Vermeer di Delft: la sua pittura, il suo falsario

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Ragazza che legge una lettera, Gemäldegalerie, Dresda

Ragazza che legge una lettera, Gemäldegalerie, Dresda

Era l’inizio del Novecento quando Marcel Proust, visitando l’Aia, si imbatté nella “Veduta di Delft”di Vermeer, pittore olandese allora quasi sconosciuto; lo scrittore ne rimase talmente incantato che ebbe a definirlo“il quadro più bello del mondo” inserendolo nella sua “Recherche” dove uno dei suoi personaggi ci muore letteralmente davanti perché – se pur estremamente malato – si reca al museo solo per ammirarne un particolare, una “piccola ala di muro giallo”. L’opera di Johannes van der Meer aveva cominciato ad uscire dall’oblio del tempo mezzo secolo prima di Proust grazie al giornalista francese Théophile Thoré-Bürger che, entusiasta della scoperta, aveva scavato nei documenti e visitato musei e collezioni private riuscendo a compilare un primo e approssimativo catalogo di opere, in seguito rivisto dalla critica che allo stato odierno riconosce solo 37 lavori di mano dell’artista. Il muro di silenzio che aveva avvolto la pittura di questo grande uomo – morto nel 1675 poco più che quarantenne a Delft – era in parte dovuto alla mancanza di biografie su di lui, in parte al ristretto ambiente provinciale della città in cui aveva operato. Soprannominato “la sfinge di Delft” a causa delle scarse notizie, per lui parlano pochi documenti e le sue piccole tele, che rappresentano soprattutto una serie di interni di case dove uomini e donne della società contemporanea svolgono le loro attività quotidiane immerse nella luce radente di una grande finestra laterale.

Il geografo, Städelsches Kunstinstitut, Francoforte

Il geografo, Städelsches Kunstinstitut, Francoforte

Il campo d’azione limitato dell’arte di Johannes derivava dalla particolare situazione in cui, dopo la metà del Seicento si vennero a trovare le sette provincie settentrionali dei Paesi Bassi: ricche, potenti e di fede luterana e calvinista, si erano liberate dopo lunghissime lotte dalla dominazione spagnola – e dal cattolicesimo imposto come religione ufficiale – proclamandosi repubblica governata da un’aristocrazia mercantile anziché da un unico sovrano. Secondo il movimento protestante l’adorazione delle immagini sacre costituiva un’eresia pagana: questa tesi aveva portato nel nord Europa a numerosi episodi di iconoclastia con la conseguente distruzione di chiese cattoliche, cappelle, abbazie e monasteri con tutto ciò che contenevano. Spariti quadri, affreschi e sculture, l’unico elemento decorativo dei luoghi di culto fu l’organo, mentre la contrazione della domanda costrinse gli artisti a rivolgersi a una committenza pubblica piuttosto avara o a quella più generosa del collezionismo laico e privato dove la concorrenza era però durissima. Reyner, il padre di Vermeer, era iscritto alla gilda di Delft come mercante d’arte, mestiere che esercitava parallelamente a quello di tessitore e locandiere alla “Volpe volante” e non a caso, perché in Olanda spesso e volentieri le taverne erano anche i luoghi dove si bandivano aste e vendite di dipinti. In seguito la famiglia acquistò, imbarcandosi in un grosso debito, un nuovo esercizio sulla Markt, la piazza del mercato dove sorgevano anche il Municipio e la Chiesa Nuova; alla morte di entrambi i genitori Johannes ereditò il locale – la Mechelen – assieme alle ipoteche e alle attività del padre, continuando per tutto il resto della sua breve vita a svolgere parallelamente il mestiere di albergatore e pittore.

La lattaia, Rijksmuseum, Amsterdam

La lattaia, Rijksmuseum, Amsterdam

Non è chiaro presso chi si sia formato, ma sappiamo che nel 1653 diventò membro della Gilda di San luca, una corporazione di artisti e artigiani che deve il suo nome all’evangelista che – secondo la tradizione – aveva dipinto il ritratto della vergine. Doveva essere messo maluccio dal punto di vista finanziario, dal momento che fu costretto a pagare a rate la quota d’iscrizione. Nonostante acquisisse rispetto e stima diventando anche decano della Gilda, i problemi economici furono una costante di tutta la sua vita: aveva sposato Catharina Bolnes, un giovane donna di famiglia benestante e cattolica che gli avrebbe dato la bellezza di quindici figli. Per nutrire tante bocche né il suo lavoro né la locanda potevano bastare, ma per fortuna c’era la suocera Maria Thins, che gli venne in aiuto ma con cui la coppia si trovò a convivere, immaginiamo in un caos di voci e presenze (aggravate anche dal fratello della moglie, un individuo violento e attaccabrighe) che mal si conciliano con la ricerca dell’ispirazione creativa. Perché – e qui la straordinarietà dell’arte di Vermeer – nonostante la confusione di casa sua e contro la moda dell’epoca che ritraeva scene di vita quotidiana a base di allegre brigate, bevute di birra, musicanti e amorosi corteggiamenti – i suoi interni domestici sono immobilizzati nella luce e nei colori preziosi della tela e immersi in un cristallino silenzio, come in una sorta di sospensione del tempo che fa perdere loro qualsiasi connotazione realistica. In tutto ciò risalta la minuziosa descrizione degli oggetti d’arredo, i preziosi e pesanti tappeti sui tavoli, le brocche di metall, gli strumenti musicali e tra tutti le carte geografiche appese al muro, disegnate con tanto dettaglio da poter perfino leggere la firma del cartografo.

