I momenti più belli della mia vita

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Quando ero piccolo, quando avevo dieci anni e anche meno, quasi ogni fine settimana, con la mia famiglia si andava da Rimini a Bologna a trovare i parenti. La domenica sera, dopo cena, ad un orario allora già tardo per dei bambini, ripartivamo verso casa, a bordo di un’Alfasud, Alfaromeo, rossa. L’orario di ritorno in realtà poteva variare a seconda della presenza di una entità tanto misteriosa quanto minacciosa: la nebbia. Se c’era nebbia, bisognava partire presto, e bisognava andare piano.

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Nebbia o non nebbia, si salutavano i parenti e si scendeva nelle strade malinconiche e un po’ deserte della domenica sera. Si sistemavano i bagagli e si saliva in macchina. I miei genitori si facevano il segno della croce in vista del viaggio, mentre io e mia sorella ci accoccolavamo nei sedili posteriori, neri, e dopo solo qualche minuto eravamo già quasi addormentati.
Quel magico stato di dormiveglia aveva il colore nebbioso e straordinariamente caldo delle luci arancioni della tangenziale di Bologna, confine tra città e viaggio e tra realtà e sogno.
Le stesse luci che ancora oggi mi restituiscono l’incanto di quel dolce trapasso, in cui la domenica sera lasciava spazio alla fantasia.

Trascorrevamo l’ora e mezza necessaria per raggiungere casa, dormendo nell’Alfasud che scorreva sull’autostrada. Ma non era un vero dormire: era un galleggiare, cullati dal rumore del motore, dalle voci dei nostri genitori, dalle luci della notte che apparivano oltre i finestrini quando aprivamo gli occhi guardando verso l’alto.
Eravamo “portati”. Ed eravamo al sicuro.

Poi la macchina rallentava, i rumori cambiavano e infine ci si fermava. La voce del casellante, la macchina ripartiva, le curve, i semafori nel buio, le fermate e le attese nelle strade cittadine.
Il rumore del cancello di casa, la discesa ripida della rampa dei garage, lo sferragliare della porta del nostro garage che si apriva.
Io e mia sorella venivamo ovviamente svegliati da tutto questo trambusto, ma rimanevamo sempre ad occhi chiusi, nel soffice e sconfinato luogo dei sogni.
Percepivamo chiaramente tutto quanto avveniva nella realtà, ma eravamo altrove. Eravamo “autorizzati” ad essere altrove.

3df7cc48c4313671a1fcb644f49ea3d8Mio babbo “faceva manovra”, sistemava l’Alfasud in garage e spegneva il motore.
Poi apriva lo sportello dietro e, prima mia sorella e poi me, ci prendeva in braccio e ci portava docilmente a letto, dove lui e mia mamma ci avrebbero spogliato, messo il pigiama e rimboccato le coperte. Noi potevamo tenere gli occhi chiusi e goderci i gesti e le parole sussurrate dei nostri genitori nella notte. Niente poteva farci male, tutto era caldo e dolce.

Oggi, dopo tanti anni, senza alcun dubbio o incertezza, senza timore di sbagliarmi o esagerare, mi riferisco a quei momenti come ai più belli di tutta la mia vita.

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Chi lo ha scritto

Gian Pietro "Jumpi" Miscione

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Gian Pietro "Jumpi" Miscione. Nato nel 1969, vive tra Bologna e Bogotá, è tra i fondatori de L'Undici, nonché il suo direttore. E' professore di chimica all'università, ama scrivere, viaggiare, studiare, ascoltare la radio e discutere di football. E' anche fondatore dell'evento sportivo "Paganello". Fatica ancora ad accettare il fatto che l'antica biblioteca di Alessandria sia stata incendiata.

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