Display

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“Ventinove!” Il display sentenziò quale fosse il numero seguente con uno strano rumore metallico, accalappiando l’inquietudine sovrana nella sala d’attesa. Il numero “ventinove” sobbalzò e, senza farsi notare, si intrufolò nella coda di gente stravolta dagli eccessivi ritardi. Erano tutti desiderosi di trovarsi in qualche altro posto. Davanti alla barriera di vetro preposta, il numero “ventinove” cercava di dissimulare, con la rassegnazione che gli era solita, il pretesto per cui si trovava proprio lì davanti. Guardando fisso l’addetto postale, fornì il ragguaglio. “Ritiro tutto e chiudo il conto”. Per un attimo l’impiegato trasalì, ma il suo stupore durò solo qualche frazione di secondo, perché si accorse subito che, del “ventinove”, nel conto, erano rimaste poche migliaia di euro. “10, 20 ,…50…170..2250…Ecco a lei, una firma. Buona giornata”.
Il numero “ventinove” accolse la cifra senza particolare emozione, piegò le banconote con cura e le mise in tasca. Uscendo provò uno strano sollievo, acuito dal vento fresco che scosse per un attimo i suoi abiti.

Dell’aria consumata dell’ufficio si era persa presto ogni traccia olfattiva; camminava senza fretta, cercando di evitare le auto, superando quelle in sosta e quelle incolonnate nel traffico intermittente.  A tratti il passo si faceva più spedito, incitato da pensieri giocosi, o rallentava, rassicurato da schemi a lungo ragionati. Ciò che da giorni gli imprimeva una seppur minima energia si rifletteva ora in ogni parte del corpo, i dubbi antichi divenivano impulsi elettrici, i muscoli si caricavano di forze sconosciute. Il passato, trattenuto a lungo, era chiarito da illuminazioni improvvise, i nodi della nostalgia lasciavano il posto a una nuova scommessa. Come una marea, gli veniva restituito tutto in una volta, e lui era incapace di padroneggiarlo. Ogni parola sarebbe sembrata inopportuna alla fine e nessuna delle frasi che avrebbe potuto dire adatta alla nuova situazione. Tuttavia continuava il cammino, mentre i ricordi si accavallavano e poi, come le onde, si frangevano senza nessuna regola.

Il chiasso di alcuni ragazzini in avvistamento gli fece perdere per un attimo il filo della memoria. Si fermò quasi in mezzo alla strada, rischiando di essere investito da un’auto. Era incuriosito ma anche infastidito da tanta vitalità e a infastidirlo quegli spiriti liberi ci riuscivano bene. Da molti anni detestava la sprezzante gioia di vivere dimostrata da qualcuno. Dalle vetrine, la sua immagine riflessa gli si ritorceva contro.

Il passo si fece ora a zigzag, le onde dei pensieri innescavano adesso trame ordinate e ipotesi soddisfacenti. Un peso dalla consistenza oramai insopportabile stava per lasciare il posto ad una seppur minima possibilità. Provò di nuovo una sensazione di rabbia per le vite che aveva perduto o ignorato.

Trascorse così il pomeriggio e poi quasi tutta la notte. Scese infine nella metro, che stava finalmente aprendo. L’accolsero nel sottopasso le note di un violino. Si fermò ad osservare i gesti precisi del suonatore e provò un leggero senso di invidia per la serenità e la compostezza emanate dall’uomo, misto a una improvvisa malinconia per il tempo perduto. L’eco della musica continuò a rimbombare nelle orecchie fino a perdersi inevitabilmente dopo la prima curva, lasciandolo ancora più solo con i suoi ricordi.

Si fermò. Osservò con attenzione le spigolature del titolo di viaggio. Le scritte minuscole, i codici numerati, la parte bianca deputata a sigillare il suo ingresso. Lo accostò alla fessura che lo avrebbe prontamente risucchiato e risputato. Oltrepassò la gabbia metallica. Si sentiva libero, in terra di nessuno, cittadino di un mondo sconosciuto, di cui voleva farsi finalmente amico. Rallentò il passo. Il lungo budello nero, a destra ed a sinistra, emanava il suo ipnotico richiamo. Estrasse una foto e si mise a osservarla senza fretta. Gli occhi, le pieghe della bocca, il sorriso, la posa, gli crearono un certo subbuglio.

Uscì dal sottopassaggio che era già l’alba, livida da tagliare l’anima. Le luci della strada stavano terminando il loro compito notturno, sottraendo energia al giorno che iniziava, così carico di probabilità. Camminò a larghi passi, ora falciando il terreno, ora sfiorandolo; poi, con decisione, prese una direzione, pur non riuscendo a quantificare il tempo che avrebbe impiegato.

Da lontano la sagoma della casa era già nitida e precisa, i suoi occhi la centrarono come quando si posa una lente di ingrandimento per analizzare il punto prescelto. Indugiò ancora, declinando a sé altri pretesti. Ricordò i tempi lontani. Promesse scadute. Tentennamenti. Ferite. Poi, con decisione, prese la direzione giusta, tradito solo dal leggero affanno causato dall’età. Replicò l’estrazione della foto, toccandola stavolta con avidità. Si chiese cosa l’avesse trattenuto tanto. Quindi si arrampicò su per l’intrico di stradine, in fondo al quale si affacciava lo spiazzo antistante l’abitazione. Un sorriso rinato agli angoli della bocca sembrava potesse spianargli la strada rimasta.

Ma ora i gesti cominciavano a diventare confusi, non più arditi, mentre elaborava già parole, discorsi, frammenti di scuse. Del suo ritorno aveva fantasticato per anni, evitandolo con la cura dell’inconcludenza. Il ricordo dei capelli di lei, che ondeggiavano tristemente mentre si allontanava, lo stava assediando sotto un cumulo di pensieri. L’ansia di colmare i pochi passi si triplicò.

Gli servirono gli occhiali, qualche metro più in là, per riuscire a leggere il cartello appeso sopra la porta; la pioggia l’aveva un po’ scolorito ed il sole aveva fatto altrettanto. Una sola parola: “TRASFERITA”. Nessuna aggiunta chiarificatrice. Il volto di lei comparve all’improvviso, nitido nella memoria stavolta, mentre un sole abbagliante offuscava i contorni delle cose.

Si chinò, quasi senza respiro, per un momento che gli parve durare un’eternità. Poi, con l’ incedere incredulo di chi non vorrebbe darsi per vinto, si avviò giù per la china che conduceva al mare.
Toccò inavvertitamente le banconote, piegate, nella tasca. Il conto era chiuso davvero.

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