Despar Teatro Italia

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A noi italiani l’indignazione dura meno dell’orgasmo, poi ci addormentiamo. (M. Paolini)

Da cosa muove l’indignazione umana? Viene da chiederselo. In casi come il presente, che cosa dà forma ad una persona indignata nei confronti di una particolare tematica?
Si potrebbe arrivare alla conclusione che, salvo nobili occasioni motivate, spesso essa possa scaturire anche da preconcetti, pregiudizi e magari scarsa conoscenza della materia in questione, o comunque scarsa padronanza dei mezzi per capire e affrontare un discorso con una maturità sufficiente a permetterci di cambiare idea, di tornare magari sui nostri passi, di ritrattare la nostra stessa posizione se dopo aver ascoltato chi ne ha espressa una diversa egli ci è sembrato particolarmente convincente. Non si parla di insicurezza, si parla di maturità.

Il palazzo in questione, gioiello del neogotico e del liberty d’inizio Novecento, con un’area di vendita di 580 metri quadri arricchito da un soppalco con loggia giaceva in uno stato di forte disuso ormai da decenni, e come spesso avviene in questo paese, nell’attesa vana della divina provvidenza secondo molti impersonata dall’autorità pubblica, senza il dinamico interessamento e intervento di un privato, avrebbe perseverato nel suo stato di moto di degrado uniforme.
In passato la cittadinanza in occasioni diverse aveva sollevato più volte ipotesi e dubbi sul recupero della struttura, ma nel concreto si era sempre giunti ad un nulla di fatto. La concertazione in decisioni come queste è fondamentale, va detto, ma deve anche condurre a risultati, e deve possibilmente farlo in tempi adeguati, pena una stasi granitica che spesso immobilizza il nostro patrimonio culturale.

Vista del vano centrale dal mezzanino superiore

Vista del vano centrale dal mezzanino superiore

Personalmente, nel mio piccolo, ho sempre trovato il gridare allo scandalo come qualcosa di ridicolo. Poiché solo raramente chi si scandalizza muove da basi logiche e di libertà di pensiero, per la maggiore, questo sentimento scaturisce dal nostro forte bisogno di sentirci appartenenti ad una determinata categoria, ad un gruppo di persone che la pensano in un determinato modo, insomma a qualcosa.
Ancor più sorridere fa quando l’indignazione si manifesta nei confronti dell’Architettura, quella con la maiuscola, intesa come disciplina. Questo perché, purtroppo non si capisce come ad essa non sia giudicata con lo stesso metro di paragone che viene invece riconosciuto ad altre discipline alle quali viene accordato rispetto quasi incondizionato.
Per fare solo due esempi, con un ingegnere strutturista alcuna persona non appartenente alla sua categoria si permetterebbe mai di questionare elementi della sua materia, allo stesso modo in cui un medico non scenderebbe mai a discutere con un non medico di argomenti che riguardano la sua disciplina, e nessun non addetto ai lavori mai avrebbe probabilmente l’arroganza di azzardare tanto.

Non si capisce invece quando la questione si sposti nel campo della nostra disciplina, l’Architettura, ognuno si senta invece intitolato ad esprimere la propria. Piano. Non sono così idiota da non capire che la complessità della nostra materia sta proprio in questo, nelle sue concrete implicazioni sociali, è il mio credo principale, e quello che spero di riuscire ad esprimere nelle mie posizioni critiche, nelle posizioni che prendo in vari articoli. E non sto nemmeno dicendo che chi non ha studiato la materia non dovrebbe essere messo nelle condizioni di esprimere una propria opinione sull’argomento, calma. Non sto dicendo questo. Solamente non dovrebbe sentirsi titolato a farlo alla stessa maniera in cui un cultore della materia lo fa, perché, come accade per altre materie, egli pecca dei mezzi, tanto quanto se si esprimesse in materia di Medicina, o di Ingegneria civile, e sono solo due degli esempi possibili.

