Vite e avventure di Amedeo Guillet. Gentiluomo

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Non è facile scrivere di un uomo come Amedeo Guillet. In un articolo si impongono scelte. Così non racconterò i suoi amori: oltre all’amatissima Beatrice, l’innamorata e devota compagna eritrea Khadijia, l’attrice Elsa Merlini, la diva di Hollywood Mary Pickford. E non racconterò del suo fidatissimo attendente Deif Alla, compagno di avventure che in diverse occasioni gli salvò la vita. Dell’amato cavallo Sandor. Dell’inglese Max Harari che passò mesi a dargli la caccia per tutto il Corno d’Africa, riuscendo solo a catturare il suo cavallo, e che divenne in seguito suo grande ammiratore e amico. Non racconterò di come sopravvisse a due incidenti aerei nello stesso giorno e non renderò conto delle innumerevoli decorazioni ed onoreficenze che gli furono tributate nel corso della sua lunghissima vita…

Tenente Amedeo Guillet

Tenente Amedeo Guillet

Il 7 Febbraio di 108 anni fa nasceva a Piacenza Amedeo Guillet. L’uomo più fortunato del mondo, secondo la definizione che lui dava di se stesso. «Se, invece dell’Italia, Guillet avesse avuto alle spalle l’Impero Inglese, sarebbe diventato un secondo Lawrence D’Arabia”, nelle parole dell’amico Indro Montanelli. Il Comandante Diavolo per i suoi soldati. Una delle figure di gentiluomo ed eroe più affascinanti e sorprendenti a cui l’Italia del 1900 abbia dato i natali, secondo chi scrive.

La sua straordinaria parabola esistenziale gli ha fatto attraversare con passione, coraggio e fierezza tutto il ‘900, protagonista o comprimario di grandi vicende storiche e avventure che ai più è dato solo di conoscere dai libri o sognare in celluloide.

Di nobile famiglia sabauda e campana, in ossequio alla tradizione avita, frequentò le Accademie Militari di Modena e di Pinerolo, dove si distinse per le sue innate doti equestri e per questo fu incluso fra i cavalieri che avrebbero formato la squadra di equitazione italiana alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Tuttavia non partecipò mai a quei Giochi Olimpici perchè, forse preferendo la gloria delle armi a quella sportiva, si arruolò volontario nel 1935 in un reparto di cavalleria coloniale.

Guillet si allena per le Olimpiadi del 1936

Guillet si allena per le Olimpiadi del 1936

Fu inviato in Africa nelle prime fasi della Guerra d’Etiopia come comandante di un plotone composto da Spahis, mercenari libici che combattevano con le proprie armi e il proprio cavallo. Per comunicare con i suoi uomini decise di imparare l’arabo e si unì ai bambini di una scuola coranica. In Etiopia venne ferito per la prima volta, ad una mano e gravemente, conquistò così la prima decorazione per il proprio comportamento impavido ed esemplare durante i combattimenti che gli fu consegnata personalmente da Italo Balbo.
Guillet non era fascista e non aderì mai al fascismo,ma aveva un altissimo senso dell’onore, della lealtà al suo Re, del dovere militare.

Guillet e i suoi Spahis

Guillet e i suoi Spahis

Ritornato in Italia in convalescenza si innamorò della cugina Beatrice, ma la promulgazione della Legge Matrimoniale gli impedì di sposare l’amata, non voleva che si pensasse al suo matrimonio come ad un espediente per fare carriera (come la neopromulgata legge prevedeva): avrebbe guadagnato i gradi per meriti militari. Nell’agosto del 1937 andò in Spagna, ma sotto falsa identità, l’Italia infatti non aveva dichiarato guerra al paese iberico e la presenza di soldati italiani avrebbe potuto creare “imbarazzo”. In Spagna partecipò a combattimenti, si distinse in diverse azioni, a capo di un’unità speciale di Arditi, e fu nuovamente ferito.

