3 Padre Nostro, 4 Ave Maria e 2 Gloria

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Tatiana Trikolov, per gli amici Trilli, era una donna indiscutibilmente attraente.
Pure l’integerrimo dott. Bologna, irreprensibile capo della Polizia di Trieste -sull’orlo di una crisi di nervi e della pensione- non poté fare a meno di notare quella bellezza, quando questa si presentò alla porta della villetta in via di Chiadino dove, qualche ora prima, era stato scoperto il cadavere di un uomo.

triesteSi trattava di un omicidio e questo infastidiva il Bologna perché aveva deciso di trasferirsi proprio in quel rione, una volta in quiescenza. Chiadino, a suo dire, non aveva nulla da invidiare a San Vito, Gretta o Barcola, mete ambite da molti colleghi. C’era tutto quello che un uomo –anziano- può desiderare: un bar con vista mare ed uno con fermata del bus, una pizzeria, un alimentari, un’edicola, una chiesa, un parrucchiere, un campo da calcio, una farmacia, l’ufficio postale, i bottini per la differenziata, i cassonetti gialli per gli abiti usati, la bocciofila, l’Orto Botanico e il bosco del Farneto dove avrebbe portato Cupido a passeggiare -il Terranova adottato nella speranza di riuscire a fare nuove amicizie-. Il Bologna, infatti, suo malgrado, era ancora signorino. D’altronde, aveva sempre messo il lavoro al primo posto e anche in quell’occasione, archiviato il malumore si concentrò sul caso, iniziando dalla bella Tatiana.

tatianaTatiana aveva i tipici tratti delle donne russe: magnifici occhi verdi dal taglio obliquo, zigomi alti, fronte spaziosa; labbra carnose, viso ovale, carnagione chiara. Era bionda, alta e magra, ma con le curve nei punti giusti… un gran bel vedere! soprattutto in un grigio lunedì di un autunno in piena crisi di identità. A fine settembre faceva così freddo che sembrava di essere già in inverno inoltrato.
A scoprire il cadavere era stata proprio Tatiana. Quell’esemplare di giovane emigrante russa, oltre ad essere una splendida donna, era anche la titolare dell’agenzia immobiliare che aveva in carico la villetta. Si trattava di un piccolo edificio preistorico su due piani, con giardino e vista mozzafiato sul golfo di Trieste. Il proprietario, tale signor Gino, ex campione di equitazione, si era trasferito sull’isola di Korčula, in Croazia, patria della moglie Vilenka, dopo essere rimasto vedovo. Un tir che trasportava suini aveva travolto la consorte, mentre lui scopava la cognata disabile nel loro letto matrimoniale.
cavalloGino aveva portato con sé vestiti, documenti e carta di credito, il resto -le foto di Vilenka, il frullino ad immersione (compagno inseparabile dopo la protesi dentale dispettosa) e i trofei equestri- era rimasto nella villetta, letteralmente tappezzata di medaglie, premi e foto che ritraevano Gino a cavallo, Gino e il cavallo, Gino il cavallo. Il purosangue portava il suo nome. L’affitto della villa, completamente ammobiliata, includeva i ninnoli equestri.

Il Bologna entrò in casa, anche se avrebbe preferito restare nella cornice della porta con la bella Tatiana, magari per sempre -quello era il suo ultimo caso-. Il corpo dell’uomo era riverso a terra in salotto, a faccia in giù, osceno e scomposto come lo sono spesso i cadaveri. Vestiva elegante, ma ai piedi calzava delle pantofole.
C’era sangue dappertutto, a partire dalla testa. Sul tappeto, dove il corpo aveva deciso di atterrare, c’era della materia cerebrale e del vomito, così come sul divano, sul tavolino e sul dondolo. Quella sera, l’uomo aveva cenato con insalata di surimi e di mais. I chicchi di granoturco ancora intatti, di un colore giallo intenso, davano un tocco di vivacità al grigio della poltiglia di cibo sparsa ovunque.
orto botanicoIl Bologna interrogò il cadavere come faceva sempre: “chi sei? chi ti ha ucciso?” e proseguì l’ispezione. Durante la sua lunga carriera aveva visto decine di morti ammazzati -sempre perfetti sconosciuti- ma quello aveva un non so ché di familiare. Di solito, il Bologna, quando notava un dettaglio interessante -di comprensione non immediata- andava all’Orto Botanico. Diceva che il profumo dei fiori, il verde delle piante e la vista del mare in lontananza lo rilassavano. In questa occasione il pensatoio era a soli due passi dal luogo del delitto, ma in quel momento dell’indagine, non fu necessaria la fuga tra viole del pensiero e oleandri, il dettaglio si svelò da sé.
Alla base del dondolo c’era un tupè intriso di sangue; la chierica che si indovinava sul cranio spaccato confondeva la memoria, ma non appena il corpo fu girato sulla schiena, tutti, compresa Irina, l’iguana che Tatiana portava sempre con sé tatuata sulla caviglia destra, sembrarono riconoscerlo.
Quello che appariva come un pupazzo disarticolato era Mimmo Lofrate, noto imprenditore siculo, vincitore dell’appalto per l’ex Magazzino vini sulle rive della città. Il Lofrate si era trasferito a Trieste dopo l’affidamento dei lavori. Abitava in una lussuosa villa d’epoca nel rione di San Vito.

