L’ultimo dono

Share on Facebook33Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Vennero a lanciare secchi d’acqua in piena notte per smorzare le fiamme che ormai divampavano energicamente per tutta la casa; vennero per salvare quei due anziani che nel bene e nel male tutto il paese conosceva, ma non ci fu niente da fare. Il giorno dopo la casa era ormai annerita e distrutta e di loro due non vi era traccia. Le fiamme li avevano portati via, lontano con i loro fumi, in un mondo dove sarebbero potuti restare insieme nell’eternità.

E’ difficile vivere con lei. Ogni giorno una scenata diversa, ogni giorno urla e pianti. La gente del villaggio pensa che sia impazzita, dicono, chiama il prete che è indemoniata, dicono, dovresti legarla, ti farà del male. Io non bado a quelle male lingue, loro superstiziosi, vili, codardi, che tremano solo a guardare la propria ombra. Però non posso negar loro che non è più quella di una volta, colei che ho sposato per la vita e che ho amato: un male dentro la sta divorando senza mai darle tregua. Il mio amore per lei resiste ancora, ma è cambiato: è più taciturno, più sottile. Sto sveglio la notte e la guardo contorcersi nel sonno: l’accarezzo cercando di emanare chissà quale calore che possa proteggerla dalle ombre dentro se stessa. Le preparo la colazione, il pranzo e la cena che puntualmente rifiuta; la lavo, l’asciugo e la vesto, mentre lei si dimena e mi maledice. Camminavamo mano nella mano all’inizio, lei era la mia compagna, la mia pari, ci tenevamo testa e ci supportavamo a vicenda. Adesso io la tengo in braccio e avanzo tremante con le mie deboli gambe verso questo percorso che non so cos’altro ci riserverà.

Nessuno capiva cosa fosse successo. Avevano lasciato accesa una candela vicino alla tenda? Il fuoco nel camino con un colpo di vento si era espanso? Niente di tutto ciò. I compaesani si fecero il segno della croce: quella era tutta matta… Quella s’è portata all’inferno la casa e il marito. Dev’essere stata lei, non c’è dubbio. Qualcuno andò a chiamare il prete, quel luogo doveva essere purificato. Avevano sopportato fin troppo la presenza di una strega. Certe donne si sentirono sollevate dal fatto che se n’era andata prima che l’inquisitore la condannasse al rogo; gli uomini, invece, sentirono di aver perso un’occasione per la loro sete di sangue infetto. Ma tutti erano d’accordo: Dio aveva provveduto alla loro salvaguardia. Niente più urla, niente più cattivi raccolti, niente più sofferenza. La strega se n’era andata e con lui quel matto che la continuava a proteggere.

Continua a piangere. E’ tutto il giorno che non smette e che mi caccia via. Si tiene stretto lo stomaco, sbatte la testa sulle pareti. Vedere del dolore è sofferenza, ma vederlo in qualcuno che ami è una lenta morte. Quanto andrà avanti tutto ciò? Per quanto dovrò vederla con le lacrime agli occhi, mentre urla a ombre che non vedo, tremando e ranicchiandosi negli angoli bui della casa? Ricordo quando l’ho conosciuta: era festa in paese, la primavera era sbocciata con tutta la sua forza. La vidi appoggiata al tronco d’un albero, poco lontano dalle musiche e dai festeggiamenti, con la testa rivolta verso la chioma ricoperta di fiori candidi e novelli: i lunghi capelli corvini scendevano delicatamente sulle spalle e le coprivano il seno. Il collo era bianchissimo e sottile, il corpo snello. Rimasi incantato da quella creatura stupenda e incurante di ciò che la circondava: per lei esistevano solo i fiori sopra la sua testa. Mi avvicinai con cautela e alzai anche io lo sguardo: volevo vedere quello che vedeva lei. Avrei voluto avere i suoi occhi, sicuramente più puri e genuini dei miei. Era talmente concentrata che non si accorse della mia presenza se non qualche momento dopo: allora mi chiese come mai non ero a ballare, sorridendo. Era così bello il suo sorriso, ma ormai non c’è più e nella mia mente si sta sfocando. Cercai qualche scusa e le rivolsi la stessa domanda. Ieri notte ho fatto un sogno bellissimo, ricordo ancora quelle parole, era notte e io stavo davanti a quest’albero pieno di fiori luminosi: erano pura luce e potevano far invidia alle stelle. Ero così felice mentre lo ammiravo, mi disse, che adesso sto cercando di immaginarmelo di nuovo per sentire quella stessa sensazione.

Quando ci sposammo trovammo una bella casa di legno con un grosso albero in giardino: ricordo che ogni giorno la mia compagna si alzava silenziosamente dal letto, scendeva le scale e usciva per appoggiarsi al tronco dell’albero, esattamente come quando la conobbi. Io, sempre silenziosamente, mi alzavo dal letto e mi affacciavo alla finestra per osservarla. Era la nostra piccola e segreta quotidianità. Ora lei non esce più di casa, non guarda più la chioma, non ha più quel candore che irradiava le mie giornate e mi faceva essere grato di vivere questa vita. Vorrei vederla sorridere ancora una volta. Ormai siamo vecchi, abbiamo i minuti contati e questo nostro declino è di una sofferenza atroce. Vorrei vederla sorridere prima che il male me la porti via per sempre.

Qualcuno del paese aveva visto il principio dell’incendio: quell’ubriacone vagabondo che nessuno ascolta, sì, quello che dice un mare di frottole, se ne stava tornando oscillando nella sua umile dimora sotto il ponte, dopo un’altra bevuta di vino scadente, quando vide una scena a dir poco irreale: dapprima diede la colpa all’alcool, ma poi, avvicinatosi, sentendo il calore insopportabile sulla sua pelle non ebbe dubbi. Un imponente albero illuminava la via e la casa grazie alle sue fronde ricoperte di fiamme: sembrava vivesse di luce propria, come se le foglie e fiori fossero diventati stelle. Dalla finestra che dava sull’albero scorse una figura femminile che sembrava, al contrario di lui, non sentire il calore insopportabile. Guardava, senza muoversi, quella chioma luccicante che avrebbe fatto invidia alla notte stellata. L’ubriacone, conscio del pericolo, con l’ultimo barlume di sobrietà le urlò di andarsene, di abbandonare la casa prima che fosse troppo tardi. Ma lei non ascoltava più nessuno. Per lei non esisteva nient’altro che quel sogno divenuto realtà, l’ultimo e letale regalo dell’unico uomo della sua vita. E sorrise.

 

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook33Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?