“Il vigore degli ibridi”

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Bruno Zupancic, classe 1929, nacque a Isola d’Istria e giunse a Trieste nel 1945; rimasto orfano di padre durante la fuga, portò con se il resto della famiglia, ciò che indossava, la passione per la vita e un baule.
esodoQuello era il periodo dell’esodo giuliano-dalmata che vide più di 250.000 persone, nella maggior parte italiani, costretti ad abbandonare le proprie terre d’origine, vale a dire le città di Zara e di Fiume, le isole del Quarnaro -Cherso e Lussino- e la penisola istriana, passate sotto il controllo jugoslavo.
L’armata jugoslava di Josip Broz –detto Tito- infatti, aveva liberato l’Istria dall’occupazione nazista, ma la politica di persecuzioni, vessazioni ed espropri messa in atto dal “dittatore” e culminata nel dramma delle foibe aveva spinto gran parte della popolazione locale di etnia italiana a fuggire.

Il dramma degli esuli, nelle sfumature visibili, viene raccontato con voce stentorea da foto, filmati e documenti. Anche Bruno con i suoi familiari compare in una di quelle anacronistiche foto d’epoca, a volte distorte e sempre invariabilmente sbiadite, che ritraggono “evasioni” individuali e collettive di esseri umani spaventati. Uomini, donne, anziani e bambini si confondono con fagotti, valige e bauli contenenti i pochi averi che il governo jugoslavo concedeva loro di portare con se (né denaro, né beni mobili). Comune denominatore: lo sradicamento dalla propria terra madre.
L’alternativa fra restare o partire non c’era. L’imperativo categorico era sopravvivere, dunque partire. Via terra su treni, autotreni e carretti trainati da cavalli; via mare a bordo di battelli, navi e imbarcazioni di fortuna.
La famiglia Zupancic arrivò a Trieste a bordo del piroscafo “Salmodi”, successivamente bombardato e affondato nel porto di Capodistria. Quella fu la prima “regata” di Bruno. Aveva vinto, portando in salvo madre e sorelle.
triesteSi stabilirono a Trieste. Dopo alcune notti trascorse all’aperto fra cartoni e giacigli improvvisati, Bruno trovò uno scantinato di circa 25m²; modesto, sporco e poco funzionale, ma c’era un tetto. La posizione, inoltre, era buona: via Carlo Ghega n.2, vicino alla Stazione Centrale. Madre e figli si adattarono a vivere in uno spazio ristretto senza riscaldamento, senza finestre e senza servizi igienici. Erano stati fortunati; nessuna delle loro cicatrici avrebbe mai testimoniato l’umiliante esperienza della coabitazione nei campi profughi. Lì centinaia di esuli venivano smistati fra ex caserme, ex campi di prigionia, ex magazzini, da Trieste fino alla Sicilia.

Trieste -Stazione Centrale- scantinato di via Ghega; la famiglia Zupancic inizia così una silenziosa lotta per la sopravvivenza.
Il padre di Bruno, Luigi, era affogato durante la traversata; quel piroscafo aveva salvato la vita a centinaia di persone, altrettante, però erano morte nelle acque del Mare Adriatico, avviluppate in spirali di illusioni che sarebbero rimaste reali per sempre.
Il “Salmodi”, infatti, poteva contenere al massimo 300 persone, mentre in quell’occasione a bordo ce n’erano almeno il doppio. Inoltre, nel corso del viaggio aveva spirato un forte vento di Nord-Est; la misteriosa bora di Trieste. Sorpreso da un’improvvisa raffica Luigi aveva perso l’equilibrio cadendo impotente nell’abbraccio mortale dell’universo liquido insieme e decine di altre anime dannate.
Bruno era l’ultimo di tre fratelli, il primo in fatto di determinazione e tenacia, nonché l’unico maschio. Toccava a lui fare le veci del padre e risollevare le sorti della famiglia.
Anagraficamente era ancora un bambino, anche se l’innocenza e la spensieratezza dell’infanzia gli erano state portate via molti anni prima. Nonostante l’età acerba, infatti, vantava la memoria storica di un uomo anziano; aveva visto e sentito cose che nessuno vorrebbe mai vedere o sentire nella vita.
Il passato, però non si poteva cambiare, mentre il futuro sì. Bruno era animato da un’esuberanza incontenibile. Anni di brutture, sacrifici, fame e miseria avevano minato la sua stabilità fisica con la pellagra, ma l’anima di quel ragazzo era rimasta intatta. Trieste per lui rappresentava la salvezza, la speranza per una vita, se non migliore, pur sempre per una vita.

