L’uomo come essere narrativo e biografico

Share on Facebook192Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Attraverso Vincent Van Gogh ed Umberto Saba scopriamo a che cosa serve l’arte e perché ne abbiamo bisogno

“Bene, credi che ciò che accade dentro appaia fuori? Uno ha un grande fuoco nell’ anima e nessuno mai viene a scaldarsi: i passanti percepiscono solo quel che ne appare per un po’ di fumo in cima al camino, e proseguono per la loro strada. Che fare allora? Trattenere questo fuoco dentro, confidare in se stessi, attendere pazientemente, nonostante un’enorme impazienza, il momento in cui qualcuno verrà a sedersi e si fermerà, o che altro?” (Vincent Van Gogh, lettera 133F, Etten, luglio 1880)

notte-stellata-sul-rodano-van-goghQuesta è una delle tante lettere che Vincent Van Gogh scrisse al fratello Theo. Dietro questa assidua corrispondenza si nasconde un tremendo bisogno di voler essere capito, una volta almeno, da un’altra anima. Van Gogh si descriveva come un uomo istintivo, dai sentimenti forti e profondi, animato da una forza prorompente tesa a capire se stesso e a trovare metodi attraverso i quali esprimere la propria interiorità. Trovò nell’arte, nella pittura il giusto mezzo attraverso il quale raccontarsi e raccontare. I suoi quadri sono, prima di tutto, disperati tentativi per esprimere ciò che di più celato ed oscuro si agitava nella sua anima. Il pittore rimase incompreso per quasi tutta la durata della sua vita, ma questo non fu mai abbastanza per riuscire ad arrestare il bisogno di raccontarsi, come uomo, attraverso i suoi quadri.

Scriveva Van Gogh all’amico Anthon van Rappard: “[...]Il sentimento positivo che l’arte è qualcosa di più grandioso e più sublime della nostra personale abilità, della nostra personale capacità e del nostro personale sapere. Il sentimento positivo che l’arte è qualcosa che, per quanto sia fatta da mani umane, non è solo un prodotto di queste mani, bensì essa sgorga da una sorgente più profonda della nostra anima.” (Lettera R43, Nuenen, aprile 1884)

Egli dunque dipingeva per rispondere ad un’esigenza interiore, per manifestarsi al mondo, per obbedire ad un impulso insopprimibile di raccontarsi e di essere ascoltato. Van Gogh era consapevole del fatto che ad un uomo occorresse il contatto con gli altri per concepirsi come tale. E per tutta la sua esistenza cercò questo rapporto con la vita e con l’umanità; il suo essere artista non fu mai un alienarsi nella sua geniale follia, ma sempre un andare verso gli altri con una gioia ed un apertura del tutto umane.

maxresdefaultDa sempre l’uomo sente l’esigenza di rappresentare ciò che vive; attraverso l’arte, la parola, la scrittura esprime la ricerca del significato del proprio essere nel mondo. Questi gesti, queste azioni non trovano spiegazioni sulla base del solo bisogno, inteso come soddisfazione materiale tesa alla sopravvivenza; è invece insita nell’uomo l’esigenza, il desiderio insopprimibile di raccontarsi, di raccontare le proprie esperienze a se stesso e agli altri per prendere coscienza di esse ed interiorizzarle. Quello che si vuole comprendere attraverso il racconto, è il valore dell’esperienza, il suo senso simbolico, il significato che essa acquisterà nella vita dell’individuo.

Noi siamo esseri “narrativi”, bio-grafici: sentiamo la necessità di segnalare al mondo la nostra esistenza; non ci accontentiamo semplicemente di essere, ma diventiamo ciò che siamo nel momento in cui troviamo uno spazio all’interno della Storia, lasciando segni, ovvero narrazioni. Vivere significa quindi tessere una storia (trama) e di conseguenza riuscire a comprendersi come soggetto, individuale e collettivo, di questa storia. Difatti nessuna esperienza può dirsi per l’uomo pienamente vissuta, finché essa non viene espressa attraverso la “parola” scritta, narrata, dipinta o musicata.

Come uomini però, non sentiamo solamente il bisogno di raccontarci, ma anche il bisogno di comprendere dal racconto di altri come è fatta la vita. Per quanto oggi possa sembrare superato dai mezzi di comunicazione, che assorbono e bruciano nell’istante la relazione con gli altri, il valore formativo della narrazione è insostituibile. Walter Benjamin nel suo saggio sul “Narratore” esprimeva già la crisi in cui la moderna dimensione del vivere ha posto l’esperienza del narrare: “Ormai non c’è più nessuno che sappia raccontare qualcosa come si deve.” (Walter Benjamin, Angelus Novus, Torino, Einaudi, 2006).

Oscar: tutte le statuette tricolori/ SPECIALE

Di fatti l’esperienza viva della narrazione offre all’essere umano ancora inesperto, orientamenti decisivi per il suo futuro. Approfittare di una memoria vivente è importante, non solo per conoscere le cause di ciò che è avvenuto, ma per essere testimoni del racconto di una memoria significativa, simbolica: vale a dire una memoria che riesca a plasmare il senso profondo di un’esistenza; una memoria orientata alla qualità del vivere, caratterizzata dalle ripetute scelte fra il bene e il male. Una memoria che non solo ha imparato come è fatta la vita, ma che si è anche resa conto, in termini insostituibilmente personali, di come la vita dovrebbe essere vissuta. Una memoria che è in grado di guardarsi alle spalle ed osservare la strada percorsa e che, grazie a questa retrospezione analitica, può essere d’esempio.

