Alle falde del Kilimangiaro

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Un viaggio nuovo, esotico e tradizionale per questa estate 2017, tre donne, io e le mie figlie, alle falde del Kilimangiaro. A una ragazza come me, nata negli anni ’60 e che si chiama Marina, quindi abituata a sentirsi cantare “ti voglio al più presto sposar”, non verrà in mente l’epica di Hemingway e nemmeno la simpatica viaggiatrice Licia Coló. Ma intonerà “paraponzi ponzi po” e si muoverà al ritmo anni ’60 dell’Hully Gully. Fra me e le mie figlie la gioia e la curiosità erano tante e in questo breve pezzo vorrei raccontare cosa ci ha colpito.

Arriviamo nel periodo delle classiche ferie estive italiane: agosto. In Tanzania è inverno, quindi la stagione secca, più fresca, la migliore. Ci stupiamo del verde, dei fiori e dei frutti. Dall’aeroporto di Kilimangiaro all’ingresso della riserva ci son due orette d’auto – il limite è dei 50 chilometri orari e i viaggi sembrano più lunghi. Ma niente è come pensavamo. Non ci sono prati, è vero, le mucche sono magre e spigolose. Ma alberi, piante e colture sono verdissimi e rigogliosi. Vediamo tanto grano turco e man mano che sale la quota si incontrano piantagioni di caffè Arabica e bellissimi bananeti. Viene voglia di staccare un frutto anche se è verde e, francamente, non mangio banane. Le case, sia lungo la strada che nelle città e paesi che attraversiamo, hanno cortili, orti, siepi e giardini con piante e alberi curati e il terriccio rosso e marrone caldo, è tenuto a posto. Poco disordine o immondizia. Ho visto luoghi più sgarrupati in certe zone del Sud italiano.

È vero che incontri uomini e donne a piedi che portano in testa ceste con pannocchie, o Apecar colorate e cariche oltre misura di mais o caschi di banane, come ci si aspetta nell’Africa nera. Peró le moto e le auto, molte fuoristrada, sono lucide e non ammaccate, il traffico è intenso ma scorrevole e i guidatori meno isterici che in una qualsiasi tangenziale di casa nostra. I ritmi “pole pole” come si dice qua vincono pure sui guidatori.

Ma cosa non vediamo? Non vediamo il Kilimangiaro, la vetta più alta di tutto il continente africano, e fra le montagne singole più alte del pianeta. Dov’è? Con i suoi 5895 metri, perché non si vede? Perché, conosci qualcuno che lo abbia visto? Che abbia visto svettare al sole, nel cielo limpido il Kilimangiaro? È sempre avvolto dalle nubi.

Quando iniziamo a salire sulla strada che porta all’ingresso del parco, a 2000 metri, è pomeriggio, non c’è un raggio di sole. Siamo circondati da alberi altissimi, bananeti, dracene che solitamente vediamo in vasi negli appartamenti, grandi come palazzi di tre piani. Ma la strada sembra salire verso il niente.

E niente, arriviamo all’ingresso, scendiamo, proviamo a esplorare. Ma niente, ancora niente. Salutiamo il verde, mettiamo le mani nella fredda acqua del ruscello che, si dice, sia frutto delle nevi del Kilimangiaro, facciamo una foto e ripartiamo. Senza averlo visto. Scendiamo verso la pianura, scuole piene di bimbi che giocano. Hanno divise serie e ordinate, capelli cortissimi, sia i maschi che le femmine. Scappano di corsa, come in ogni angolo del mondo, quando la campanella suona l’uscita da scuola. Decine di scuole, centinaia di bimbi che vivono alle falde del Kilimangiaro, con i loro maglioncini blu o verdi o beige o bordeaux. Chissà cosa gli insegna la maestra sul grande monte dalle nevi perenni. “Ragazzi studiate e siate bravi, che per premio vi racconto la storia vera di quell’uomo che vide il Kilimangiaro per un giorno intero, senza nubi…

Poi arrivi in pianura, la tempera sale un pochino, ti lasci il verde rigoglioso alle spalle, i bambini vestiti d’inverso, le banane, il caffè e le nubi. E dopo un po’ ti ritrovi nel sole, ti guardi indietro e, fra le nuvole lontane, vedi qualcosa, del bianco, in alto, più in alto, nel cielo. Poi capisci e metti a fuoco. Stai proprio vedendo le bianche nevi del Kilimangiaro.

 

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