Le otto montagne

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Mi trovavo in centro città per comprare un paio di scarpe, quando, passando davanti alla Feltrinelli vedo con la coda dell’occhio, esposte in vetrina, copie infinite di un libro dalla copertina blu, che mi cattura. Mi fermo per leggere il titolo e l’autore: si tratta de “Le otto montagne” di Paolo Cognetti, una fascia gialla attorno al libro ad indicarne il vincitore del Premio Strega 2017. Tentenno un po’, consapevole di essere di fronte a una scelta: o le scarpe o il libro. Ma bastano pochi attimi, la letterata che è in me prevale sulla modaiola: oggi mi va di camminare più con la fantasia che con un bel paio di scarpe nuove ai piedi.

Inizio la lettura il giorno stesso: un’amica mi telefona appena uscita dal negozio chiedendomi di raggiungerla per il weekend nel rifugio di montagna dove lavora. Colgo l’occasione al volo e nello zaino infilo anche il libro, che dal titolo sembra una lettura del tutto appropriata per il luogo che mi aspetta!

Ed infatti è così: la montagna è protagonista indiscussa di questo romanzo che odora di vita. La montagna e l’amicizia semplice che sa sempre nascere dove respirare diventa più faticoso e le parole vengono misurate ed usate con criterio, per dire il vero del mondo in modo preciso e puntuale. Ed è questa la scrittura che ritroviamo fra le pagine del racconto di Cognetti, ispirato in certi punti, alla vita stessa dell’autore. È un libro dalla scrittura fresca ed inedita che tratta temi primordiali, riuscendo a svestirli di troppe elucubrazioni e lasciando in primo piano la semplicità e l’eloquenza dei gesti. Per chi ama la montagna sa di cosa sto parlando. Le parole di questo libro riescono perfettamente a rendere visibile nella mente del lettore ciò che un uomo o una donna provano quando entrano a contatto con la montagna, con la sua semplicità. Questa scrittura attenta, evocativa e silenziosa sa trasmettere al lettore molto più di ciò che è semplicemente scritto.

I protagonisti, Pietro e Bruno stringono un rapporto d’amicizia che si fonda su poche parole, ma dette sempre nell’attimo esatto, in quel momento dove la vita si fa più fragile ed è semplice raggiungere qualcuno nel cuore. Un’amicizia che nasce ragazzina e si costruisce nel tempo, al di là di ogni lontananza, sia fisica che “spirituale”. Un rapporto che in qualche strano modo è legato ad un passato del quale i due non conoscono nulla, ma che si ripresenta prepotentemente nelle loro vite, segnandole.

Vincitore_2017_Paolo_Cognetti-660x330La montagna, silenziosa in sottofondo, accompagna la crescita di questi due ragazzi attraverso le loro fragilità, i loro momenti di gioia, le loro domande. Domande che vengono formulate all’ombra dei boschi che circondano baite ed alpeggi; risposte che vengono trovate fra i passi che spingono i due ragazzi fuori dalle nuvole che avvolgono le vette. Ed è proprio lì, dove il sentiero finisce, e la salita non è più possibile, che i personaggi si ritrovano, riscoprendosi, facendo pace con se stessi. Perché la montagna non ti permette mai di portare sulle spalle più di quanto realmente ti necessiti: è in questa leggerezza esatta e impietosa che si trova la forza di ripercorre sentieri smarriti, di raddrizzarsi e riprendere il cammino.

Sullo sfondo di tutto c’è una città grigia, vuota di relazioni e piena solamente di doveri. Una città che sembra una gabbia, dove la vita vera ristagna e fa fatica a manifestarsi. Una città contrapposta al luminoso e antico borgo di Grana, il paese di montagna dove Pietro passerà le sue estati al fianco di Bruno. Un paese che ancora conosce la lentezza dei gesti, e ne conosce l’importanza; un paese che sa aspettare, che è regolato ancora dalle stagioni e dal duro lavoro; un paese che si trova altrove rispetto al mondo, in un luogo che sa di appartenere ormai al passato, dove ognuno deve contare su se stesso e sembra difficile trovar spazio, tempo e parole per gli altri.

La malinconia è uno dei sentimenti prevalenti di questo racconto, e si fa viva soprattutto nei ricordi della montagna che, quando ce ne si allontana un poco, tornano prepotenti alla mente, quasi come un richiamo, un’eco antica che arriva dal profondo. Ma è una malinconia che non lascia mai spazio alla vera tristezza, è una malinconia che tacitamente spera sempre un po’, che perfino crede che le cose possano cambiare, che non si arrende, che non vuole e non può arrendersi.

20170723_102835In fine, troviamo in questo libro anche un’intensa riflessione sul ruolo della paternità, quasi sempre descritta partendo da uomini che assomigliano fin troppo ai nostri veri genitori: apparentemente forti ed autoritari, ma realmente pieni di fragilità e debolezze. Uomini che fino ad una certa età non vogliamo, o fatichiamo a riconoscere; padri che, proprio per questa loro debolezza intrinseca, vengono allontanati dai figli; padri che ritornano nel ricordo e che vengono cercati attraverso misteriosi segnali lasciati cadere fra diari di rifugi. Un amore che viene scoperto e compreso quando forse è già troppo tardi.

È un racconto, questo di Paolo Cognetti che assomiglia fin troppo alla vita vera e che consiglio a chiunque ami la montagna, l’amicizia e i rapporti autentici. È una storia che sa toccare l’anima e che è dedicata a chi nella vita ci cammina e non è solo di passaggio.

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Cosa ne è stato scritto

  1. Gian Pietro "Jumpi" Miscione

    Non è un capolavoro, ma certamente un bel libro che vale la pena di leggere.
    Il suo valore, credo, risieda nello stesso oggetto delle critiche gli vengono mosse: si tratta di un classico romanzo di formazione, che racconta una classica storia di un rapporto contraddittorio con il padre e un’amicizia tra ragazzi che diventano uomini. Tutto molto lineare, senza sorprese.
    In un’epoca in cui la letteratura sembra inseguire ad ogni costo complicati intrecci narrativi e contorti rapporti psicologici, leggere un romanzo “alla Conrad” è un bel leggere!

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