Che cosa ci faceva, allora, quel corpo, ormai senza vita, in una vetusta villetta di periferia?
Tatiana disse di non averlo mai visto prima, se non sui giornali che peraltro, abbozzò sottovoce, gli rendevano giustizia solo a metà. Il giorno del ritrovamento era andata alla villa con una cliente. La porta d’ingresso era chiusa, senza evidenti segni di effrazione.
Il Bologna fu preso da una strana euforia, una sensazione eccitante ormai quasi dimenticata. In gioventù, infatti, ogni bella donna e ogni nuovo caso di omicidio -soprattutto quelli in cui c’era da risolvere il cosiddetto enigma della camera chiusa- gli scatenavano un inconfessabile formicolio alle parti intime.
Nella vita reale, però, non gli era mai capitato un caso “impossibile” e neppure quello del Lofrate lo era. Sebbene, infatti, il cadavere fosse stato ritrovato in una stanza, apparentemente chiusa ermeticamente, l’edificio era vecchio e trasandato. Entrare senza chiavi sarebbe stato un gioco da ragazzi, per chiunque. Inoltre, nel salotto c’era una botola in bella vista, che portava al giardino; nella libreria un passaggio segreto –assolutamente evidente- che dava sul cortile retrostante; le finestre si aprivano con una spinta. Il camino era sufficientemente largo affinché una persona di medie dimensioni potesse calarsi dentro e una chiave con la targhetta “villa Chiadino” spuntava da sotto il culo del morto. Il Bologna ebbe la tentazione di nascondere quella prova, magari, in futuro, prima di acquistare casa a Chiadino, avrebbe potuto tornare alla villa per prendere confidenza con il rione, ma desistette. In realtà, era innamorato della parte alta di via dei Porta, quella con vista aperta da Punta Salvore a Grado e l’intuizione sottesa del Castello di Miramare. Fu un pensiero fugace e tornò subito al morto.

omicidioSi trattava di un banale caso di omicidio. L’arma del delitto campeggiava trionfante sul tappeto fra tracce di vomito e materia cerebrale -una statuetta raffigurante un cavallo, nulla di più ovvio- e sul pavimento c’erano le impronte di una scarpa da donna con tacco a spillo, simile a quelle che indossava Tatiana. Mancava solo il movente… e il colpevole.
Perché il Lofrate era stato ucciso? chi l’aveva colpito con tanta violenza? A quel punto il Bologna trascorse interi pomeriggi all’Orto Botanico, ma l’unico effetto fu una fastidiosa rinite allergica.
Per prassi vennero sentiti parenti, amici, conoscenti, colleghi e abitanti del rione. Tutti, ma proprio tutti, anche il cane del vicino sembravano avere un buon motivo per ammazzare il Lofrate: donne e colleghi traditi, anziani e bambini maltrattati, animali seviziati. Molti, però, erano da escludere.
In primis il cane del vicino, un bassotto con tre zampe; l’anziana della casa attigua, paralizzata dal collo in giù; il prete della parrocchia, timoroso più della giustizia terrena che di quella divina; la parrucchiera cinese del salone dirimpetto, incinta all’ottavo mese di tre gemelli; il presidente della bocciofila, colpito da ictus due giorni prima. E poi, ancora, la sera dell’omicidio -la morte fu fatta risalire fra le 21.30 e le 22.00- c’era il derby Inter-Milan, la finale del nuovo reality sul giardinaggio e la replica della 7153 puntata di Beautiful, il che escludeva ragionevolmente dai possibili assassini il novanta per cento della popolazione.
Nel dieci per cento restavano la moglie, le amanti e i colleghi. Tutti sospettati illustri, ma tutti, con un alibi di ferro.
La moglie, che non esitò a definire il Lofrate stronzo, egoista e fedifrago, tentava di eliminarlo da anni, senza successo. La sostituzione delle pillole per la pressione con altri farmaci, infatti, non aveva sortito alcun effetto, se non quello di renderlo ancora più fastidioso, così come la dose massiccia di lassativo nei pasti, la vaselina sotto le suole delle scarpe e i chiodi infilati nelle gomme dell’auto. La sera dell’omicidio si era esibita con il coro “Vecie crodighe”. Decine di persone l’avevano sentita cantare.
I più acerrimi nemici del Lofrate, invece –colleghi di lavoro- quella sera complottavano contro di lui al Caffè degli Specchi -immortalati in una foto dal solito giornalista ficcanaso-. L’omicidio era all’ordine del giorno di quelle insolite riunioni. Il Lofrate era una persona arrogante, infida e opportunista, disposto a passare sul cadavere del proprio figlio –che un dio con le palle gli aveva negato- pur di soddisfare i propri interessi.
donneLe numerose amanti accreditate all’imprenditore, infine, si erano dissolte nel tempo senza fiatare, blandite da una lauta ricompensa in denaro. Anche la più “innamorata” -ottenuto il bonus extra di uno yacht di lusso- si era rassegnata. Parola della moglie! che da anni faceva pedinare il marito. Un’amante, però era sfuggita all’investigatore –distratto dallo stesso Lofrate con una bustarella- ma non al Bologna.

