Settembre

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Arriverà settembre portando con sé pioggia che non laverà via niente. Darà un termine all’estate gridando forte, e così forte da non farsi sentire inietterà l’autunno nelle fragili architetture di parole scritte per essere cancellate. O meglio, dimenticate.

È l’inizio della vita presente, mascherata nella proiezione di ciò che sarà. O potrebbe essere. O dovrebbe, almeno, essere. Buone intenzioni, medie idee, cattivi presagi, voglia di rivoluzionare tutte le particelle rimaste ancorate a ciò che non è più. Il mese primo lavorativo, rivale del primo mese solare.

Ad un passo dal nuovo album dei Foo Fighters, un passo dal concerto italiano dei Rolling Stones, vaghiamo nei giorni in cui fioccano le iscrizioni in palestra e non abbastanza alle scuole di musica. Assistiamo poi emotivamente coinvolti e mentalmente inermi a caotiche risse in tangenziale piuttosto che ritrovare qualcosa che non ricordavamo nemmeno di saper fare: ascoltare. L’alibi dell’adrenalina soverchia ogni residuo di buon senso. Semplice, potente e inaspettata esalta i ricettori delle sinapsi come qualcosa di elaborato non riuscirebbe mai a fare.

Palestra, per un corpo tonico atto a offendere, difendere e conquistare.
Musica, per convincersi ad andare in palestra.

Cosa siamo diventati o cosa siamo sempre stati? Circondati dal comune pensiero che attraverso una semplice audizione, e “tanta tanta passione”, sia possibile il lancio verso una carriera artistica, politica o sportiva, concretizziamo rabbia e frustrazione in ogni risvolto della realtà. Proliferano blogger, youtuber, complotti!11!!, meteore artistiche e soprattutto la convinzione che chiunque possa accedere ad ambiti che per molto tempo sono stati appannaggio di pochi. Decade il rispetto per una élite preparata a discapito della convinzione per cui ognuno, in virtù del proprio coinvolgimento, abbia la capacità di affrontare qualsiasi ambito, dal montaggio di una libreria Billy al sorriso intelligente di Kim Jong-un. Muoiono le specializzazioni, muoiono i tecnici, muoiono i mestieri, muoiono le tradizioni e con esse la trasmissione di conoscenze solide e sofferte. I funerali rimangono deserti. Non ci sono lacrime perché anche piangere richiede un tempo necessario al superamento del lutto. Ma tempo non ce n’è. È stato perso di vista fino a dimenticare di averne avuto.

Amare la musica perché è emozione non implica sapere di cosa sia fatta. Basta l’istinto, è sufficiente “sentirla”. Perciò, frequentare una scuola è sbagliato. Se non c’è voglia di tornare a studiare, di percepire lo sconforto per un risultato che non potrà essere immediato, di capire regole e sistemi, di tentare e insistere e tentare ancora rischiando di non riuscire mai, iscriversi ad un corso è sbagliato. Giusto invece esprimere un’opinione, farsi partecipi dello spirito democratico per cui ognuno ha diritto e dovere di giudicare. Apparentemente come fenomeni slegati, esprimere un’opinione e non aver voglia di accrescere le proprie competenze attraverso una didattica strutturata hanno invece una conseguenza comune: l’abbattimento della qualità.

Da anni ci chiediamo tormentati dove andremo a finire. Un Paese decadente, una cultura che non piace, una politica che non ci rappresenta. E l’immigrazione.

La risposta, però, è alla portata. Da settembre si va in palestra.

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