Viaggio di un ragazzo della Guinea Conakry che è arrivato in Italia

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“Se avessi potuto scegliere fra la vita e la morte, avrei scelto l’America.”
[De Gregori, Bufalo Bill]

Di seguito il racconto di viaggio di un ragazzo della Guinea Conakry che è arrivato in Italia, su una barca, tre anni fa. Con le sue parole, le sue ragioni, senza filtri.

guia-MMAP-mdMi chiamo Lamarana, sono guineano. La Guinea è un Paese bello dove vivere. Fino al 2008 ho vissuto a Conakry, studiavo e aiutavo i miei genitori col lavoro. Alla sera uscivo con gli amici e le amiche. Andavamo a ballare, si stava bene, anche se la vita era dura. Le cose non sono mai state facili, ma tutto è diventato troppo difficile nel 2009: il 23 dicembre 2008 il presidente Lassana Contè è morto di malattia e ha preso il potere il Comandante Camara Daddys, con un colpo di Stato.

Dopo qualche mese, il 28 settembre 2009 i gruppi politici hanno organizzato un incontro con la popolazione allo stadio di Conakry per capire cosa fare, visto che Daddys non voleva fare le elezioni. Lo stadio era pieno, tutti avevamo aspettato quel giorno. Ma Daddys non voleva perdere il potere e così ha mandato i suoi soldati che hanno sparato alla gente: ci sono stati 158 morti. Da allora vivere in Guinea è diventato impossibile: tanta violenza, corruzione, stupri. I soldati hanno vandalizzato anche il negozio di mio padre, che così ha perso il lavoro. Io, per aiutare la famiglia, sono andato a cercare lavoro in Gambia. Ho lavorato a Serrekunda, in Gambia, per cinque anni: prima come facchino per tre anni, poi coi soldi da parte ho aperto un negozio di alimentari. Ho comprato un sacchetto di zucchero, poi un sacco di farina, due sacchi di farina, e piano piano ho avuto un vero negozio. Però poi ho chiuso il negozio per le troppe tasse. In Gambia il dittatore Yahya Jammeh vuole una tassa speciale che devono pagare i commercianti stranieri: se nel negozio hai 20.000 franchi di merce, 10.000 devi darli a lui. I dittatori fanno quello che vogliono perché sono aiutati dall’Occidente e perché le persone gli credono, anche se dicono tante bugie. Jammeh per esempio dice di essere un guaritore, ma lo dice per avere il consenso.

Io non avevo i soldi per pagare la tassa voluta da Jammeh, e allora sono andato a cercare lavoro in Senegal, a Tambacounda, ma ho visto che solo se hai già dei soldi puoi lavorare là. Sono rimasto solo un mese, poi sono partito e sono andato in Mali. Il Mali è un Paese grandissimo, ma c’è la guerra, è un posto molto pericoloso. Nella regione dell’Azavad c’è molto oro, petrolio, minerali, e nel deserto passano i trafficanti di armi e di droga. Lì i Tuareg, insieme agli integralisti islamici, combattono lo Stato maliano per fare soldi e imporre il loro regime. C’è un film che si chiama Timbuctu che racconta cosa succede in quella parte di Mali. A Timbuctu non puoi ballare, non puoi sentire la musica, non puoi nemmeno giocare a calcio. In Mali non si può vivere, allora sono partito per il Burkina Faso, per arrivare da lì in Libia. In Burkina Faso si viveva bene quando c’era Sankara. Con Sankara c’era la scuola e la sanità pubblica. Sankara è stato un presidente che ha pensato al suo Paese, non seguiva gli ordini dei francesi. Per questo è stato ucciso. Adesso in Burkina Faso ci sono troppi problemi col governo. La Francia vuole avere ancora il potere perché il Burkina Faso è uno Stato strategico, ma intanto la gente muore di fame. Ho visto un padre col suo bambino di due anni. Il padre mangiava e non dava niente al bimbo, anche se il bimbo piangeva e gli tendeva la mano. Quando li ho visti ho pensato che lì non si può vivere, se neanche tra padre e figlio c’è pietà. Lì nessuno può aiutarti se sei povero: meglio andare altrove.

