Annibale e la difficoltà di essere felici

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È una sera d’estate in Puglia. Per la precisione il 2 agosto 216 a.C., nei pressi di Canne. L’esercito di Annibale, formato da africani, spagnoli e italiani del Nord ha appena sconfitto i Romani, uccidendone un numero che – secondo le stime più recenti – oscilla intorno ai 30.000: un massacro.

map_punicheAnnibale, originario di Cartagine (nell’attuale Tunisia), era arrivato in Italia 2 anni prima a seguito di una spedizione storica che aveva concepito e realizzato con impareggiabile coraggio e creatività. Partendo dalla Spagna meridionale (territorio cartaginese) aveva infatti deciso di raggiungere l’Italia a piedi e non attraverso il mare sul quale i Romani erano in vantaggio: circa 2500 km passando per le Alpi. E non c’erano né treni, né autostrade, né tanto meno il GPS…

La progettazione e la realizzazione di quell’impresa furono eccezionali. Per anni, anzi per secoli, nei paesi attraversati dall’esercito di Annibale (che comprendeva anche 37 elefanti) rimase indelebile il ricordo di quell’evento. Una volta valicate le Alpi, Annibale inflisse tre sconfitte ai Romani (Ticino, Trebbia e Trasimeno), grazie soprattutto alla sua inventiva, alle sue mosse creative, alla sua imprevedibilità a cui i suoi avversari non erano preparati, innanzitutto mentalmente.

La mattanza di Canne fu l’ultimo, eclatante atto di quella “striscia di vittorie” che mise Roma in ginocchio. La leggenda racconta – e forse è verità – che la sera dopo la battaglia, diversi suoi generali dissero ad Annibale: “Ordinaci di marciare su Roma e tra pochi giorni starai banchettando in Campidoglio”. In effetti, tutto sembrava lasciar presagire quell’esito: dopo tre sconfitte nei mesi precedenti, il più imponente esercito romano mai schierato in battaglia era stato annientato, circa un quarto dei senatori, un console e centinaia di nobili romani erano stati eliminati, numerose città alleate di Roma avevano aperto le porte al condottiero cartaginese (la più celebre: Capua), mezza Italia era di fatto sotto il controllo dell’invasore. Che altro poteva volere di più Annibale? Tutto era andato secondo i suoi piani. La sua capacità di pianificazione era stata premiata oltre ogni aspettativa. Ora si trattava solo di fare l’ultimo passo e…vincere definitivamente. Ma Annibale non lo fece. Decise invece di spostarsi in Campania, offrendo ai Romani la possibilità di rimettersi in piedi, come in effetti accadde. Perché?

In una decina di giorni, Annibale avrebbe potuto arrivare da Canne alle mura di Roma.

In una decina di giorni, Annibale avrebbe potuto arrivare da Canne alle mura di Roma.

Sulla ragioni di quella decisione (o non decisione) apparentemente inspiegabile sono stati versati fiumi d’inchiostro negli ultimi due millenni. Probabilmente Annibale non scelse di dirigersi a Roma per assediarla e sferrarle il colpo mortale, perché la città era comunque ancora assai ben difesa, seppure in preda al panico, e perché – nonostante le numerose defezioni – la rete di alleati italici e l’organizzazione statale romane erano ancora solide. Ma è inevitabile pensare, e qui noi vogliamo esplicitamente farlo, che Annibale, dopo averla messa in ginocchio, non si diresse a Roma perché ebbe paura di vincere…

Stefano Baldini vince l'oro nella stadio nella maratona nello stadio Panathinaiko, alle Olimpiadi di Atene del 2004.

Stefano Baldini vince l’oro nella stadio nella maratona nello stadio Panathinaiko, alle Olimpiadi di Atene del 2004.

Vincere non è semplice. Sia perché bisogna concepire e mettere in atto una strategia per farlo, ma anche perché poi bisogna farlo fino in fondo, assumendosene le responsabilità. Essere l’outsider, quello da cui nessuno s’aspetta niente, quello che può giuocare sempre di rimessa, quello che rimanda sempre l’atto finale e definitivo può essere facile. Chi vince, oltre ad essere ammirato, suscita anche invidie ed aspettative: finisce inevitabilmente sotto i riflettori e sotto gli sguardi di osservatori sempre pronti a coglierti in fallo.