Interrogata in questo modo, la memoria degli uomini può introdurre ad una personale esperienza del vivere. Questo è ciò che tentò di trasmettere, tramite la sua scrittura, il poeta italiano Umberto Saba, massimo esponente, dopo Montale, della linea antinovecentista della lirica dei primi decenni del XX secolo. Nel breve saggio “Quello che resta da fare ai poeti”, concepito nel 1911, Saba affronta, fra gli altri, anche il tema del rapporto con la tradizione e i modelli. Consapevole della freddezza con la quale la critica ha accolto le sue prime prove poetiche, giudicate totalmente avulse dal contesto contemporaneo delle Avanguardie Storiche e sin troppo legate alla grande lirica italiana del passato, l’autore vi afferma che scopo del poeta è “ritrovare se stesso” anche se ciò può indurlo a calcare sentieri già battuti.

Umberto Saba e Trieste

Umberto Saba e Trieste

Nel Canzoniere, come risulta dalle precise indicazioni cronologiche delle varie sezioni, egli pone in primo piano l’elemento autobiografico della sua poesia, ricondotta a particolari situazioni e momenti esistenziali. Saba si propone di indagare il nesso fra poesia e verità: egli vuol tentare di scrivere della “poesia onesta”, animata da una sincerità volta a fare chiarezza dentro di sé e nei rapporti con gli altri. Vengono quindi affrontati i temi della quotidianità: un raccontare e un raccontarsi con semplicità la complessità della propria esistenza per riuscire, infine, a comprenderne il senso profondo: “Amai la verità che giace al fondo, / quasi come un sogno obliato, che il dolore / riscopre amica. Con paura il cuore / le si accosta, che più non l’abbandona.” (Canzoniere, Volume terzo, Mediterranee, Amai, vv. 5-8, 1945-46).

Tuttavia queste vicende non valgono per se stesse, poiché l’autore trasferisce sempre tali eventi personali sul piano di una riflessione che riguarda una condizione più generale dell’uomo e della vita. Secondo Saba infatti “non esiste un mistero della vita, o del mondo, o dell’universo. Tutti noi, in quanto nati dalla vita, facenti parte della vita, sappiamo tutto, come anche l’animale e la pianta. Ma lo sappiamo in profondità. Le difficoltà incominciano quando si tratta di portare il nostro sapere organico alla coscienza. Ogni passo, anche piccolo, in questa direzione, è di un valore incalcolabile.” (“Storia e cronistoria del Canzoniere”, 1948)

Concludendo: il primo punto che abbiamo messo in luce è che la vita umana non è soltanto vita biologica e vivere significa emergere da quest’ultima e faticosamente imparare ad “onorare” la dignità umana di cui ciascuno di noi è potenziale portatore: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.”(Dante, Commedia, Inferno XXVI, vv. 119-120). A sostegno di ciò abbiamo esposto il caso meraviglioso dell’arte di Vincent Van Gogh, il pittore incompreso che bramava di essere ascoltato, attraverso i suoi quadri, anche solamente una volta e che, nonostante nessuno gli prestasse mai attenzione, non smise mai di orientare la sua arte verso la ricerca di un rapporto con la vita e con l’umanità intera.

villaggio-di-sindia-960x641Capovolgendo la prospettiva e quindi analizzando il problema dal punto di vista dell’Ascoltatore, anziché da quello del Narratore, abbiamo compreso che oltre al bisogno di esprimersi, l’uomo è portatore anche del bisogno di ascoltare. Il compito di comprendere la propria vita non può essere realizzato in modo autoreferenziale. Nessuno può scoprire cosa significa “essere un uomo” guardando solamente dentro se stesso (non solo quindi un ascoltarsi). Per essere uomini si ha bisogno degli altri: non solamente di chi sta cercando la propria strada, quindi di amici, compagni, pari, ma anche e soprattutto, di qualcuno che ha già compiuto quel percorso (un padre, una madre, un anziano), qualcuno che abbia già vissuto e che possa dare una testimonianza in ordine a quei significati fondamentali tali da orientare il percorso di crescita: Per fare un figlio bastano due persone; per renderlo uomo occorre un intero villaggio (Proverbio africano).

Abbiamo potuto riscontrare come l’uomo ricerchi nel rapporto con gli altri, un ulteriore aiuto per comprendersi e comprendere la vita. Perciò abbiamo visto autori come Umberto Saba, andare incontro a questa esigenza e predisporre la loro arte come esempio e guida per gli altri uomini.

Vorrei concludere con un pensiero sul moderno bisogno di raccontarsi e di ascoltare. Walter Benjamin nel già citato saggio sul Narratore, sostiene che l’arte di raccontare si stia lentamente estinguendo. Io credo invece che essa si stia avviando verso una radicale trasformazione: non sta scomparendo nell’uomo moderno la necessità di narrarsi, piuttosto egli ha plasmato nuove forme di comunicazione e nuovi linguaggi, creando così “nuove grammatiche del racconto, nuove vie per far della parola la carne del presente” (R. Saviano, “Se lo scrittore morde”, Repubblica, 3 maggio 2007). Non ci stiamo quindi incamminando verso un tramonto della narrazione, bensì verso una straordinaria rivoluzione del linguaggio, della quale, oggi, fatichiamo ancora a focalizzare e distinguerne chiaramente i lineamenti.

 

 

 

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook192Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?