Insinna, Colasante e Marrazzo. Le vie italiane della riabilitazione

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Tre storie dalle quali emergono molteplici aspetti comportamentali, tutti confluenti in una distorta considerazione di sé e degli altri, certo risalente a traballanti quanto preoccupanti basi educative.
L’osservazione dei fatti si dimostra utile a comprendere le cause e gli effetti di un comune modus operandi che, considerata la cronologia dei casi di specie – 2009, 2011 e 2017 –, rende alto il rischio di emulazione, diffuso attraverso gli odierni e/o i tradizionali media, tra i quali la televisione occupa ancora un considerevole e ambito spazio, come si evince dall’episodio più recente e avente quale protagonista Flavio Insinna.
Insinna cb 2L’attore, nonché noto conduttore televisivo della trasmissione “Affari tuoi”, è stato registrato di nascosto, durante un fuorionda. In quell’occasione espresse parole discriminatorie, sprezzanti e disdicevoli nei confronti di una concorrente, colpevole – secondo il semicomico – di essere bassa, ma non solo: “Una nana ha giocato. La si porta di là, la si colpisce al basso ventre e si dice: ‘Adesso tu rientri e giochi. Perché è RaiUno, non Val d’Aosta News, li mortacci tua!”. Ma questa è solo una delle pessime esternazioni, come si è appreso poi.
Quasi seduta stante, l’occulto operatore diffonde la registrazione in rete che – come sempre più spesso accade – diviene virale, al punto di perderne il controllo e, così, quella che poteva contenersi in una legittima indignazione sconfina, va oltre il consentito, assumendo la forma di una vera e propria gogna mediatica.
In definitiva, al torto di uno, Insinna, si aggiunge quello di altri, tanti italiani che, anziché limitarsi ad esprimere un’opinione, magari dura, si scagliano con veemenza usando lo stesso linguaggio depositario di pari se non maggiore discriminatoria consistenza.
Ma la situazione confusionaria infittisce le nubi e, paradossalmente, concede al vero trasgressore un’altra possibilità: tentare di riabilitarsi, operazione che intraprende dapprima sul web, con pessimi risultati, e poi sul mezzo a lui più congeniale: la televisione, dove il pubblico non può intervenire ma solo sorbirsi quanto dall’alto viene imposto. Oltretutto, nel suo spazio-habitat il semicomico può continuare a fingere, a recitare la parte del buono, come sta facendo attualmente nel programma “Carta Bianca” di Bianca Berlinguer, in ogni puntata del quale l’ex conduttore si trasforma in inviato, raccontando delle storie davvero importanti, degne di trattazione, peccato che lui non sia più credibile o, peggio ancora, che non abbia atteso di rieducarsi prima di ripresentarsi al pubblico.

Abbazia di Montecassino, nel Lazio.

Abbazia di Montecassino, nel Lazio.

Una piega diversa, invece, ha preso la vita di un altro volto noto della televisione, il giornalista nonché ex governatore della Regione Lazio, Piero Marrazzo. La sua vicenda, seppur etichettata quale scandalosa – si apprese che il politico avesse l’abitudine di frequentare trans e fare uso di cocaina – poteva tranquillamente concludersi nella sfera privata; invece Marrazzo tenta la strada della riabilitazione, ma non una semplice e riservata. Per riconciliarsi con la sua anima sceglie l’imponente abbazia di Montecassino, sotto l’egida del vescovo Pietro Vittorelli, prelato abituato a frequentare il potere politico-industriale e che, peraltro, pochi anno dopo finirà anch’egli in uno scandalo: sottrazione indebita di denaro dalle casse dell’abbazia (oltre 500.000 euro, con l’aiuto del fratello, intermediario finanziario) ed organizzazione di feste a base di droga e sesso (ragazzi escort e orge, anche a Roma, dove si era trasferito dopo la rinuncia alla vita monastica); ma questa è un’altra storia, italiana e triste.
Marrazzo trascorse circa due settimane tra le mura benedettine, i giardini e il cielo. Al termine del lussuoso soggiorno, integra il percorso religioso con una trovata ancora più eclatante, scrive una lettera al Papa. Chiede a Papa Ratzinger di essere assolto dai suoi peccati. Chissà, forse si era dimenticato che esistono i confessionali, rintracciabili in tutte le chiese, peraltro numerosissime a Roma. Ma non sarebbe stato spettacolare, come invece si addice agli italiani fondamentalmente istrionici.

Stoccolma, capitale della Svezia.

Stoccolma, capitale della Svezia.

E il teatro, per certi versi, ricorre anche nell’ultima storia, che vede protagonista un italiano all’estero. Giovanni Colasante, consigliere di Canosa di Puglia, viene tratto in arresto – tre giorni in carcere e successiva multa – con l’accusa di maltrattamenti al figlio dodicenne. Il fatto accadde davanti ad un ristorante a Stoccolma, dove il politico pugliese era in vacanza insieme alla famiglia e ad altre persone, tutte incredule e in difesa del concittadino, il quale, al ritorno dalla capitale svedese pensa bene di riabilitarsi all’italiana. Colasante sceglie il mezzo caro ad Insinna, la televisione; ma mentre il semicomico ne conosce ogni sfumatura, il neofita si lascia abbacinare dai riflettori, consegnando in tal modo un’altra pagina alla storia di quell’Italia spavaldamente arrogante, dove i bambini non sono posti al centro della vita, bensì – come ci racconta questo caso e i commenti che ne seguirono – in balìa di adulti che si muovono goffamente in un territorio a loro profondamente sconosciuto: l’educazione.

La realtà italiana sembra difficile da scorgere, ammantata com’è da una finzione ben gradita da tutti, o quasi.

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