La genitorialità ereditata “Porto il nome di tutti i battesimi” (De André ) – prima parte

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Molti di noi si pongono la cruciale domanda : “Sono un bravo genitore?” . C’è spesso un pensiero ed una risposta costante, quasi una promessa: non essere come i propri genitori. Sopravvive una sorta di opposizione, di distacco, di critica nei confronti delle nostre madri e dei nostri padri. Ma siamo davvero sicuri che ben poco sia salvabile?

Davvero ci può aiutare questa condizione di non clemenza? Invece di rinnegare bisognerebbe prenderne il buono rimasto, le belle emozioni, migliorarle e ridonarle ai propri figli. È necessario un “percorso di consapevolezza “ non inerente solo noi stessi ma che da noi vada a ritroso fino a sostare al tempo in cui i nostri genitori erano anch’essi figli.

Dunque i nostri nonni che genitori erano? Qual era il tempo storico? Come dimostravano l’amore? Quali sogni, quali progetti avevano custodito, desiderato, raggiunto, perso…Quali sacrifici o rinunce hanno dovuto fare? Quante gioie o quante mancanze? I nostri genitori sono stati bambini. Si sentivano amati? Erano felici? Come noi si saranno fatte delle promesse: “Quando sarò grande…”.

Quei bambini sono diventati i nostri genitori. Hanno aggiunto del loro ma è inevitabile che ci sia molto della loro infanzia ed è quest’ ultima parte che deve essere salvata, apprezzata, perdonata, custodita. Un percorso a ritroso di comprensione e di clemenza, è necessario, fino a tornare di nuovo a noi, come madri, come padri.

Mio padre è sempre stato un uomo poco portato alle dimostrazioni di affetto o almeno di quelle evidenti; da bambina mi chiedevo il perché e soffrivo per questa mancanza. Una sera, quando i miei figli erano a dormire, tornarono in mente molti momenti: attimi di quotidianità, di vita, di amore. Mio padre da “figlio” ha vissuto diverse mancanze. Non solo non aveva genitori che sapessero dimostrargli l’amore, ma sin da piccolo conobbe il sacrificio, la rinuncia, la fame, la povertà, l’ assenza anche di disciplina e regole. I miei nonni non erano genitori “orchi”, semplicemente era “quel tempo”, avevano quegli strumenti, a loro volta ridonavano gli insegnamenti ricevuti.

Mio padre scelse di andar via per darsi una possibilità, ci vuole un grande coraggio nel partire a tasche vuote… Lavorò, studio’, fu forse da questo periodo che cominciò ad amare la disciplina della Storia. Diventò padre. Era un padre di poche moine, altrettanto erano assenti le punizioni; ha sempre rispettato il proprio lavoro, qualsiasi mestiere facesse; io e lui spesso discutevamo ma c’ era sempre il frigorifero pieno di cibo, il giubbotto nuovo, la paura, l’ ansia che gli prendeva quando io e mio fratello uscivamo. Se quella sera non fossi andata indietro nel tempo non mi sarei resa conto dell’amore di mio padre nei suoi gesti, nel suo modo di fare e dei suoi sogni per i propri figli. Le carezze, la tenerezza, poi le ha riservate a mio figlio, il suo primo nipote. Ora io a casa riempio sempre il frigorifero e mio figlio ama la Storia. L’amore si tramanda…

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