Poco prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale fu ancora inviato in Africa dove la sua storia si tinse di leggenda fino a conquistargli il nome di Comandante Diavolo. In Eritrea, nonostante fosse solo tenente, aveva avuto, direttamente dal vicerè il Duca Amedeo D’Aosta, il comando di una unità multietnica di 1700 uomini a cavallo di origine indigena: etiopi, eritrei e yemeniti, il cosiddetto Gruppo Bande Amhara. Il gruppo aveva il compito di operare in massima autonomia e libertà secondo le modalità della guerriglia per recuperare il controllo del territorio alla mercè di banditi e ribelli e nelle mire degli inglesi. In uno dei primi combattimenti al comando della sua truppa, durante una carica in campo aperto il suo cavallo fu ucciso, ne richiese immediatamente un altro e ritornò alla carica. Quando anche il secondo cavallo fu ucciso afferrò una mitragliatrice e iniziò a fare fuoco intorno a sé, incurante del pericolo. Pareva che la morte lo temesse ed evitasse. Da allora per i suoi uomini fu “Commundar es Sciaitan”. Da quell’episodio ebbe inizio la fama del Comandante Diavolo che presto si diffuse in tutta l’Africa Nord Orientale.

Amedeo Guillet e il Gruppo Bande Amhara

Amedeo Guillet e il Gruppo Bande Amhara

Particolarmente apprezzato dai superiori per i suoi eccellenti risultati sul campo, Cummandar es Sciaitan era molto amato dai suoi uomini che ne ammiravano lo stile di comando aperto, interetnico, egalitario. Mai nessuno dei suoi soldati disertò o lo tradì perchè oltre al carisma personale ne apprezzavano e condividevano i valori. Rispettava i prigionieri, rispettava tutte le culture, religioni e usanze. Oltre a parlare l’arabo, aveva studiato, conosceva e applicava il Corano, in seguito dichiarò che per lui pregare secondo il rito cattolico o musulmano, Dio o Allah, non faceva differenza.

Il 20 gennaio del 1941 a Guillet fu impartito l’ordine di ritardare l’avanzata inglese di almeno 24 ore, per evitare l’accerchiamento degli italiani in ritirata verso Agordat. Era una missione quasi suicida per il giovane tenente e i suoi uomini che a cavallo, armati solo di spade, pistole e bombe a mano, dovevano affrontare truppe numericamente superiori e composte da fanteria e, soprattutto, da mezzi blindati. Guillet ebbe una geniale e folle idea: attaccare nel mezzo dello schieramento inglese perchè i carri armati e i cannoni non avrebbero sparato loro per timore di colpire i propri fanti indiani. Così fu. Fu l’ultima carica di cavalleria nella storia militare africana e l’ultima subita dall’esercito britannico. La Carica di Cherù venne raccontata da un ufficiale inglese, testimone diretto, con queste parole: “Quando la nostra batteria prese posizione, un gruppo di cavalleria indigena, guidata da un ufficiale su un cavallo bianco, la caricò dal Nord, piombando giù dalle colline. Con coraggio eccezionale questi soldati galopparono fino a trenta metri dai nostri cannoni, sparando di sella e lanciando bombe a mano, mentre i nostri cannoni, voltati a 180 gradi sparavano a zero. Le granate scivolavano sul terreno senza esplodere, mentre alcune squarciavano addirittura il petto dei cavalli. Ma prima che quella carica di pazzi potesse essere fermata, i nostri dovettero ricorrere alle mitragliatrici”.
L’ufficiale sul cavallo bianco era Amedeo Guillet.
Le cariche si susseguirono a ritmo frenetico creando paura e scompiglio nelle fila nemiche. L’azione ebbe successo, oltre 10.000 soldati italiani riuscirono a raggiungere le montagne e riorganizzarsi, ma il prezzo pagato fu tragico, le truppe di Guillet furono decimate e il suo collega e migliore amico, Tenente Renato Togni, perse la vita.

La Carica di Cherù

La Carica di Cherù

Nell’Aprile dello stesso anno dopo sei giorni di combattimenti gli inglesi entravano vittoriosi all’Asmara e l’esercito italiano era costretto alla ritirata. I soldati indigeni disertavano, i civili fuggivano. Il tenente Guillet, rimasto con un centinaio dei suoi uomini a cavallo, decise di non arrendersi. Guidato dal giuramento di fedeltà ai Savoia e all’Italia sperava, con azioni di guerriglia, di poter distrarre il nemico dal fronte principale, che si era spostato in Libia, e restituire così una possibilità di riscatto all’esercito italiano dimostrando che non era ancora vinto. Contravvenendo alla resa che era stata firmata e al diritto internazionale, che vieta azioni dopo questa firma, abbandonata l’uniforme da ufficiale assunse i panni, turbante e futa, e l’identità di Ahmed Abdallah Al Redai, musulmano yemenita. Ebbe così inizio la guerriglia “privata” del Tenente Guillet, una guerriglia declinata secondo lealtà e onore, la stessa etica cui aderirono i suoi uomini: niente saccheggi o razzie verso i civili. Per mesi il guerrigliero Al Radai sabotò ferrovie, tagliò linee telefoniche, fece saltare ponti e depredò depositi militari.

