“It”: scivola, non galleggia

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Considerando che “It” è un’opera su un clown selvaggio che incarna la paura che prende vita, il film prende più della metà del suo tempo di esecuzione per stuzzicare più che gli incubi qualcosa che induca all’incubo.

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It

Regia: Andrés Muschietti
Sceneggiatura: Chase Palmer, Cary Fukunaga, Gary Dauberman
Soggetto: Stephen King (Romanzo)

Paese: Stati Uniti
Genere: romanzo di formazione, horror
Durata: 135 minuti

Interpreti:
Jaeden Lieberher: William “Bill” Denbrough
Bill Skarsgård: Pennywise/It
Wyatt Oleff: Stanley “Stan” Uris
Jeremy Ray: Benjamin “Ben” Hanscom
Sophia Lillis: Beverly “Bev” Marsh
Finn Wolfhard: Richard “Richie” Tozier

Consigliato a: Romantici degli anni ’80, ragazzini bullizzati, fan di boyband improponibili
Sconsigliato a: Clown depressi per il poco lavoro, bulletti di quartiere, fanatici di King

Questo non è suggerire che “It” non cerca di essere spaventoso molto prima che raggiunga questo obiettivo. Tutti i segni rivelatori che puntano verso la comprensione di un film dell’orrore ci sono: musica drammatica, jump scares vecchio stile, adolescenti incazzati e traumatizzati dai bulli che intagliano le panceC’è poco gore ma tanti primi piani di Pennywise.

it-recensione-film-codaQuesto nuovo It si discosta da tutto: dal romanzo di King alla miniserie anni ’90. Il film di Muschietti in effetti non è efficace in quanto film dell’orrore ma in quanto miscela vincente di più fattori. Abbiamo gli sfigati alla Goonies e tutte quelle emozioni da revival che solo un vero fan di Richard Donner può provare; la caratterizzazione dei personaggi e la crescita emotiva di “Stan by me – ricordo di un’estate” (anche questo trasposto dal corpus kinghiano, ovvero il racconto “The body” da “Stagioni diverse”); lo spavento stile “Piccoli Brividi” anche se il film ha Ratings R. In più tutta la vicenda è narrata non più dai lontani anni ’50 ma da un super in voga ’89.

In molti aspetti inoltre il film si discosta dalla sua controparte cartacea, ma in qualche modo le resta fedele nello spirito. Forse più della miniserie con Tim Curry e quell’orrendo ragno gigante (ma si sa, il tempo è una puttana con gli effetti speciali). Vi sono molti riferimenti espliciti e molti inside jokes riferiti al libro. Anche se la parte più oscura scritta da King non viene mai messa in scena, quel marciume e quella sgradevolezza di cui ti innamori leggendo di nascosto It quando hai dodici anni. Non ci sono barboni che “succhiano il cazzo” per qualche dollaro, nessun “frocio” viene malmenato, nessun riferimento a piattole che si attaccano allo scroto, nessuno si vomita addosso o fa sogni bagnati a base di nazisti e omicidi e nessuna “troietta” viene ricoperta da sangue di scrofa. Tutto ciò che fa davvero paura perché insito nell’uomo e che King descrive così bene nei suoi libri, da “Salem’s Lot” a “Mr. Mercedes”, è solo accennato nel film (il padre di Beverly). Rispetto al lavoro del Re dell’orrore questo It è romantico nella maniera giusta, ma orrorifico in quella sbagliata.

E si è fatto anche un gran vociare per l’assenza della scena di sesso tra i ragazzini, punto fermo di passaggio per “diventare grandi”. Impossibile riprodurre sul grande schermo questa maxi orgia di minori che lo stesso Stephen King continua tutt’ora a difendere. Il fatto che non si veda la povera Beverly che la dà via in amicizia è solo un dato positivo. Il fatto che il tutto venga risolto con tanta delicatezza poi è solo un punto a favore per Muschietti (“Brace d’inverno/ i capelli tuoi/ dove il mio cuore/ brucia”). Va bene che It è fondamentalmente un libro di formazione che parla di riti e talismani (chi ha notato la tartaruga Lego?), però si può anche far a meno di porno tra pre-adolescenti.it-1 cast

Il cast di ragazzini è eccezionale, uno su tutti Finn Wolfhard, già visto in “Stranger Things”. Sophia Lillis, la quale interpreta Beverly, fa quello che deve fare: far innamorare fin da subito chiunque la guardi. Bravissima anche in una delle scene cult, ovvero in quella del lavandino. E poi lui, Bill, il più piccolo della famiglia Skarsgård: un Pennywise meno divertente di quello di Curry ma creepy all’ennesima potenza. Accentuando i suoi movimenti con la CGI si voleva sfruttare un riflesso molto umano: il terrore che deriva dalle figure umanoidi che si muovono in modo non propriamente correlato alla fisica, ma di poco; quel dubbio che viene guardando un’ombra stagliarsi sul muro in maniera inaspettata. Effetto portato a casa con successo.

E adesso ci si rivede tra 27 anni. Chi darà il volto ai ragazzi, ormai cresciuti, del Looser’s Club? Sarà un sequel più splatter e pauroso del suo predecessore? Dobbiamo solo aspettare fino al 2019.

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