I casi in cui tali dinamiche si sono verificate sono numerose, e quantomeno attuali. Soprattutto quando si parla di recupero storico urbano. Da studente di una disciplina come quella architettonica e da cultore della materia, mi è sempre stato insegnato come il modo migliore di operare, in materia, sia con una certa dose di elasticità mentale, e di costante analisi propositiva nei confronti delle novità, caratteristica che invece sembra mancare sempre maggiormente nell’immaginario del nostro contesto nazionale e in particolare nell’opinione pubblica, che grazie ai social network ha raggiunto, quantità e possibilità di diffusione di opinioni, più o meno autorevoli che siano, mai viste prima d’ora.

2 _verdureMi è stato in particolare insegnato, durante i miei studi, una questione, che manca a chiunque non abbia percorso i miei studi, manca perfino a chi ha compiuto studi artistici troppo classici e pignoli, che la commistione architettonica è virtù, non difetto. Giammai errore. Interventi come quello del Despar Teatro Italia, in altre nazioni sarebbero state felicemente salutate come innovazioni grandiose, porte aperte a nuove possibilità, nonché veri e propri precedenti di recupero storico virtuoso, funzionale e per una volta, per carità, concreto, non come molte altre proposte che perché non muovono da un piano strategico concreto o da un business plan reale, o perché aspettano la famosa quanto agognata intercessione statale (che quasi mai arriva), finiscono col rimanere eternamente sulla carta.

Quello che il veneziano medio (se ancora ne esistono visto il trend di spopolamento quantomai crescente nella città-isola) non ha ancora capito è che in questo particolare caso, come in molti altri in Italia l’intercessione di un privato, in questo caso, la compagnia in questione, Despar Italia, ha permesso di dar nuovamente vita a un edificio che altrimenti sarebbe precipitato rapidamente verso una fine certa e lo ha restituito in mano proprio a loro, ai veneziani, che facendoci la spesa dentro (bisogno primario) hanno la possibilità di tornarlo a frequentare come edificio pubblico, allo stesso modo in cui avveniva quando lo stesso, come cinema, assolveva ad una funzione del medesimo tipo: pubblica, e di servizio alla cittadinanza. E per le posizioni più critiche, questo non è nemmeno il solito caso in cui una boutique si è stanziata in uno spazio di particolare pregio, qui si parla di un supermercato, un supermercato, probabilmente una delle tipologie architettoniche forse tra le più democratiche, dopo gli istituti di istruzione, in quanto liberamente accessibile e parimenti frequentato da pressochè qualsiasi categoria sociale.

Malmaison Hotel, Oxford

Malmaison Hotel, Oxford

In altre nazioni commistioni architettoniche sarebbero salutate con vivo interesse, o quantomeno con curiosità e spirito critico, non bannate negativamente come negative a priori. Esistono hotel costruiti all’interno di vecchie carceri, basti pensare al Malmaison Oxford, nel Regno Unito, o al Långholmen Hotel in Stoccolma, edifici di istituzioni tra le più conosciute e celebrate del mondo sono ospitate all’interno di edifici nati con caratteristiche formali e funzionali completamente differenti, pensiamo alla Tate Modern, ospitata in una vecchia centrale termoelettrica nel Bankside. Ma vogliamo parlare poi dei grandi magazzini Harrods a Londra? Gli esempi si sprecano.

Dopo una lunga gestazione, e circa due milioni di euro di restauro, polemiche sulla sua destinazione, decine di riunioni e confronti con la Soprintendenza, alla fine, la società cooperativa ha riconsegnato alla città uno dei tesori dei primi del Novecento (1914), rimasta chiusa per quasi quarant’anni. Riportandolo a nuovo e soprattutto restituendo alla collettività un’edificio che le apparteneva di diritto. Tantomeno l’indignazione popolare dovrebbe esserci quando le soluzioni introdotte nella realizzazione progettuale sono tutte a basso impatto e tengono strettamente conto dell’oggetto e del contesto in cui si trovano ad operare e sono consce dell’importanza della moderazione e della cautela delle loro azioni e decisioni progettuali.

