Verso dove?

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Volevo immergermi nelle stradine affollate del centro e assaporare la gioia degli altri, sperando di esserne contagiata.
Passeggiai per ore in mezzo a una moltitudine di persone, distratte ma felici.
A poco a poco le strade diventavano meno affollate e a un certo punto, come a un tacito segnale, i negozi abbassarono le saracinesche.
Lo sfolgorio della merce esposta e la promessa di felicità cessarono all’ improvviso.
Ero uscita per respirare la gioia degli altri, ma l’ allegria di tutta quella gente di cui incrociavo a volte lo sguardo non era riuscita a contagiarmi e a riempire il vuoto che sentivo dentro.
Le luci intermittenti delle strade addobbate a festa sembravano ripetere in modo ossessivo che la solitudine era una logica conseguenza del mio modo di essere: non avevo mai voluto imporre il mio punto di vista e nemmeno sembrare invadente, così mi ritrovavo sola.
Ero rimasta sola anche in quell’occasione, la sera del 24 dicembre.

800px_COLOURBOX2949468Tornai a casa, alla mia casa vuota.
Una stanchezza improvvisa mi attanagliò le gambe e mi impedì di rimanere in piedi.
Mi buttai sul letto e chiusi gli occhi: il mio malessere, latente da tanto tempo, finalmente era esploso in superficie. Probabilmente ne avevo sempre conosciuto il motivo, ma non avevo voluto confessarlo nemmeno a me stessa.
La mia amarezza non nasceva solamente dall’assenza di affetti, ma anche dal rimpianto di non avere avuto coraggio e determinazione.
All’improvviso mi prese una grande voglia di partire, di andare lontano.
Per non perdere tempo, non feci nemmeno le valigie, presi solamente la borsetta con i documenti e le carte di credito.
Lasciai volutamente il telefono cellulare sul comodino, perché rappresentava l’unico legame con il mondo che volevo abbandonare alle mie spalle.
Chiusi con forza la porta ed entrai precipitosamente in macchina.

Non avevo una meta precisa e perciò imboccai la prima strada che mi portasse fuori città.
Ad un certo punto vidi alla mia sinistra una stradina laterale.
Svoltai verso quella direzione, anche se non sapevo dove conducesse.
Avevo la sensazione che a muovere il volante non fosse la mia mano, ma una forza misteriosa che volesse spingermi verso un luogo ignoto.
Contrariamente al mio solito modo di guidare, procedevo velocemente, obbedendo a una incontenibile e prepotente voglia di andare avanti.
Verso dove?
Non lo sapevo ancora.
Non sapevo nemmeno quanti chilometri avrei dovuto percorrere prima di arrivare, ma ero libera e felice e mi bastava…
Continuai a guidare per ore, ogni tanto incrociavo altri veicoli che sfrecciavano veloci. Tutti avevano fretta di tornare alla loro casa, solo io me ne stavo allontanando.
Ero sola, come sempre.
Pochi anni prima avevo assistito a una trasmissione televisiva alla quale partecipavano i familiari o gli amici di persone che inspiegabilmente erano sparite.
I loro visi affranti mi commuovevano e mi facevano riflettere.
Mi chiedevo cosa sarebbe successo se a sparire fossi stata io e mi rattristavo perché ero certa che nessuno mi avrebbe cercata.
Alcune volte, poi, mi era venuto il sospetto che i cosiddetti dispersi lo fossero per loro libera scelta.
Quando la situazione diventa insostenibile, si può decidere di mollare tutto.
Cambiare aria, come fanno le rondini al sopraggiungere della cattiva stagione, era sempre stato il mio desiderio segreto. Forse era vigliaccheria, forse incapacità di reagire di fronte agli ostacoli.
Anch’io desideravo sparire, ma la certezza che nessuno sarebbe venuto a cercarmi mi faceva star male.
Stavo guidando senza interruzione da diverse ore, quando imboccai un rettilineo, costeggiato da alberi, immobili come sentinelle. Mi sentivo una principessa omaggiata da sudditi in fila e provai una voglia incontenibile di accelerare per arrivare presto, anche se non sapevo ancora dove.
Ero stanca, ma non mi fermai.

Volevo andare avanti, verso quella meta sconosciuta, in un luogo dove qualcuno si sarebbe accorto di me e mi avrebbe teso la mano.
Persone e luoghi si affollavano nella mia mente e riaffioravano uno dietro l’altro avvenimenti che credevo di aver seppellito nella memoria.
Rividi il mio primo giorno di scuola e l’umiliazione di andare nella fila dei “ciuchi”, le litigate furibonde, i pianti in macchina, gli scoppi d’ira, il matrimonio, la separazione, gli abbandoni, i ritorni, le sconfitte.
La diga dell’oblio che fino ad allora aveva resistito crollò, coprendomi con la massa torbida dei ricordi.
Rividi l’adolescente che aveva sempre chinato la testa, la trentenne che aveva scombussolato la vita di chi le stava intorno, troncando e riallacciando rapporti, non per coraggio e determinazione, ma per fragilità di carattere.
Sentii una fitta dolorosa e, per far tacere quei ricordi, fui assalita da una grande voglia di addormentarmi.
Le palpebre si abbassarono e in pochi attimi persi il controllo della macchina.