triesteBruno non era mai stato a Trieste prima di allora. Nel suo immaginario quella città era come lo scrigno segreto dei sogni. Una città particolare -quanto si narrava fossero i suoi abitanti- dal fascino imbarazzante, ondivago, quasi inebriante. Quando il ragazzo arrivò al Porto rimase scioccato: quell’appendice della frontiera orientale italiana era un diamante grezzo, ingentilito da innumerevoli finestre naturali che si affacciavano ora sul mare, ora sul Carso. Un forziere ricco di tesori rari. Sferzata spesso da forte bora, “addormentata” su uno splendido golfo vegliato da un ciglione carsico sorprendente, appariva a Bruno come una bella Signora inaccessibile.
All’inizio fu dura; ostilità e diffidenza ovunque. Poi con il passare dei mesi la bella Signora mostrò calore e generosità, così come fecero i suoi abitanti.

Il baule con il quale la famiglia Zupancic arrivò a Trieste conteneva solo qualche straccio, un paio di utensili, una saponetta e poco altro; nessun attrezzo da lavoro.
Fin da quel primo giorno all’addiaccio, però, Bruno ogni mattina si alzava sempre molto presto per andare a cercare lavoro. In poco tempo, grazie alla sua tenacia, collezionò esperienze fra le più disparate: garzone di bottega, muratore, carpentiere, elettricista e idraulico, accumulando parecchio denaro.
Nel corso degli anni le due sorelle si sposarono; crearono una loro famiglia e si trasferirono altrove, mentre Bruno rimase con la madre Telma fino alla sua morte prematura nell’estate del 1958, poi l’incontro con Salmodi.
Da tempo Bruno e Telma si erano stabiliti in un piccolo appartamento a San Giacomo, rione popolare di Trieste brulicante di gente semplice ma dignitosa. Vivevano in un monolocale situato all’ultimo piano di una vecchia palazzina in via del Ponzianino; attraverso la ferita nel muro del bagno si poteva vedere il mare.
Qualcosa di atavico spinse Bruno a cercare un senso per tutto ciò che era successo. Si diresse ai piedi di quella bella Signora, nel mare; un enorme acquario ricco di storie. Il mare, da una parte temuto perché tomba del padre, dall’altra glorificato perché ancora di salvezza per la sua famiglia.

pescatoriBruno era nato e cresciuto in un fazzoletto di terra affacciato sull’Adriatico; discendeva da tre generazioni di pescatori e forse proprio per questo, dopo la morte della madre -pur mantenendo il lavoro nel campo dell’edilizia- aveva cominciato a dedicarsi ad attività marinare.
Il fascino di Trieste lo aveva stregato.
Bruno aveva un rituale: ogni sera scendeva in città, sul Molo Audace. Riposava immobile qualche istante su una bitta penetrando l’orizzonte con i suoi pensieri, poi cambiava posizione: una birra nella mano destra e un ciuffo di peli di Salmodi nell’altra, felicità. Salmodi -battezzato così per ricordare il piroscafo affondato- era un bastardino incontrato nei viali del cimitero di Sant’Anna dopo la funzione funebre in onore della madre. Era stato amore a prima vista, un’attrazione fra anime irrequiete; anche lui, come Bruno possedeva il “vigore degli ibridi”, ovvero quella forza e quel coraggio nell’affrontare le avversità della vita che appartiene solo a chi deve sopperire al fatto di non essere un “esemplare di razza”.
Bruno e Salmodi sul modo Audace: vicini, diversi, complementari. Visti di spalle con il mare increspato sullo sfondo e la luce surreale del tramonto a illuminare il palcoscenico, sembravano in posa per un ritratto che avrebbe fatto la fortuna di un qualsiasi pittore, anche improvvisato.
A Trieste è impossibile fuggire l’immensità, l’emozione e l’ebbrezza che quell’universo liquido infonde. Trieste è mare.