Grandi Magazzini Harrods, Londra

Grandi Magazzini Harrods, Londra

Il rispetto per il bene artistico e storico in cui è inserito il nuovo supermercato veneziano si concretizza infatti nell’adozione di impianti a ridotto impatto ambientale: si fa riferimento ad esempio all’illuminazione full Led, posizionata direttamente sugli scaffali, per non danneggiare in alcun modo la struttura e gli affreschi; recupero totale del calore prodotto dai motori dei banchi frigo, per il riscaldamento e per la produzione di acqua calda a uso sanitario; impianto di trattamento dei vapori per l’abbattimento di odori e emissioni; porte sui banchi e murali frigo per ridurre i consumi e limitare le dispersioni di temperatura e umidità. L’adozione di scaffalature basse, con la struttura in legno, garantisce anche un agevole accesso visivo alla bellezza della sala.

I lavori sono stati condotti in stretta collaborazione e sotto il controllo della Sovrintendenza, così come l’allestimento del supermercato: le soluzioni ricercate per scaffali, illuminazione e impianti hanno infatti tenuto conto della necessità di preservare l’integrità delle sale e delle decorazioni. Per altro Aspiag Service sottolinea di avere esperienza in questo senso: è già presente in palazzi storici a Trento, Verona e Vicenza. Il caso più significativo è senz’altro quello dell’Eurospar inaugurato nel 2014 a Trento, nel rinascimentale Palazzo Nogarola Guarenti: anche in quel caso ci fu da parte dell’azienda un investimento di circa tre milioni di euro, e l’impegno a proteggere e preservare le opere d’arte all’interno dell’immobile.

DESPAR TEATRO

DESPAR TEATRO

Il sentire frasi fatte come “non è consono”, o ancora “il restauro snatura il palazzo” dà quasi il voltastomaco. Consono a cosa? Snatura in cosa? Tralasciando il fatto che nessun edificio possiede una sua natura immutabile e immanente e che gli esempi più interessanti della storia dell’architettura sono, non mi stancherò mai di ripeterlo, frutto di veri e propri atti di forza formali su edifici precedenti con funzioni completamente differenti, cito come un caso su tutti il sublime Palazzo Madama a Torino, prima locus della romanità, poi fortificazione medievale, infine, tramite l’interposizione di una nuova facciata rinascimentale sede del regio senato, tutto costruito per superffetazione sulla stessa base, la fenice che risorge dalle proprie ceneri, splendido!

E in questo caso si parla addirittura di modificazioni lievi o pressochè nulle e della profonda volontà di lasciare quanto più possibile intatto il manufatto, quindi figuriamoci. E a chi grida continuamente alla mercificazione artistica e di patrimonio culturale: nella sua destinazione precedente di cinema non era comunque un edificio che a pagamento offriva un servizio alla cittadinanza? Qui mica si sta parlando di aprire il classico hotel in centro o l’ennesimo dozzinale b&b (piaga tutta veneziana che sta lentamente snaturando il centro storico dal suo esser città viva), qui si parla, per una maledetta volta, di un servizio al cittadino, a colui che in questi luoghi abita, sì, proprio lo stesso che critica e grida allo scandalo.

Provocazione? Sì, ma arguta

Provocazione? Sì, ma arguta

Per concludere, la cosa più disarmante è che veramente, facendo un’indagine a tappeto sui vari social riguardo a hashtag e geolocalizzazioni che lo riguardano, che a dire il vero sono veramente numerose, (a testimonianza della portata e del vivo interesse internazionale e trasversale per il caso di questo interessante esempio di commistione funzionale), si nota che, tra una moltitudine di commenti affascinati ed entusiasti di utenti internazionali, gli unici commenti negativi siano, indovinate un po’?

Sì, italiani.

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Chi lo ha scritto

Mattia Giusto

Classe 1994, ½ Veneto ½ Friulano, nato e cresciuto in quel nordest che viene spesso ingiustamente ricordato solo per la piccola e media impresa e per le sue velleità secessioniste. Ha vissuto per un anno negli Stati Uniti esorcizzando così il suo “sogno americano”. Ama il suo paese che ritiene il più bello del mondo e che non vorrebbe veder governato né da chi si dichiara aprioristicamente destra, né da chi sinistra, né tantomeno Sammontana ma da chi possiede i contenuti migliori. Frequenta l’Università degli Studi di Ferrara, si interessa di Architettura e di Politica e scrive su L’Undici perché spera di dimostrare che non sono argomenti poi tanto distanti tra loro. Ama giornalismo serio, Prima Repubblica e french touch. Odia clichés, ignoranza e anglicismi.

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