Ahmed Abdallah al Redai

Ahmed Abdallah al Redai

L’opera di guerriglia di Guillet e dei suoi fedelissimi fu così efficace che gli inglesi scatenarono una gigantesca caccia all’uomo mettendo sulla sua testa una taglia, “Vivo o Morto”, di oltre 1000 sterline d’oro, una cifra esorbitante. Peraltro Guillet, rinunciando alla propria divisa e dandosi alla clandestinità, non era più protetto dalle leggi internazionali e se fosse stato catturato avrebbe potuto essere immediatamente fucilato. Tuttavia nessuno, né fra i suoi uomini né fra i locali con cui era in contatto, lo tradì, mai. La leggenda del Comandante Diavolo cresceva e si diffondeva. La sua fortuna e audacia crescevano con la sua fama e con l’accanimento degli inglesi di cui spesso si prese gioco: arrivò a presentarsi, sotto mentite spoglie, al comando nemico per fornire informazioni di avvistamenti del tenente Guillet, con il duplice intento di sviare i sospetti ed intascare la taglia posta sulla propria testa. In più di un’occasione si salvò miracolosamente dandosi a rocambolesche fughe sfidando le pallottole, aiutato dalla sua perfetta conoscenza di lingua e costumi arabi.

Taglia Vivo o Morto sul Tenente Guillet

Taglia Vivo o Morto sul Tenente Guillet

Dopo otto mesi di guerriglia e il disorientamento iniziale, il nemico ormai conosceva la sua vera identità e stringeva il cerchio intorno a lui. Guillet era malato di malaria e afflitto dalle vecchie e nuove ferite, così fu spinto dai suoi fedelissimi a trovare rifugio altrove per curarsi e rimettersi in forze. Lo Yemen, amico dell’Italia, gli parve la scelta più logica, così sciolse la banda, con dolore suo e dei compagni. Raggiunta Massaua si adattò ai più disparati e umili lavori, dallo scaricatore di porto, al guardiano notturno, all’acquaiolo, per sopravvivere e guadagnare i soldi per raggiungere lo Yemen. Imbarcatosi su un sambuco nel tentativo di attraversare il Mar Rosso, fu gettato in mare da contrabbandieri che temevano di essere denunciati per un traffico d’armi. Raggiunse la riva nuotando fra gli squali. Sulla terraferma si imbattè in alcuni pastori che, anzichè soccorrerlo, lo derubarono e malmenarono abbandonandolo sanguinante nel deserto. Sarebbe morto di sete se un cammelliere non lo avesse trovato e curato. Rimase presso il cammelliere fino alla guarigione e con l’aiuto del suo ospite riuscì ad imbarcarsi per lo Yemen. Giunto in Yemen, a causa di un equivoco, fu scambiato per una spia inglese e imprigionato. I servizi segreti britannici ne richiesero l’estradizione, ma questa mossa attirò sul singolare prigioniero l’attenzione del sovrano yemenita, l’Imam Yahya, che, datagli udienza, ne fu immediatamente colpito e lo assunse al proprio servizio come Gran Maniscalco di Corte, istitutore dei propri figli, comandante e istruttore della guardia reale.
Dopo quasi un anno alla corte yemenita, dove conquistò la stima e la benevolenza di tutti, grazie all’aiuto del re, e nonostante il suo invito a rimanere, Guillet riuscì ad imbarcarsi su una nave della Croce Rossa Internazionale. La nave era stata messa a disposizione dei civili italiani che volevano tornare in patria proprio dagli inglesi che, grazie all’ennesimo camaleontico travisamento, Guillet beffò ancora una volta. Per i 40 giorni della navigazione finse di essere un malato di mente, vivendo relegato nella zona della nave a questi riservata.

