La strada di Marco (prima parte)

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Guardando fuori dalla finestra, Marco non aveva nessun pensiero particolare in testa.

Immobile, nella sua fissità oltre il vetro spesso della stanza, che accoglieva altre venticinque menti assopite e sospese.

Mentre la sola voce concessa era quella di chi aveva il potere di teorizzare concetti e impartire divieti o permessi… di fare, parlare, alzarsi, replicare, immaginare… crescere.

Una mosca si era posata proprio accanto all’unica via d’uscita, via d’aria e di libertà, che era consentita.

Nel piccolo spazio in cui si trovava, tra le due ante della finestra, l’insetto era incerto se approfittare ed inoltrarsi nel vuoto, fuori, o rimanere prigioniero e finire lì, prima del suono della campanella.

Marco iniziò ad osservarla, senza curiosità. E senza immedesimazione. Così lontano da lei come dal mondo che lo comprimeva, anche lui era recalcitrante e impassibile.

Non si augurava nulla per l’insetto. Né, tanto meno, per se stesso.

- Marco, chiudi la finestra! Nella voce querula ma ferma e concitata insieme, la richiesta, temuta inconsciamente, non gli permise alcuna mossa.

- Marco, ti muovi? Alla seconda richiesta, Marco, l’ultimo della fila di tre banchi, il più vicino alla finestra, sobbalzò leggermente, inchiodato dalla perentorietà di quelle parole.

La mosca non si muoveva, però. Non usciva e non si mosse nemmeno quando l’ombra di Marco la circondò completamente, fino ad annullarne la presenza.

Anzi, cominciò pian piano a strofinarsi le ali, poi le zampe, come un pugile che si appresti al combattimento.

La finestra, cigolando, si arrese alla leggera spinta della mano di Marco.

Altri sguardi si erano risvegliati a quel rumore e, come richiamati dal via di un attento orchestratore, alcune matite caddero contemporaneamente sul pavimento, alcuni astucci si aprirono e si richiusero, piedi frementi strisciarono ripetutamente a terra.

Un colpo di tosse e la mosca volò via, prima che Marco diventasse il suo assassino.

Andò a posarsi sul muro caldo subito all’esterno, riparata da una sporgenza dell’infisso; poi riprese a muoversi e a camminare e, come prima, a strofinarsi le zampe e le ali.

Ora Marco, ritornato al suo posto, continuava ad osservarla cercando di immaginarne traiettorie e percorsi.

Un quarto d’ora più tardi (la scuola aveva espulso anche per quella giornata gli ospiti alieni) si ritrovò fuori del cancello a camminare per strada, aggiustandosi lo zaino leggero che il vento quasi estivo, gonfiava e librava ad ogni passo.

La testa di Marco era quasi completamente sgombra di pensieri e direzioni.

A casa, se c’era, solo un genitore ad aspettarlo. La madre lo aveva lasciato, l’anno prima, regalandogli una libertà che non desiderava. Poteva decidere se tornare subito fra altre mura, mangiarsi un panino al chiosco vicino o girovagare per la città a suo piacimento.

Nel percorso incontrò alcuni compagni di scuola degli anni precedenti, visto che aveva ripetuto l’anno ed aveva cambiato quartiere per decisione di suo padre.

Il sole, luminoso, fibrillava sul suo orologio, producendo arcobaleni improvvisi che Marco osservava con stupore e fastidio.

Alcuni bambini, rossi in viso e sudati, stentavano a farsi largo sugli stretti marciapiedi che si andavano affollando di persone pronte a rincasare dopo la mezza giornata di lavoro.

Zavorrati ed un poco maleducati, spintonarono Marco, che si sentiva assai più grande di loro benché avesse solo qualche anno in più.

Ma anche questo non aumentò il suo passo che, anzi, da disinvolto e preciso nonostante la vaghezza della direzione, si fece un poco smarrito e confuso.

La vetrina piena di orologi supertecnologici attirò per qualche istante la sua attenzione ricordandogli la promessa, chissà se poi sarebbe stata mantenuta, del padre, in un momento di rabbonito incontro tra i due.

Ad un certo punto Marco si rese conto che non aveva nessuna voglia di tornarsene a casa. Per un attimo pensò al cane del vicino, che sicuramente avrebbe notato la sua assenza alla solita ora e la solita carezza ma neanche questo gli valeva la pena di dirigersi là.

Tentennò ancora qualche secondo, si girò scrutando la via a destra, che poche volte aveva percorso con sua madre per fare compere; e gli sembrò, questo, un buon motivo per inoltrarcisi.

Quasi tutti quelli che prima camminavano frettolosamente ora erano stati risucchiati, come per magia, da famelici portoni richiusi alle spalle in fretta e furia; qualche bicicletta cigolò alle sue spalle, poi il silenzio.

Un silenzio denso stavolta, non come prima in classe. Uno di quei silenzi che fanno sentire gli unici al mondo.

Marco affrettò il passo; gli correvano a lato, a destra e a sinistra, gli specchi sagomati e le pubblicità dei negozi con i manichini raggelati in pose strane.

Marco ne notò in particolare uno, che sembrava smarrito come lui in quel momento, senza un’espressione ben definita però, che solo uno sguardo attento può smascherare.

Il profumo intenso di cipolla lo prese allo stomaco qualche passo più avanti, rievocando zuppe e minestre del passato ma la sua non era nemmeno fame di vero cibo, solo un desiderio o la richiesta di avere indietro ciò che aveva perso.

La porta si aprì all’improvviso, senza nemmeno dare il tempo a Marco di vedere all’interno.

La mano pallida di una donna scivolò leggera fra il muro ed il legno, lasciando perlustrare solo una minima parte dell’angusto laboratorio di cucito.

Un odore carico, speziato, di muffa e tessuti, prese il sopravvento sulle idee di Marco.

Improvvisamente barcollò, portandosi una mano a coprire le narici. Poi fu lo sguardo della donna a colpirlo: un misto di stupore e indecisione afferrò i suoi pensieri e li cucì insieme a quelli di un anno prima…

(continua…)

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Chi lo ha scritto

Milena Pellegrini

Nata nelle Marche, dove ho sempre lavorato come insegnante, ora mi divido tra Ancona e Padova, per motivi familiari. Scrivere è l’attività che più mi piace, insieme a tante altre... Mi interessa tutto ciò che è arte, dal teatro alla musica dal cinema alla pittura... Negli ultimi anni cerco di esprimermi anche con la fotografia, che ritengo congeniale alla scrittura e complementare ad essa, in taluni aspetti. Mi piace moltissimo viaggiare e, logicamente , scrivere qualche “reportage” di viaggio e realizzare filmati, aggiungendo musica. Mi entusiasmo, sono curiosa, desiderosa ogni giorno di imparare qualcosa di nuovo. Testarda e perfezionista, non rinuncio mai ai miei obiettivi. Amo il mio lavoro, i bambini, la grande ricchezza che ti porgono ogni giorno è per me linfa vitale. Adoro il mare, starei per ore a guardarlo. Non mi annoio mai.

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