Fin dal primo giorno, infatti, il Bologna era rimasto incollato con lo sguardo sulla bella Tatiana e non solo perché fosse una creatura affascinante. Gli era sembrata molto turbata, troppo, nonostante la freddezza ostentata che lui, però, sapeva essere una caratteristica delle donne dell’est. Ricordava bene Olga, un’ucraina focosissima sotto le lenzuola, ma glaciale in pubblico. Inoltre, quella stessa mattina aveva notato la donna piangere e cosa alquanto grottesca, accarezzare il tupè! Infine, le impronte rinvenute nella casa appartenevano ad un paio di scarpe n. 41. Tentare di nascondere le lacrime era possibile, ma tentare di mimetizzare quelle zattere, neppure immaginabile!
Il Bologna, in breve, si fece pressante. La pace dei sensi dell’agognata pensione l’attendeva. Dopo pochi giorni di indagini e qualche ora di interrogatorio, Tatiana crollò. Confessò una relazione con il Lofrate; confessò il luogo degli incontri, la villa; confessò una doppia copia delle chiavi; confessò che le pantofole, ricamate a mano da lei stessa, erano un regalo, ma confessò anche che quella sera era rimasta a casa preferendo il divano, la tv e Ridge Forrester al grosso membro indisciplinato del Lofrate.
La storia aveva un senso, il Bologna, però, determinato a risolvere il caso –non era più in grado di reggere a lungo quel formicolio ai testicoli-, arrestò Tatiana, soffocando il fastidioso dubbio che persisteva sul movente. Il giorno dopo, il quotidiano locale Il Piccolo, riportava la seguente notizia: “Preso il killer del Lofrate”.

Il pomeriggio stesso, al commissariato si presentò il prete della parrocchia del rione, in lacrime, che scagionò Tatiana confessando l’omicidio.
bimba“Trilli arrivò in Italia che era solo una ragazzina. Senza genitori, senza casa e senza lavoro. Le feci da padre, da madre e da confidente. Una volta cresciuta l’aiutai a trovare lavoro. Matrimonio e figli avrebbero coronato il sogno, ma qualche anno fa, Trilli conobbe il Lofrate –universalmente noto come individuo spregevole- e il sogno svanì. Conoscevo ogni dettaglio di quella storia, degli incontri clandestini e del luogo in cui questi avvenivano, così come il Lofrate conosceva tutto di me, anche le mie origini. Il mio nome è Gennaro Lofrate. Sono il fratello di Mimmo.
Sapevo che quella sera, Trilli si sentiva poco bene; sapevo che lui sarebbe andato comunque lì ad aspettarla -il buffone non si dava mai per vinto- e sapevo pure della botola difettosa. Nell’intervallo fra il primo e il secondo tempo del derby, infilai il giubbino sopra il pigiama, coppola, guanti e andai alla villa. Erano anni che immaginavo e temevo quel confronto.
In realtà, disarmati i vecchi rancori, l’unico scopo della visita era quello di convincere Mimmo, con le buone, a rinunciare a Trilli. Entrato in casa, però, compresi immediatamente che le cose sarebbero andate in maniera diversa. Mimmo era sul divano. Quando mi vide, scattò in piedi e mi aggredì con una violenza inaudita, forse turbato perché aspettava Trilli o forse turbato perché aspettava proprio me. Caddi all’indietro sul tavolino e svenni per qualche istante. Quando riaprii gli occhi, Mimmo era sopra di me, impugnava una testa di cavallo in bronzo… E’ stato un attimo. Afferrai anch’io uno di quegli imbarazzanti ninnoli equestri e colpii senza esitazione. Solo una volta. In quel gesto c’era tutta la rabbia trattenuta per anni. Terminato il confronto, tornai a casa, mi feci una doccia e mangiai gli ultimi pop corn, ormai freddi.
In fondo sono stato un signore, l’ho ucciso, è vero, ma solo una volta e in maniera definitiva. Mimmo, invece, ha distrutto la mia vita ben tre volte, lasciandomi vivo perché potessi ammirarne lo scempio: da ragazzo, portandomi via la fidanzata per sfida; dichiaratomi gay, portandomi via il fidanzato per capriccio e fattomi prete, portandomi via la fede, profanando quanto di più caro e puro avessi al mondo, Trilli”.
chiesaIl prete concluse con una battuta: “ad occhio e croce, 3 Padre Nostro, 4 Ave Maria e 2 Gloria dovrebbero bastare”.
Anche il Bologna concluse con una battuta: “lo sapevo fin dall’inizio, ma non avevo le prove. Suo fratello l’ha tradita anche da morto. Quando, infatti, gli ho chiesto “chi sei? chi ti ha ucciso?” la risposta è stata muta, ma inequivocabile: Lo-frate”.

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

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