Autunno

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Seguivo i suoi occhi. Non li teneva mai fermi. Ora guardavano me, quasi mangiandomi, ora il cielo, ora le sue mani, ora l’anziano che passava piano in bicicletta.

Credo fosse innamorata, ma non di me. Era innamorata della vita. E non intendo la vita bella. Lei amava la Vita. Quella con anche il dolore, perché sapeva che nella Vita ci sono le ombre. E non ne aveva paura.

Seguivo i suoi occhi, che erano vivi. Uno deve imparare a guardare gli occhi della gente. Sono tutti diversi e dicono chi siamo. Lei era Emma. I suoi occhi erano verdi e grandi. Era piccola e vera. Continuava a parlare ed era stupefacente il modo in cui lo faceva. Lei parlava con gli occhi, quelle isole verdi annegate in un mare di latte. Li stringeva, li spalancava.
Alzò il viso l’ennesima volta verso il cielo e si riparò dai raggi del sole con una mano. Le chiesi se volesse i miei Rayban, mi rispose che no grazie, aveva bisogno che la luce le entrasse dentro.

Io la conobbi così. D’estate, e lei era estate. La conobbi in maniche corte e shorts, capelli sciolti e labbra rosse. Era bellissima, ma si sarebbe persa.
Mi piaceva Emma, perché era complicata. Ma complicata bella. E poi non assomigliava alle altre ragazze che mi erano piaciute: la sua personalità aveva per me qualcosa di sconcertante.
Era una di quelle ragazze che ti danno l’impressione di star bene da sole, ma quando era con me sembrava felice, felice che io fossi lì. Le piacevano le persone, le amava. Ecco sì, lei amava moltissimo. Tutti. E io sentivo che per una volta le sarebbe toccato farsi amare.
Arrivò l’autunno tutto intorno a noi. Le canzoni della radio erano diventate tristi, i pantaloni lunghi e le giacche uscirono mal volentieri dagli armadi. Gli zaini si svuotarono di creme solari, salviettoni e costumi per riempirsi di noiosi e pesanti libri. Lei era diventata come l’autunno, arancione e rossa dentro. Parlava di cose tristi e gli occhi le si erano velati di nebbia. Mi faceva paura. Era come se si fosse accesso un fuoco opaco dentro di lei.

Quando uscivamo, nei bui e freddi pomeriggi di fine ottobre, Emma non era Emma. Le mancava qualcosa. Roteava come sempre gli occhi intorno a sé e mi si raggomitolava fra le braccia e mi sembrava davvero minuscola e preziosa, ma fragile. Non aveva più nulla della sua grandezza che mi aveva fatto tremare le vene il giorno in cui la vidi per la prima volta. Io stavo attento a ogni suo gesto e mi preoccupavo. Sentivo che lei mi stava scivolando dalle mani e sapevo di non poter fare nulla, o almeno credevo e non capivo.
Erano le ultime settimane di scuola prima delle vacanze di Natale. Ero molto stanco per tutti i compiti e verifiche che stavo svolgendo e dovevo concentrarmi e non ce la facevo a pensare anche a lei e lei era così… così morta, come le foglie.

Finì così. Non avevo tempo di aspettarla o ero troppo egoista per dedicargliene un po’ di più. Perché noi pensiamo ad aver le cose in fretta, tutto e subito, ma le persone non sono così. Sono lente, ci vuole tempo con le persone. E io non ne avevo e non avevo pazienza, volevo che tutto tornasse ad essere semplice come in quei giorni d’estate. E me ne andai.
Mi andava bene così, avevo i miei amici. Stavo bene in fin dei conti, fino a quando non incominciai a pensarla, così, non perché mi mancasse. Incominciai a pensarla e basta.

Rividi i suoi occhi verdi, quando ancora erano vivi e liquidi, li seguì alzarsi verso il cielo e piantarsi dentro il sole, senza esserne minimamente infastiditi. Risentì la sua risata calda e la sua voce dire: “Ho bisogno che la luce mi entri dentro…”.
E capì di aver sbagliato tutto. Capì di non aver usato gli occhi giusti per osservarla. Con una che per vedere il mondo indossa gli occhi dell’amore, io avevo adoperato gli occhi di un ragazzo qualsiasi. Non ero stato capace di fare la cosa più semplice del mondo: spogliarmi di tutto e andarla a prendere là dove il suo fuoco d’autunno bruciava, in quello che noi chiamiamo cuore e che in Emma è solo essenza.

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