136473-mdHo preso un autobus per andare a Agadez in Niger, per arrivare in Libia. Ho pagato per il viaggio diretto, 1000 km, ma invece ci hanno scaricato molto prima, a Niamey. Ci hanno detto che per andare a Agadez dovevamo pagare ancora.  Ho pagato. A Agadez ho visto la gente molto sporca, non fa la doccia, fa la cacca in un buco per terra. Li vedi perché lì è tutto deserto, non ci sono montagne, vedi la gente fare la cacca e pulirsi con la terra e poi mangiare con ancora le mani sporche. Anche il cibo che vendono è sporco: per la strada vendono una polvere da mettere sopra alla carne per insaporirla, come dado. Solo che non è dado: sono farfalle morte, secche. Ho deciso allora di partire per la Libia, per Sebha. Su un pickup da massimo 8 persone ne fanno salire 30. Ci teniamo stretti a dei rami che hanno messo attorno al cassone: ci si tiene aggrappati lì, con le gambe che penzolano, rischiando di cadere a ogni metro. Prima di partire compriamo 5 l d’acqua, copriamo le taniche con del cartone e dei sacchi di canapa per tenere il fresco, e poi latte in polvere, zucchero, polvere di manioca, un piatto, un cucchiaio, un lenzuolo per coprirsi dal vento e dalla sabbia: mangiamo anche lì sotto al lenzuolo, ma la sabbia entra comunque, la bocca si riempie di deserto.

Il viaggio nel deserto dura 7 giorni, ogni momento la paura di cadere, di forare, di ribaltarsi, di incontrare i banditi. Per due notti vediamo i banditi da lontano. Vediamo i loro fari, e allora spegniamo i nostri. Di notte, nel deserto, si vede la luce a 100 km di distanza, si deve viaggiare al buio. Dormiamo 4 o 5 ore per notte, l’autista dorme ancora meno di noi. È un vecchio, libico, gentile. Sicuramente si droga per poter resistere così senza dormire. Prima di trasportare persone nel deserto, faceva quelle stesse strade coi cammelli. Poi ci fu la guerra in Libia: i ribelli rubarono molti pick up del governo di Gheddafi, e si installarono ad Agadez. Anche la nostra guida vive ad Agadez e fa il trafficante d’uomini, ora, come lavoro. A metà del viaggio l’autista ci dice che il pick up è rotto e ci fa scendere a Dirkou, ci dice di stare nascosti, di non muoverci, che tornerà qualcuno a prenderci. Dirkou è in Niger, ma tutti chiamano già quel territorio “Libia”. Aspettiamo una settimana, sperando che qualcuno arrivi, invece non arriva nessuno. Dormiamo sotto agli alberi, qualcuno compra del cibo, io del pane e della Coca Cola. Poi, pochi alla volta, decidiamo di partire a piedi verso Al Gatrun. Ci mettiamo molto per raggiungere Al Gatrun, e una volta lì rimaniamo una settimana nel campo per rifugiati. Siamo davvero in Libia adesso. Al campo di Al Gatrun si pagano 10 euro all’entrata, ma se rimani fuori rischi di essere arrestato. I gestori di quel posto sono dei privati, degli arabi, e fanno un bel po’ di soldi: ci saranno almeno 200 neri che aspettano un pick up per partire. Molta gente che incontriamo ci dice che è rimasta bloccata lì: non ha i soldi per tornare indietro, non ha i soldi per andare avanti. Non c’è cibo, non c’è da bere. Una bustina di tè viene usata molti giorni: lasciata asciugare al sole, la si mette nuovamente nell’acqua, e forse un po’ si sente che sa di tè.

migraPer andare a Sebha si deve aspettare che arrivi un pick up, e bisogna di nuovo pagare: ci vogliono 150 euro. A Sebha rimaniamo due settimane. Il campo per clandestini è gestito da un nero che decide lui su che mezzo metterti, per farti arrivare a Tripoli. Io parto su un pick up, devo stare attento a non cadere, a non respirare e non mangiare troppa sabbia, a non coprire il retrovisore della macchina col corpo, sennò gli arabi si arrabbiano e ti battono forte sulla testa col fucile, ti rompono piedi e braccia senza problema. Se ti dicono “barra” che vuole dire “muoviti!”, e bisogna capirlo altrimenti ti picchiano.

Arrivato a Tripoli pensavo di essere arrivato a destinazione, nel luogo dove provare a lavorare e a vivere, ma quando arrivi lì, dopo il deserto, vedi che è ancora peggio che il deserto. Ogni tappa è peggio della precedente, ma non puoi tornare indietro. A Tripoli ci sono sempre spari, banditi, morti. La notte è meglio scappare dalla città e andare a dormire nel deserto. Ti chiedi come farai a vivere lì e capisci che non puoi. Solo che non puoi tornare indietro, costa troppo. Costa meno provare ad andare in Italia, come mi suggerisce il gestore del foyer. Quando me lo dice capisco che il suo lavoro è far passare le persone in Italia. Quando ti dicono che è meglio partire per mare hai paura, ma pensare di essere imprigionati, dover pagare 1000/1500 euro per uscire e nessuno che può pagare per te, essere imprigionati torturati e forse uccisi… allora è meglio di partire per mare.