 

sara-rodolao-3315Mi sembrava di scivolare sul ghiaccio o di tenere le briglie di un cavallo impazzito che si dirige volontariamente verso un dirupo.
Dal momento in cui le palpebre si erano abbassate erano passati pochi secondi soltanto, ma mi sembrava che fosse trascorsa un’eternità. Stavo lottando disperatamente per la vita, urlavo alla macchina di fermarsi o di ritornare in carreggiata, ma quell’essere infernale era sordo alle mie invocazioni e il volante continuava a non rispondere ai miei comandi.
All’improvviso vidi una luce abbagliante e sterzai bruscamente. Andai a sbattere violentemente contro un pilastro, udii uno schianto e poi … più nulla !
Nel momento dell’impatto avevo chiuso istintivamente gli occhi, come se il fatto di non vedere quel pilastro significasse provocarne la smaterializzazione.
Purtroppo quell’ostacolo immobile non era sparito, anzi aveva resistito violentemente alla mia vettura scagliatagli contro a folle velocità.
Per la fretta non avevo allacciato le cinture e perciò al momento dell’urto la portiera si spalancò e fui sbalzata fuori dall’abitacolo, sull’erba della scarpata sottostante.
Non riuscivo a muovermi, gli occhi erano annebbiati e una profonda ferita alla tempia mi faceva perdere sangue. Lo sentivo fluire lentamente e compresi che la vita mi stava abbandonando. Quel liquido caldo che usciva dal mio corpo si andava a depositare vicino alla mia testa adagiata sull’erba e lambiva la bocca, facendomi percepire il suo sapore amarognolo e leggermente salato.

L’erba umida della notte e l’odore del muschio mi riportarono indietro nel tempo, a quando da bambina andavo a raccogliere poco prima di Natale le zolle di borracina.
In quel momento mi sembrava di sentire anche il profumo intenso delle arance e dei mandarini appesi ai rami del presepe.
Com’era bello e suggestivo quel presepe! Così semplice e povero, con le casette e le montagne di cartone, con la farina per creare l’effetto della neve e lo specchio per simulare un laghetto. I pastori di gesso contribuivano a rendere magica l’atmosfera e nessun albero decorato e sfavillante era riuscito mai a competere con quel modesto presepe della mia infanzia.
Il suono di una sirena interruppe prepotentemente il flusso dei ricordi e anche il silenzio della campagna circostante . Lo stridio di una brusca frenata, il colpo secco delle portiere e il rumoroso scalpiccio di passi mi annunciarono che stava arrivando qualcuno, forse per salvarmi.
Fui colpita in viso dal bagliore accecante di una torcia e subito dopo udii una voce concitata che chiamava soccorso.
Intanto altri passi si avvicinavano.
Fui adagiata delicatamente sulla lettiga e poi caricata sull’ambulanza. Facevo fatica a parlare, ma il giovane medico che mi stava prestando soccorso intuì che volevo dire qualcosa.
- Gli organi …
Un fiotto di sangue mi impedì di pronunciare altre parole, ma riuscii a indicare la mia borsetta dove portavo sempre con me la cartella di iscrizione all’Aido, con l’autorizzazione alla donazione degli organi.

ambulanza-notteUn infermiere mi prese la mano e mi tastò il polso, il dottore ordinò di fare presto, dicendo che mi “stavano perdendo”, un altro infermiere mi praticò un massaggio cardiaco.
Quelle voci preoccupate mi arrivavano attutite e anche l’urlo lancinante della sirena mi giungeva affievolito, come se tutti i rumori fossero coperti da una coltre di neve.
L’ambulanza stava percorrendo a folle velocità e in senso opposto le stradine di campagna che poco prima avevo percorso per andare verso la mia meta ignota.

L’automezzo finalmente imboccò un rettilineo e attraversò le strade di città, della mia città, di quella città da cui alcune ore prima mi ero allontanata.
Il mio viaggio si era concluso o stava per iniziare?
L’ambulanza arrivò nel piazzale dell’ospedale, la sirena smise di suonare e mi sentii trasportare giù.
Le voci di chi mi stava intorno erano concitate, ma io continuavo ad avere la sensazione di essere al di fuori della scena, come se quello che stava succedendo non riguardasse me, bensì qualcun altro.
Mi sembrava di assistere alla scena drammatica di un film e aspettavo di vedere la schermata con il nome degli attori, ma quel film era senza pausa e senza fine e proprio io avevo il ruolo della protagonista, io che fino ad allora ero sempre stata una semplice comparsa.
Ero ancora sdraiata sulla lettiga, forse mi trovavo dentro un ascensore e mi stavano portando da qualche parte, ma non sapevo dove.
Forse il mio “viaggio” stava per terminare.
Mi sdraiarono su un lettino in una stanza dalle pareti bianchissime e mi collegarono a dei macchinari con una serie di tubi e fili.
Accanto a me vidi l’apparecchio che rileva le onde cerebrali. Sul monitor era tracciata una linea in movimento, che all’improvviso divenne piatta.
Quello era il segno inequivocabile che Atropo, una delle tre Parche, aveva tagliato per me il filo della vita.
Nessuna emozione sul volto di chi mi stava intorno scaturì da quella constatazione. Per il personale sanitario rappresentavo un fallimento professionale e nulla di più.
Nessun familiare, nessun amico aveva assistito alla mia fine, me n’ero andata fuori dalla scena in punta di piedi, appunto con il ruolo che avevo sempre avuto da quando ero nata, una comparsa, il cui nome non è degno di figurare da nessuna parte.

