Una corda tesa

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A Tessa piaceva complicarsi la vita. Innamorata perdutamente degli intrighi, passava il suo tempo a tendere trappole ai giovani incauti che le si avvicinavano, mascherandole come ” prove d’amore”. Le sue lunghe e sottili mani, ovunque andassero, lasciavano un’impronta indelebile, se non fatale: si dilettava a legare, fino a stritolare, cuori altrui, tutto ciò per puro godimento.
Ogni sua mossa era squisitamente calcolata, come fosse stata scritta anticipatamente in un copione che lei seguiva con rigore. La corda tesa sotto ai suoi piedi sorreggeva la tragedia che a breve sarebbe stata recitata.
Si avvicinava lentamente, con passo flebile, sbarrando i suoi mille scurissimi occhi; subito abbassava lo sguardo, arrossendo. Al giovane basta un’occhiata, tutto il resto è fantasia, sogno. La preda cosa vedeva? Una ragazza né bella né brutta: non aveva un viso regolare, le labbra erano arcigne, il naso aguzzo, la fronte era sempre corrucciata. Il corpo era privo di curve, di seduzione, acerbo nonostante avesse passato già da tempo la pubertà. A guardarla bene, insomma, oltre ai profondi ed enigmatici occhi, non c’era molto altro da ammirare… Ma se il corpo non le rendeva giustizia, c’era qualcos’altro a riscattarla. Ogni suo passo era accompagnato da una fitta ombra, un’aura che le donava ciò che è più prezioso: il mistero. Era appunto l’irrazionale, lo strano, il surreale che attiravano il giovane ragazzo: nel suo cuore e nella sua mente confluivano sentimenti contraddittori, brama di vita, pulsioni ancestrali e tutto ciò che lui agognava era di immergersi dentro questo brodo primordiale, dentro un sogno eterno quale era, per lui, l’amore.

Le prede, Tessa stessa, seguivano le leggi di un gioco arcano che eternamente girava e rigirava sugli stessi due poli: masochismo e sadismo. Inconsciamente avanzavano come pedine in uno scenario più grande di loro, pensando di avere dominio del proprio destino, di avere libero arbitrio, ma seguendo invece il volere di un ordine immutabile. Tessa voleva amare incondizionatamente e annientare l’ombra oscura che la divorava; voleva alienarsi da una parte di sé che la disgustava, ma di cui allo stesso tempo non poteva fare a meno. Perciò trovava una preda, sottomettendosi e umiliandosi, per venire accettata e spogliata di quell’ombra che era elemento fondamentale della seduzione.
Il giovane bramoso cadeva nel suo sogno ad occhi aperti, incantato dall’abisso che vedeva nel malinconico e cupo sguardo di Tessa. Sentendola debole si avvicinava ancora di più, cercava di addentrarsi dentro l’ombra in parte incantato, in parte curioso di carpirne la sua essenza. E quando toccava con mano l’ineffabile, quando si impossessava di una parte della sua inconsistenza, ecco che l’ombra repentinamente si ribellava. Tessa, da innocua e fragile quale sembrava essere, era diventata un’altra persona: le labbra si arricciavano, gli occhi si infuocavano dalla rabbia e dal disprezzo; la voce, sprezzante e sinistra, criticava tutto ciò che lui era o lo riguardava, accusandolo di essere un miserabile. Sei un uomo, o sei una misera mosca? Lo braccava nel buio, in tutta la sua fragilità, e lo tartassava, lo sconquassava di qua e di là; gli faceva venire le vertigini, gli faceva provare cosa significava precipitare giù, sempre più giù… Fino a quando pallido in volto e totalmente esaurito, si accasciava per terra e scoppiava nel più infantile, inconsolabile dei pianti. Tessa provava allora ancora più odio. Sapeva che lui teneva nascosto, sotto una psiche ormai collassata, un pezzo della sua ombra, la sua odiata ombra: perciò eliminando lui, avrebbe eliminato una parte di sé. Lo legava con la sua fitta rete di invisibili fili, lo stritolava, gli faceva mancare il respiro, gli toglieva il sonno, i sogni, il mistero. Le sue lunghe mani tessevano la trappola per lui e per sé stessa, una ragnatela che inghiottisse per sempre quell’enigma che infuoca e divora gli animi, fatta esattamente della stessa materia.