Io ho deciso di partire per l’Italia il 4 aprile 2014. Ho chiesto aiuto a mio fratello, che mi ha inviato il denaro. Altri soldi li avevo guadagnati lavorando. Quando hai soldi, li dai all’uomo del foyer, che poi lì darà agli arabi, e a te dà un biglietto timbrato: la ricevuta del pagamento, il lasciapassare per l’Europa. Dopo che ho comprato il biglietto ho passato le notti sveglio per paura che me lo rubassero. Non avevo paura mi picchiassero, solo me lo rubassero. Non ci sono violenze tra di noi, tra neri. Sono solo gli arabi a fare la violenza. Dopo che hai pagato aspetti. Aspetti che vengano a prenderti, di notte con un camion, per portarti in un posto vicino al mare, in case dove aspetti per partire. Alcune sono più vicine al mare, e da lì parti quasi subito. Altre sono più lontane, e se sei lì rischi di aspettare anche due mesi. Io sono riuscito a essere in quella dove si fa in fretta: ci sono rimasto due giorni. La prima notte abbiamo caricato la barca sulla testa, molto lunga e pesante, con gli arabi dietro che erano ubriachi e ci picchiavano, e alle tre di notte era in mare, pronta a partire. Invece che 70 persone ce ne erano 130. Siamo saliti, ma il motore non andava, e allora siamo tornati indietro, con la barca di nuovo sulla testa.

ibia2Ogni notte fanno partire tre barche: è il numero concesso dai militari pagati per fingere di non vedere. Se però l’arabo vuole guadagnare di più, paga solo per due barche e prova a farne partire tre. Solo che se ti vedono e sei sulla barca non dichiarata, ti arrestano e ti mandano in prigione come clandestino. Lì capita che ti fanno fare i lavori forzati per anni, o vieni rispedito in Niger, o paghi per uscire, o muori. La seconda notte riproviamo a partire e questa volta ci riusciamo. Ci danno una bussola e le istruzioni per arrivare in Italia, ci dicono di non temere i fari dei militari, passeremo senza problemi. Va tutto bene, siamo in mare, siamo partiti. Alla mattina verso le 10 arriviamo nelle acque italiane, grossi pesci ci seguono. Arrivato in Italia scopro che si chiamano delfini. Chiamiamo gli arabi per dire che siamo in acque italiane ma che non vediamo né barche né fari, abbiamo paura, chiediamo che qualcuno venga a prenderci. Passano le ore, sono le 18 e non abbiamo più né cibo né acqua. Io mi occupo di dare il poco rimasto ma gli altri vogliono tutto e subito, mi minacciano di buttarmi in mare. Ma io sono seduto sul bordo del gommone dove c’è il tappo dell’aria: se continuano a minacciarmi, apro il tappo, il gommone si sgonfia, e moriamo tutti. Quando dico così si calmano.

A un certo punto vediamo un aereo in cielo e non sappiamo se seguire la direzione da cui arriva o quella in cui va: dov’è l’Africa? dov’è l’Italia? È l’aereo della Marina Militare che ci sta cercando ma non lo sappiamo. Pensiamo che moriremo, e quando vediamo in lontananza qualcosa siamo sicuri che è un grosso pesce che ci mangerà, o una montagna d’acqua. Il mare è mosso, entra già tanta acqua nella barca, c’è gente che piange forte, altri che pregano, altri che restano in silenzio, ma tutti sappiamo che moriremo presto. Invece no. Quella in lontananza è una barca della Marina Italiana, è venuta per salvarci. Io e Sambou, un ragazzo gambiano, diciamo di fare piano quando arriverà la barca, per non cadere in mare proprio nel momento della salvezza, di fare con calma. Tutti facciamo con calma

 

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Chi lo ha scritto

nexus ray

Bolognese di nascita, parigina nel cuore, difficilmente riesce a stare ferma nello stesso posto troppo a lungo. E' convinta di avere origini normanne e progetta prima o poi un viaggio in Sicilia alla riscoperta delle proprie presunte radici. Traduttrice per mestiere, ballerina per passione, vive per la maggior parte del tempo di tutt'altri espedienti. Seppure ami quasi tutta la letteratura di genere che non abbia sfumature di grigio o di rosa, non riesce a togliersi quella fastidiosa passione per la fantascienza che considera quasi una scienza divinatoria.

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