Madri diverse – Storie “pendolari” di pendolari – Seconda Parte

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Ogni famiglia vive le proprie dinamiche, a volte si creano dei circoli viziosi di cui si è registi, attori, comparse in modo del tutto inconsapevole. Alcuni cerchi dovrebbero essere spezzati per salvarsi, scegliere di non far più parte del gioco. Ricordo una donna, incontrata sul treno, madre, ma forse rimasta ingarbugliata nel suo ruolo di figlia; un rapporto di sottile dipendenza dalla mamma; quasi un’intera vita passata nel cercare di spezzare questa catena. È una storia rimasta impressa nel mio cuore per la tenerezza che provai per questa donna.


Supplica a mia madre
(Pier Paolo Pasolini)
È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa,
prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò che è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anime.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
Di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile.

Non mi ha mai chiesto: “Come stai?”. Il suo unico pensiero era quello di tenermi lontana. Era questo che sentivo da bambina e che sento tutt’ora. Mi dava sempre la sensazione che non mi volesse tra i piedi, lei e la sua maledetta voglia di apparire. Materialmente mi dava tutto. Mi comportavo bene, studiavo, ero una brava bambina, facevo tutto ciò che decideva lei. Mia madre sin da bambina era stata mandata a lavorare nei campi sognando una vita da signora; lei che sposò un uomo che non le fece mancare nulla. Nonostante facessi tutto ciò che mi chiedeva, apparire agli occhi degli altri perfetta, non ho mai avuto da lei un atto di gratitudine. Io volevo solo farla felice, volevo che fosse contenta di me, fosse soddisfatta, avrebbe potuto ringraziarmi con un gesto d’amore. Ero una figlia in gabbia. Lei, consapevole di quanto potere avesse su di me. Un giorno conobbi un ragazzo, me ne innamorai, come da copione non piaceva a mia madre. Io amavo quest’uomo.

Il mio unico tentativo di ribellione verso di lei fu un atto d’amore: concepimmo un bambino. Un unico gesto che avrebbe rotto questa catena, che avrebbe smesso di farmi sentire figlia perché sarei diventata madre. Le avrei dimostrato di essere capace di amare come una mamma dovrebbe.

Gustav Klimt  "Le tre età della vita" 1905 Olio, argento e oro su tela.

Gustav Klimt
” Le tre età della vita” 1905
Olio, argento e oro su tela.

Ma io di tutto ciò non mi rendevo conto, forse nemmeno oggi ne sono del tutto consapevole. Poi non so perché nella vita s’incateni tutto verso un’unica direzione, ma l’uomo che amavo non era un padre responsabile. Fu di nuovo lei a prendere le redini della situazione. Avrebbe potuto non aiutarmi, magari mi avesse lasciata a risolvere da sola, mi sarei finalmente liberata di lei. Invece mi aiutò, si prese cura del mio bambino, tornai dunque ad essere figlia, incapace di essere madre. Mio figlio mi ricorda mia madre, spesso gli ho riservato trattamenti che avrei dovuto rivolgere a lei. Con il passare del tempo mi sono convinta di essere diventata perfetta: l’uomo che amavo mi è rimasto accanto, ho avuto altri figli, un lavoro…

Continuo a punzecchiare sottilmente il mio primogenito , lo faccio perché lo vedo libero da me, perché è andato avanti nonostante tutto ciò che io gli abbia tolto. Lo ammiro e lo invidio. Ora io sto bene, benissimo, sono anche diventata nonna, continuo ad accontentare mia madre che stravede solo per mio figlio. Ecco, il mio primogenito per mia madre è perfetto.

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