Coez, “Faccio un casino” (2017, Autoprodotto)

Share on Facebook4Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Belli i suoni, intriganti arrangiamenti, buon lavoro dal punto di visto musicale… sì, ma in sostanza?

Non me ne voglia Coez, in realtà non conosco i suoi lavori precedenti, ma “Faccio un casino” risponde bene alle aspettative dichiarate nel titolo. I contenuti dei testi sono imbarazzanti. Il punto di vista dell’autore, totalmente incentrato sull’immagine che lo stesso ha di sé, risponde perfettamente a una generazione autoreferenziale e sostanzialmente innocua.

Il brano con cui apre il disco ha come titolo Still fenomeno. I primi versi recitano

Da piccolo ho distrutto un bilocale / sentiti me, sentiti male / metti le cuffie, sentiti il mare / se senti chiamare fenomeno / non ti girare, ce l’hanno con me /mica con te, cominci male

Coez è un autore di trentaquattro anni, un uomo adulto. C’è la rima, suona. Ma qual è il messaggio? Non esiste messaggio. Esiste una sequenza in assonanza senza sostanza. L’equivalente di mille selfie che continuano a mutare sul social tentando di trasmettere un’identità che non si possiede.

L’amore e il sesso hanno l’aspetto suggerito in Parquet

Stanotte piove si ma mica fuori le serrande / non è che mi riparo se sto in mezzo alle tue gambe / vorrei farci grosso slalom gigante / prenderti per il collo piano è eccitante / e vorrei solo dedicarti dei versi un po’ porno / come quel gruppo di geni durato un giorno

Ci vuole senza dubbio coraggio nel mettersi davanti ad un microfono e sparare una sequenza di immagini così adolescenziali da fare quasi tenerezza. Ma il colpo di classe arriva immediatamente dopo

I tuoi cantanti preferiti non hanno i miei testi / in stanza due giorni che non ti vesti / quel tanga è così bello ti calza a pennello / ti dipingerei in un quadro se fossi Gemello / non sono il tipo da regalarti un anello / ma posso trattarti come un gioiello

Se ci fosse dell’autoironia sarebbe un capolavoro. Possiamo però avere speranza nel fatto che la controparte citata abbia dei gusti migliori di quanto si intenda all’interno del testo.

COEZ - FACCIO UN CASINO (COPERTINA)

COEZ – FACCIO UN CASINO
(COPERTINA)

Una bella fetta di storia del rap ruota intorno alla comunità, alla solidarietà, al sostegno reciproco, all’affetto che scaturisce nelle situazioni più difficili. Questo perché il rap nasce, così come la maggior parte delle forme artistiche, come rottura e rivalsa contro i confini di un sistema. Nel disco cosa abbiamo da questo punto di vista? Ce lo dice Un sorso d’ipa

Un sorso d’ipa che verso sull’asfalto / graffiti di fratelli morti che girano ancora / sono rigonfi di colore ho gli occhi gonfi di dolore

La sofferenza è una questione personale e questo è l’omaggio agli amici scomparsi. Tre versi e un goccio di birra artigianale per poi trovare Coez di nuovo a parlare di… Coez

Chissà tu come te la stai passando / ora di chi ti fai / ora da chi ti farai / prestare il cuore per amare qualcun altro / io più lontano dai guai / più lontano che mai / lottare così tanto per un cielo bianco / solo in un monolocale / a volte sto vuoto fa male / devo lottare per prendere ciò che è mio

Egocentrismo che annaspa in un vuoto concettuale inquietante, ecco l’indie. E Coez non credo nemmeno sia l’esponente di spicco in tal senso. Ha voluto tentare un salto dal rap al cosiddetto “cantautorato” usando come riferimento stilistico la corrente autoriale peggiore a disposizione, e forse anche quella al momento più in vista. Il risultato è un disco che si ascolta molto bene a patto di non capire la lingua italiana.

Quaranta minuti di ottimo sound per gli amanti del genere dove si incontrano notevoli passaggi musicali, un esempio tra tutti Occhiali scuri. A patto, ripeto, di non dare senso alla parola.

Voto: 4/10

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook4Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?