre... Mi interessa tutto ciò che è arte, dal teatro alla musica dal cinema alla pittura... Negli ultimi anni cerco di esprimermi anche con la fotografia, che ritengo congeniale alla scrittura e complementare ad essa, in taluni aspetti. Mi piace moltissimo viaggiare e, logicamente, scrivere qualche “reportage” di viaggio e realizzare filmati, aggiungendo musica. Mi entusiasmo, sono curiosa, desiderosa ogni giorno di imparare qualcosa di nuovo.

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