Tessa, con il suo copione e la sua tragedia, stava sospesa su una sottile corda e camminava avanti e indietro per non perdere l’equilibrio. Da una parte vedeva il male contro il giovane e tutta la conseguente perversa soddisfazione; dall’altra vedeva il male rivolto contro sé stessa. Non scegliendo, rimanendo in bilico, inconsapevolmente cercava di rimanere nel territorio dell’inganno. La corda che la sorreggeva, tuttavia, aveva una strana caratteristica: nel tempo si accorciava, così che prima o poi le due estremità si sarebbero congiunte e, dopo questa fatale unione, sarebbero precipitate giù. Si suole dire che le bugie, i tradimenti, i tranelli vengano sempre a galla, ma io oserei dire che prima o poi essi crollino, e con essi, crollino pure coloro che ne sono i fautori.
Ingannando il giovane aveva compiuto un atto di raffinata violenza psicologica, perché si era impossessata dell’unica libertà che l’uomo si può permettere: l’illusione. Aveva dunque strappato la piccola dose di felicità che gli era stata concessa in un mondo dove il suo star bene non era preso minimamente in considerazione, dove vigono leggi che lasciano spazio al più triste e nichilizzante meccanicismo.
Tessa seguiva con grande maestria il suo copione, mentre i poli si congiungevano e la fine era vicina. Aveva rinviato fin troppe volte la conclusione della tragedia. Con le sue mani longilinee creò sottilissimi e letali fili che avrebbero stritolato l’illusione del giovane: la guardò pulsare sempre più flebilmente fino a quando, esauritasi la spinta vitale, la lasciò cadere nell’abisso. Dopo innumerevoli tentativi aveva capito che era capace di distruggere non solo l’illusione altrui, ma persino la sua. Stavolta sperava dunque di riuscire a disfarsene una volta per tutte, così come aveva diligentemente scritto nel suo copione tra le ultime frasi.

Sentiva la propria illusione come un peso, perché, nonostante fosse la sua unica dose di felicità, era attorniata da una sofferenza enorme. Ogni polo ha la sua controparte, ebbene, assieme alle illusioni ci sono anche le conseguenti disillusioni, la faccia tetra della sofferenza che è sempre in agguato dietro l’angolo. Togliendo di mezzo la propria felicità, il dolore cessa di esistere, leggeva Tessa ad alta voce e con tono perentorio. Eliminando ciò che ci gratifica, si gode maggiormente poiché si sa per certo che non ci sarà più la conseguente malinconia.
Il giovane la ascoltava e la osservava giostrarsi come un funambolo sopra quella corda; l’aveva guardata mentre stritolava la sua illusione e la continuava a guardare ora mentre recitava le sue ultime frasi. Era uno spettacolo inquietante e allo stesso tempo irresistibile: le sue parole sembravano frecce, lei uno spietato e affascinante arciere. Ma i dardi non erano più rivolti a lui: egli era soltanto uno spettatore anonimo, circondato da altrettanti spettatori, giovani incauti che come lui erano stati sedotti da Tessa e che ora come ombre sedevano per l’ultima volta in quello strano teatro che lei aveva creato con le sue mani. La corda tesa tra i due poli stava per esaurirsi: Tessa guardò verso il pubblico, verso le sue prede, i suoi agnelli sacrificati. Lasciò cadere nel vuoto il copione, sorridendo: stavolta sarebbe riuscita in ciò di cui non aveva mai avuto coraggio di fare. Si strappò dal petto la sua illusione e, come con le altre, iniziò a ad avvolgerla, stringendola e soffocandola.

Ancora qualche pulsazione: infine, la fredda sensazione di immobilità eterna. Di nuovo uno sguardo verso il pubblico e mezzo sorriso. I poli si congiunsero e Tessa cadde nel baratro con la sua morta illusione tra le mani carnefici. Nel nero venne assorbita e non ci fu paradiso o inferno, non ci fu speranza o dolore: per lei non ci fu più nulla.

Cadendo, acquisì finalmente la tanto agognata pace: non bella, ma neanche brutta, proprio come Tessa.

 

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Bella narrazione, molto ben congegnata. Profondi e realistici i pensieri, le riflessioni, i vissuti comunicati. Una prosa molto matura per un contenuto molto intenso, non facile da esplicare. Il tutto tessuto sul filo di un bell’ equilibrio espressivo, fatto di prosa ben punteggiata, parole accurate, aderenza consapevole e precisa ai personaggi e alle situazioni ch ‘ essi vivono e patiscono, senza mai scadere in un phatos patetico che avvilupperebbe di farsa la vita che tu doni loro sulla carta e che, invece, si riverbera esattamente nella realtà, di essa nutrendosi, com’ è palese nel tuo bello scrivere, Beatrice. Ed è molto raro che ad un’ età così giovane si sia tanto consapevoli di contenuti tanto complessi e difficili e si riesca a svilupparli e far prendere loro forma e vita con una prosa tanto matura e realistica. È evidente che i talenti sono essenze senza tempo e spazio, sono doni misteriosi che nascono con noi, gemme luccicanti che una mano sconosciuta ha posato nel nostro cuore in attesa ch’ esso si schiuda per lasciare che esse illuminino i sentieri che percorriamo.

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