Come detto, esistevano motivi militari e strategici che, evidentemente, suggerirono ad Annibale di non affrontare finalmente Roma a Roma, ma secondo noi esistette anche nella sua mente il timore e la ritrosia a giuocarsi la battaglia finale, perché forse il condottiero cartaginese era più preso ed innamorato del “cammino” piuttosto che della “destinazione”. Stare in viaggio è a volte più semplice che arrivare. Perché in viaggio le cose sono fluide, possono sempre essere cambiate, si può sempre immaginare l’arrivo, cullandosi nel piacere di immaginarselo. Una volta arrivati invece, l’immaginazione lascia il posto alla realtà, il sogno del futuro “collassa” sulla concretezza del presente che non è necessariamente bello come uno aveva in mente. Annibale cioè aveva utilizzato le proprie energie immaginative nella pianificazione e realizzazione della straordinaria impresa di condurre un esercito dalla Spagna all’Italia per mettere Roma sotto scacco, piuttosto che nella possibilità dello “scacco matto”.

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Poesia di Umberto Saba

Schierare l’esercito sotto le mura di Roma avrebbe significato giuocarsi la battaglia finale, con la possibilità di perderla rovinando almeno in parte la magnificenza di tutto quanto realizzato fino a quel momento. Annibale invece lasciò l’Italia invitto (13 anni dopo) e la sua impresa rimase nella storia. Ma anche ammettendo che Annibale fosse riuscito ad entrare a Roma da vincitore, avrebbe poi dovuto pensare a cosa fare dopo: organizzare un nuovo Stato, diventare un politico, passare dall’essere un “guerrigliero” all’essere “il potere” che si difende dai “guerriglieri”. Avrebbe cioè dovuto cambiare. Cambiare il suo modo di essere, di pensare, di comportarsi.

E questa è l’altra grande difficoltà associata al vincere o all’essere felici. Non è per niente facile essere felici. Per mille ragioni, tra le quali non è secondario per importanza la fatica mentale. Lamentarsi, crogiolarsi nella tristezza, nelle scuse, nell’immaginare le mille opzioni future è, alle volte, comodo e rassicurante. Affermare a se stessi e agli altri: “Sono felice” richiede coraggio. Perché ci espone. Alle invidie, alle possibilità che tutto vada a rotoli, alla presa di coscienza che “questa è la felicità” e non un indeterminato e perfetto scenario futuro, che arriverà sempre domani. E inoltre essere felici richiede lasciare la nostra condizione precedente, che, anche se era lontana dalla felicità, era nostra. E quindi era conosciuta, familiare e perciò rassicurante. Cambiare, anche se ciò significa andare a star meglio, richiede sempre uno sforzo. Perché è invece sempre così facile abituarsi ed affezionarsi a tutto, anche a ciò che non ci rende felici. E perché non esiste paura più grande di ciò che non conosciamo, anche se ciò che è ignoto è probabilmente foriero di felicità.

Gesù guarisce un paralitico, mosaico a Sant’Apollinare Nuovo (Ravenna)

Gesù guarisce un paralitico, mosaico a Sant’Apollinare Nuovo (Ravenna)

A questo proposito è bellissima la parabola del paralitico nel Vangelo (il migliori libro di “auto-aiuto” di ogni tempo). Quando Gesù vede il paralitico che si lamenta disteso ai bordi di una piscina, non lo guarisce immediatamente, bensì prima gli domanda: “Vuoi guarire?”. Non è cioè detto che lui voglia cambiare la propria condizione e, prima di miracolarlo, Gesù vuole sincerarsi se il paralitico lo vuole. Solo allora lo salva e gli dice: “Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina”.

Per questo, di fronte alla possibilità di guarire, vincere o raggiungere la felicità, dovremmo chiederci: “Lo vogliamo?”, ossia “Vogliamo osare cambiare la nostra condizione?”. È una domanda che ci riguarda tutti e la risposta non è per nulla scontata, al punto che anche Gesù, di fronte ad un paralitico, si sentì di doverla porre. Per questo, come recita il titolo della bellissima canzone degli Almamegretta, siamo tutti “figli di Annibale”.

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