Giunse a Roma pochi giorni prima dell’8 Settembre 1943 e, avventurosamente, raggiunse Brindisi dove si presentò al Re. Insieme ai nuovi alleati svolse diversi incarichi di Intelligence. Racconta Indro Montanelli ne “Gli incontri”: “A Brindisi (Guillet), incontrò in una mensa alleata due degli ufficiali britannici che gli avevano dato la caccia in Eritrea. -Che fortuna non avervi incontrato allora!- dissero cavallerescamente alzando il bicchiere alla sua salute. -Che fortuna per voi, forse. Che disgrazia per me, di certo!- Rispose con amarezza il Ten. Col. Guillet.”.

Re Vittorio Emanuele III

Re Vittorio Emanuele III

Terminata la guerra e dopo il Referendum che vide la fine della monarchia dei Savoia, incurante di rinunciare ad una brillante carriera militare, si congedò dall’Esercito con il grado di generale. Nel 1944 aveva sposato Bice, l’amore della sua vita.

Tuttavia l’epica di Amedeo Guillet non era ancora finita. Dopo aver lasciato l’esercito, facendo tesoro delle proprie conoscenze ed esperienza abbracciò la carriera diplomatica. Fra le sue destinazioni prima il Cairo e poi lo Yemen, dove fu accolto come chi torna a casa dopo lungo tempo. In seguito destinato in Giordania divenne amico del Re Hussein. Quando era ambasciatore in Marocco, durante un ricevimento ufficiale finito in un (fallito) colpo di stato, salvò la vita dell’ambasciatore tedesco e di altri diplomatici.

Terminata la carriera diplomatica, per raggiunti limiti di età, si ritirò a vivere in Gran Bretagna, patria dei suoi ex nemici. Qui in tanti conservavano memoria delle gesta del Comandante Diavolo e gli tributarono gli onori che la condivisione di uno stesso codice etico impone di riconoscere anche ad un (ex) acerrimo nemico.

Molti storici, soprattutto anglosassoni, definiscono Guillet il Lawrence d’Arabia italiano, ma come sottolinea Vittorio Dan Segre, che durante la guerra gli aveva dato la caccia in Etiopia e che e poi divenne suo amico e biografo: “Lawrence D’Arabia aveva dietro di sé un impero che lo sosteneva e milioni di sterline d’oro con cui comprava la fedeltà. Amedeo Guillet non aveva il becco d’un quattrino, non aveva il sostegno di nessun impero e di nessuna forza politica.”

Lawrence D'Arabia

Lawrence D’Arabia

Nel 1991 Guillet ritornò nei luoghi delle sue gesta e della sua fuga ricevendo, in Eritrea come nello Yemen, onori e riconoscimenti solitamente riservati ad un capo di stato. In quella occasione non poteva mancare ad un ultimo appuntamento con il destino, così si recò dal cammelliere che 50 anni prima lo aveva salvato dal deserto. Il cammelliere non riconobbe l’italiano, ma lo accolse nella propria casa con il solo rammarico che il crollo del muretto del pozzo gli impedisse di offrire allo straniero dell’acqua fresca. Da questo spunto iniziò il racconto, che il vecchio ripeteva ad ogni viandante e visitatore, dell’incontro con un uomo che aveva salvato nel deserto 50 anni prima, a cui si era affezionato e che riteneva fosse stato inviato sul suo cammino da Allah, per mettere alla prova la sua fede. Tentato di disvelargli la propria identità Guillet desistette per lasciare al vecchio la convinzione di aver salvato un uomo inviato da Dio e, congedatosi dal suo ospite, pagò degli operai perchè nottetempo riparassero il pozzo e il suo antico salvatore avesse così una nuova straordinaria storia da raccontare.

L'Ambasciatore Amedeo Guillet

L’Ambasciatore Amedeo Guillet

Nella sua ultima intervista confessò di ritenersi “L’uomo più fortunato che abbia mai visto. Naturalmente ho sofferto, ma la fortuna si paga.”

Amedeo Guillet si è spento il 16 giugno 2010, a 101 anni, dopo molte vite straordinarie.

Fonti: “La guerra privata del tenente Guillet. La resistenza italiana in Eritrea durante la seconda guerra mondiale” di Vittorio D. Segre. Edizioni Corbaccio.
“Amedeo. Vita, avventure e amori di Amedeo Guillet. Un eroe italiano in Africa orientale” Di Sebastian O’Kelly. Edizioni Rizzoli

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