Leda fuori di sé

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Era così forte il rumore dei suoi pensieri che non si era nemmeno accorta, fino a quel momento, dell’intenso frinire delle cicale. Nella canicola estiva, il torpore e il silenzio si riempiono di quel rumore, che fa scorrere pigramente il tempo, satura l’aria, soppesa la solitudine. Leda scivolava via, nel lungo viale alberato che riparava dal sole abbagliante: un passo dopo l’altro, andava incontro alla sua quotidianità, che custodiva e celava una persona diversa, opposta, divergente. In passato, aveva sofferto tutta la gravità della sua spaccatura, della sua dualità. Oggi, invece, sentiva in lei un’altra sé, un nocciolo pulsante, vivo, rovente, alieno ma ineluttabile. Un’altra sé che aveva imparato a conoscere e ad accettare, che aveva confini ben limitati entro i quali esprimersi, e che conosceva molteplici forme d’amore, anche le più improbabili.

È rara la possibilità di addentrarsi così profondamente nei propri recessi, eppure, quella mattina Leda si era svegliata accanto a lui e si era accorta che le stava offrendo esattamente questa occasione. Niente più che uno specchio, nel quale riusciva a vedere la persona che teneva nascosta a se stessa, e che le restituiva un’immagine di sé spogliata di ogni giudizio. Lo sguardo nudo di quell’uomo la svestiva di tutti gli abiti che il mondo intorno l’aveva costretta ad indossare, e tutte le maschere cadevano a scoprire le paure, i desideri, il coraggio, le goffaggini. Lui era riuscito a rivelarla in maniera sorprendente, violenta e pura: come in un viaggio, non esisteva meta se non se stessa.

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Leda aveva avuto la sensazione di afferrare una grossa e pesante valigia, di quelle che ti trascini per l’aeroporto come un fardello, in cui cacci dentro tutto per qualsiasi evenienza. Lei non sa viaggiare leggera, così nella vita come quando prende un aereo: deve controllare l’imprevedibile, essere comunque pronta, avere ogni cosa a disposizione subito, senza sconti. E puntualmente, in aeroporto o in stazione, si maledice per il bagaglio così pesante, che tanto tocca sempre e solo a lei trascinarlo. Leda è la sua valigia. Lei è quella che vive pesante, che si porta addosso anche quel che non le è strettamente necessario, è tutto un orpello, un fronzolo, un decoro. È quella che difende il proprio candore a colpi di cipria sul viso. Sepolto sotto questo chiassoso barocco, e sotto la montagna di vestiti, sotto i flaconi da 100 ml, c’è il suo essenziale. Lo spazzolino e il dentifricio.

Con lui è stato così: lui è il suo viaggio costante, la prenotazione confermata, l’attesa assetante che si prova quando si è in volo, l’entusiasmo di arrivare anche se non si sa dove. Il suo corpo genera un fremito, come quando l’aereo decolla, e il cuore le salta in gola a soffocare tutte le parole che vorrebbe dirgli, ma che per natura è abituata a tacere. È ad un esercizio costante che la sta educando, è l’esercizio innaturale ad essere se stessa, autentica, a cedere alle sue resistenze. Leda viaggia sola. Il suo posto è accanto a quello di lui, quasi per caso, eppure non
viaggiano insieme. Nella lontananza che li separa sente quella nostalgia che si prova per i luoghi che non hai mai visitato, per le possibilità che solo l’incertezza del viaggio ti sa offrire, e che senti come un’urgenza – quella di sapere, vivere, scoprire, conoscere un posto.

E invece, loro due, altro non sono che un non-luogo, un non-tempo, un passaggio senza destinazione, la somma di tutte le probabilità non verificate. E’ passato un inverno, e poi una primavera, una passeggiata nel centro di Bologna, le biciclette che passano pigramente nella salita per il santuario, le voci di mille sconosciuti a fare da sfondo a quei due amanti sbagliati, alle illusioni che non si verificheranno e imploderanno su se stesse. Lei oscilla fra la malinconia di questa chimera, di un amore incompiuto che resterà tale, e la gioia elementare di saperlo nella sua vita, del dono incondizionato che gli fa offrendosi per quella che è, una piccola bestia indifesa che trova nell’annullamento ai desideri altrui la propria identità. Lui le sorride a mostrarle ciò che più intimamente desidera, le fa lasciare Leda per trovare Leda, le offre un biglietto senza ritorno per un viaggio dentro sé, in un distacco che appaga nel ricongiungimento.

Come nell’Opera alchemica, il suo viaggio nell’abisso del cuore fonderà i suoi opposti, ricomporrà la scissione, e lei ne trarrà l’oro dei filosofi – la sua natura essenziale – attraverso la percezione del suo manifestarsi. Non riesce a staccare lo sguardo da quell’unica foto che li ritrae insieme. Seduti a un tavolo, di spalle. Fra loro, a separarli, uno sconosciuto, come il destino.

Biglietto lasciato prima di non andar via
Se non dovessi tornare
sappiate che non sono mai
partito.
Il mio viaggiare
è stato un restare
qua dove non fui mai.
Giorgio Caproni (1975)

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