Donna con brocca d'acqua, Metropolitan Museum of Art, New York

Donna con brocca d’acqua, Metropolitan Museum of Art, New York

La tecnica utilizzata da Johannes è costituita dall’uso di piccoli punti brillanti e ravvicinati, veri e propri grumi di luce colorata, e di materiali coloranti come i gialli, i grigi, i neri, gli azzurri e il costosissimo blu di lapislazzuli o blu oltremare, che non abbandonò nemmeno nei periodi di difficoltà economiche; si suppone che, come molti pittori dell’epoca, adoperasse la camera ottica, uno strumento a forma di scatola capace di proiettare l’immagine capovolta su una superficie piana che veniva poi ricalcata e traferita su tela.

Sembra che non realizzasse più di due o tre quadri all’anno. Dalla sua mano lenta e paziente nacquero capolavori tra cui la “Donna che legge una lettera davanti alla finestra”, “Il geografo” “La lattaia”, la “Donna con brocca d’acqua”, “L’Allegoria della pittura”, “La merlettaia”. La celeberrima “Ragazza con l’orecchino di perla” rientra nella categoria di quelli che nell’arte olandese venivano definiti “tronie” che – a differenza della romantica ma inventata storia del film omonimo- erano assai spesso ritratti di personaggi immaginari in abiti esotici come appunto questa bella ragazza col turbante.

Allegoria della pittura,  Kunsthistorisches Museum, Vienna

Allegoria della pittura, Kunsthistorisches Museum, Vienna

I quadri di Vermeer piacquero molto alla ricca committenza privata grazie alla quale poté vendere circa la metà della sua produzione. Per un certo periodo godette quindi di stima e reputazione ed ebbe un regolare afflusso di entrate, ma una crisi economica scoppiata a seguito della guerra con la Francia fece crollare il mercato dell’arte; frustrato anche dal pesante onere del mantenimento dei figli, e obbligato a chiedere prestiti, l’artista piombò in uno stato di depressione e prostrazione da passare – come affermò la sua vedova – “in un sol giorno, o in un giorno e mezzo, dalla piena salute alla morte”. Catharina fu costretta a vendere i quadri del marito per ripagare senza riuscirci i debiti che gravavano sulla famiglia, morendo in povertà a 56 anni.

Nel Novecento l’ammirazione dei primi scopritori contagiò critici d’arte e pubblico e le quotazioni dell’artista salirono vertiginosamente. La rarità dei suoi dipinti dette però origine a una caccia all’originale che avrebbe avuto risvolti romanzeschi: l’episodio più famoso riguarda la falsificazione di alcune tele del maestro di Delft da parte di un pittore olandese di scarso talento ma di enormi ambizioni che risponde al nome di Han van Meegeren. Appassionato conoscitore delle tecniche della pittura antica – in epoca industriale si preparava i colori da solo rifiutando quelli sintetici – costui era avvelenato dalle critiche malevole che venivano rivolte al suo lavoro. Decise così di vendicarsi dei detrattori producendo una serie contraffatta di pittori olandesi del Seicento, tra cui anche nove Vermeer, che introdusse sul mercato guadagnando una fortuna; naturalmente oltre ai soldi, costituiva per lui un subdolo piacere ingannare gli studiosi che lo avevano rifiutato. Utilizzava tele antiche che raschiava accuratamente e riusciva anche a riprodurre la craquelé, ossia quella ragnatela di fessure che si crea col tempo sui dipinti ad olio.

Han van Meegeren dipinge  Cristo tra i dottori

Han van Meegeren dipinge Cristo tra i dottori

Nella truffa cascarono fior di critici d’arte come il Bredius (soprannominato il Papa per la sua infallibilità) e il nostro Roberto Longhi, assieme a politici e collezionisti miliardari; questi falsi esistono ancora, ma sono finiti nei depositi dei musei che – temendo una figuraccia – evitano con cura di esporli al pubblico. I problemi grossi sorsero quando un moderno Vermeer – “Cristo e l’adultera” – entrò nella raccolta personale di Hermann Goering, maresciallo del Terzo Reich e rapace depredatore di opere d’arte dell’Europa occupata dai nazisti: con la liberazione van Meegeren fu accusato non tanto di essere un truffatore, quanto di essere stato in connivenza col nemico, dal momento che nessuno credeva che il lavoro venduto a Goering fosse il suo. Rischiava la fucilazione. Si salvò riproducendo davanti alla commissione che lo esaminava il decimo e ultimo dei “suoi” Vermeer, dimostrando finalmente al mondo che anche gli esperti infallibili potevano essere un branco d’imbecilli.

La merlettaia, Museo del Lourve, Parigi

La merlettaia, Museo del Louvre, Parigi

Fonti:

Roberta D’Adda, Vermeer, Rizzoli-Skira, 2003

http://www.essentialvermeer.com/vermeer-e-la-pittura-olandese-al%20scuderie-del-quirinale/vita_di_vermeer.html

http://www.igiornielenotti.it/?p=7311

 

 

 

 

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