mareOvunque Bruno posasse lo sguardo percepiva la sua presenza; sentiva la sua forza, la sua luce, la sua ombra, il suo profumo… reso ancora più intenso nelle giornate di bora. Il mare, così come era stato testimone della morte del padre e della rinascita della sua famiglia, sarebbe stato un compagno di viaggio fino alla fine; fino alla linea del traguardo della sua ultima regata.
Bruno aveva un carattere risoluto; era determinato, fermo, sicuro con una personalità istrionica. Nel corso degli anni queste caratteristiche si erano accentuate tanto da suscitare sentimenti contrastanti in chi si confrontava con lui. Era inamovibile. C’era solo una verità, la sua.
Si improvvisò mozzo, marinaio, pescatore… e canottiere. Nel 1961, infatti, entrò a far parte di una Società remiera del capoluogo giuliano; contribuì alla ristrutturazione della sede, finanziò iniziative per incrementare le attività della società, fece parte del Direttivo per 53 anni ricoprendo diverse cariche; esordì come “atleta” all’età di 42 anni per finire la carriera come allenatore.
triesteFu protagonista di imprese remiere diventate leggenda: dalle numerose Vogalonga di Venezia sulla yole a 8 vogatori, alla partecipazione a diverse edizioni della World Masters Regatta, alle gite remiere con rebechin a Muggia, spingendosi spesso fino alla sua amata Isola e a Portorose, ospite gradito dei vari club nautici. Non mancavano poi le gite in notturna con cena presso gli altri circoli remieri della città –anche qui su barche di ogni tipo e con condizioni meteo di ogni tipo. La sua impresa più grande resta il raid Trieste-Zara: 286 km di mare in doppio canoè.

Anche quella domenica mattina dei primi di ottobre 2013 Bruno doveva esserci. Nonostante il peso degli 84 anni, il dolore all’anca appena operata e il malessere che lo perseguitava da giorni, volle partecipare in qualità di timoniere alla tradizionale remata sociale; una bora moderata ed un mare in discrete condizioni facevano da cornice. Sullo sfondo la bella Signora.
D’improvviso, quando la prima batteria di barche era in fase di allineamento per la partenza, successe qualcosa. Tutto si svolse come in un filmato proiettato ad una velocità superiore a quella normale, con i minuti, però che non passavano mai: il malore, la richiesta di aiuto, il trasferimento sul gommone di assistenza, quello sull’ambulanza, la corsa disperata all’ospedale. Bruno si era placidamente accasciato sul fianco sinistro e la barca, con un equipaggio di 8 persone, stava andando alla deriva in balia di onde e vento. Ci fu un attimo, però, in cui Bruno riprese coscienza e con uno sforzo immenso riuscì a sterzare il timone virando verso riva.
L’attesa di conoscere le sue condizioni fu lunghissima. Amici, soci e tutti i partecipanti alla regata si erano dati appuntamento nella sede remiera per il convivio. Lì c’era un andirivieni caotico dalla sala barche alla terrazza, al salone; poi ancora dalla terrazza, alla sala barche, al pontile. Quindi l’epilogo: la telefonata di Selene, la badante.
Un tuffo al cuore, ciò che nessuno avrebbe voluto sentire arrivò in un italiano incerto: “Bruno no più con noi”. La notizia era vera solo in parte; Bruno era morto, ma la sua presenza era ancora tangibile.
Quella era stata l’ultima “regata” di Bruno e anche allora, come 68 anni prima, aveva vinto portando in salvo l’equipaggio.

morteSe ne è andato da Trieste così come era arrivato tanti anni prima, in barca sul mare accompagnato dalla bora e dall’inebriante profumo di quella bella Signora che ancora oggi aleggia sul golfo.
Nel club centenario della Sacchetta, tutto ricorda Bruno: foto, coppe, trofei… sembra quasi di sentire ancora la sua ruvida voce rimbombare fra remi, scale e spogliatoi.
I tre soci anziani con cui trascorreva le mattine giocando a carte dopo l’uscita in barca, non provano tristezza per la mancanza del quarto; forse solo un po’ di nostalgia. Tanta, invece è l’ ammirazione e la stima che provano per Bruno; un uomo che ha vissuto a Trieste con “il vigore degli ibridi”… pur essendo un autentico esemplare di razza.

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

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