Ero in piedi e assistevo alla mia “morte”, mentre il mio corpo rimaneva immobile e inerte su quel lettino.
Gesticolavo, parlavo, ma nessuno mi dava ascolto.
Mi chiedevo che cosa fosse successo al mio corpo e perché mi trovassi in due posti contemporaneamente. Volevo sapere se quello sdoppiamento fosse una regola o se, per qualche inspiegabile motivo, accadesse solo a me.
Nessuno ascoltava le mie parole, le mie grida, le mie richieste di attenzione. Nessuno vedeva la parte di me che era in piedi e nessuno sentiva le mie parole.
Purtroppo era una sensazione che avevo provato altre volte e fui assalita da quel senso di impotenza che mi aveva sempre accompagnata.
Medici e infermieri erano intenti a sistemare e mettere in ordine la stanza, nessuno si degnava di guardare il mio corpo disteso sul lettino o provare un minimo accenno di emozione per una vita che se n’ era andata.
Anche la morte fa parte della routine ospedaliera.
La professionalità deve essere posta davanti a tutto, anche ai sentimenti, anche se professionalità può diventare sinonimo di insensibilità.
Quei pensieri sulla realtà ospedaliera ben presto furono però soppiantati da altri.
La parte di me che era in piedi e tentava di creare un contatto con le persone presenti nella stanza era forse la mia anima e come tale era invisibile.
In quella situazione di sdoppiamento mi sentivo confusa.
Il fatto di essere contemporaneamente sul lettino e in piedi mi procurava sensazioni strane .
Una parte di me guardava l’altra, come davanti a uno specchio deformante del Luna Park o come il “Visconte dimezzato” di Italo Calvino.
Ad un certo punto, constatata la morte cerebrale, il chirurgo ordinò che fossi trasportata nella sala attigua per effettuare l’espianto del cuore.
Vidi il mio corpo, immobile e senza vita, adagiato su un lettino al centro di una stanza, Intorno a me era schierata un’equipe medica che si accingeva all’intervento ed io ero in piedi vicino a loro.
Avevo smesso di fare domande, perché ormai ero sicura che non ci sarebbe stata alcuna risposta.
All’improvviso avvertii una fitta e mi sentii come svuotata.
Non riuscivo a capire cosa mi fosse successo, poi vidi una valigetta con un cartellino.
Avevo capito!
Mi accostai all’infermiere che sorreggeva il contenitore e salii sull’elicottero.
La situazione paradossale non cessò.
Nessuno si accorgeva della mia presenza e di conseguenza continuai a non fare più domande.
Del resto, era la sensazione che mi aveva accompagnata per tutta la vita.
La solitudine era stata la mia amica inseparabile.
Solitudine e ignavia.
Vivere senza lasciare traccia… con la certezza di non essere niente per nessuno … insignificante… senza spina dorsale, senza la forza di dire qualche volta di no: era quello il motivo che mi aveva spinto a fuggire.

elicottero-585x390Una parte di me era in quella valigetta, forse l’unica traccia che avrei lasciato. Mi chiedevo se avrebbe sentito il mio richiamo o sarebbe stata solamente materia collocata in un altro involucro.
Ancora non conoscevo la risposta, ma un’ energia nuova mi spinse a credere che dopo tutto a qualcosa sarei servita, se non da viva, almeno da morta.
Dal finestrino dell’elicottero capii che finalmente ero arrivata.
Stavo andando incontro al mio nuovo destino.
Scesi dall’elicottero e con passo spedito seguii l’infermiere che sorreggeva la valigetta.
Mi trovavo nel famoso ospedale di Padova, dove vengono effettuati trapianti di organi all’avanguardia e pregai Dio di essere arrivata in tempo.
Entrai in una stanza piccola e strana, sfolgorante di luci multicolori come la cabina di un’astronave aliena,.
Steso su un lettino, vidi il corpo immobile di una giovane donna.
Fu aperta la valigetta e un dottore prese il mio cuore tra le mani.
Sentii spirare un vento caldo e una forza misteriosa mi spinse verso quel corpo che non era il mio.
Quel nuovo involucro ed io avremmo vissuto insieme. Sarei stata la sua guida silenziosa.
Verso dove?
Non sapevo ancora la risposta.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?