Cosa puoi fare tu per la pace?

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Sul fronte di una porticina, nei pressi del “Peace Museum” di Vienna, è riportata la scritta “What can you do for peace?”.
Un interrogativo che, nonostante la sua potenza evocativa, appare relegato in ambiti ancora poco frequentati, condizione quest’ultima gradita da governanti e maggiorenti guerrafondai i quali ne sbandierano ipocritamente gli effetti per sostenere cause apparentemente umanitarie ma, invero, svisate ad arte e strumentalizzate al fine di ottenere i consensi necessari ai propri propositi.

Quando un concetto ne ingloba altri – come nel caso di cui si tratta – si è in presenza di un’espressione linguistica alta, perfetta, in grado di veicolare molteplici pensieri e riflessioni; ma, affinché chiunque possa interpretarne i significati reconditi e traslarli in gesti d’amore, diviene doveroso e fondamentale diffonderlo, nell’auspicio di costruttivi confronti.
I caratteri cubitali della scritta, inoltre, non sono affatto casuali ma rappresentano: un memento, per chi è già impegnato sul fronte, e un invito, per chi ha sempre voltato il capo dall’altra parte.

Ai secondi, agli indifferenti, è utile ricordare che esistono due tipi di luoghi bisognosi di pace: quelli dichiaratamente in guerra, o da essa minacciati, e quelli apparentemente in pace.
È possibile osservare che, mentre le grandi mobilitazioni di massa hanno il potere di coinvolgere moltitudini di persone e proiettarle in una pacifica opposizione contro le azioni repressive e/o lesive della libertà e dei diritti in generale; le questioni di pace apparentemente piccole, ma dannose al pari o più di quelle grandi, non godono della medesima dinamica.
E così accade che in frammentate aree degradate, nelle periferie di quel mondo superficialmente luccicante, si consumino i più orrendi delitti contro la persona, la cui unica speranza sembra affidata a singole voci coraggiose, pronte ad immolarsi per il ritorno della legalità e della libertà.
Cosa può fare per la pace quella persona che, ogni giorno, si trova a combattere da sola in una società senza più sani contenuti? Continuare a dare l’esempio, a ricordare che la prevaricazione – apparentemente lieve o spudoratamente spietata – serba in sé il peggiore germe.

La pace è una condizione collettiva di esistenza alla quale ognuno, tutti i giorni, è chiamato a dare il suo contributo.

La pace è una condizione collettiva di esistenza alla quale ognuno, tutti i giorni, è chiamato a dare il suo contributo.

La pace non è un concetto aleatorio, bensì una condizione collettiva di esistenza la cui percezione si basa su valori ben saldi quali libertà e serenità. Ovunque uno di questi sia minato, è compromessa quella condizione. Tuttavia, la denuncia di un soggiogamento istituzionale, politico-militare, o sociale, messo in atto da indefinibili figuri sulla scia di un inveterato sistema distorto, stenta a divenire di dominio pubblico e a ricevere la necessaria compenetrazione che consenta la spinta decisiva a riequilibrare le sorti. Lode, quindi, a tutte le voci isolate nelle periferie del mondo le quali, sprezzanti del pericolo – a volte fino alla morte –, aprono le strade per la libertà e la pace fra gli esseri umani.

Le ultime due notazioni sulla scritta “What can you do for peace?” rimandano a due messaggi subliminali: il primo è trasmesso dal colore rosso dei caratteri, evocativo dell’amore ma anche del sangue, versato da tanti innocenti – alcuni dei quali divenuti noti loro malgrado, nonché raffigurati in svariate immagini presenti un po’ ovunque al Peace Museum –; il secondo da un apparente disordine nella scrittura, in cui le parole non seguono la corretta allineatura perché, eccezionalmente, non ce n’è bisogno, essa avviene nel cuore e negli occhi di chi legge.

 

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