Un piccolo dispiacere

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Il signor P. infilò la chiave nella serratura, la girò due volte, la serratura scattò e la porta si aprì. La luce del pianerottolo si infilò veloce nel corridoio buio della casa buia allungando l’ombra nera sul pavimento di legno chiaro. Con la mano, il signor P. trovò subito l’interruttore, lo fece scattare e quando la luce del corridoio si accese l’ombra, dentro la casa, sparì. Prima di entrare si chinò, per raccogliere da terra le due sporte della spesa che aveva appoggiato mentre cercava le chiavi nel borsello. Sollevò lentamente le sporte pesanti, entrò in casa e con il piede, si richiuse la porta dietro le spalle. Poi, andò in cucina. A fatica, con il gomito, accese anche lì la luce e, come ultimo sforzo, appoggiò sulla tavola le sporte pesanti che gli avevano quasi segato la pelle delle mani. Non sistemò la spesa, scostò una sedia sfilandosi il borsello dalla spalla per agganciarlo alla spalliera di legno e si mise seduto. Cominciava ad essere stanco. Allungò le braccia sulla tovaglia di plastica che ricopriva la tavola. Notò una macchia giallognola di qualcosa, incrostata sopra uno dei tulipani arancioni della tovaglia. Non è facile riuscire a vedere quella macchia, in mezzo a tutti questi fiori, pensò. Spostò il braccio destro continuando a tenerlo allungato e la toccò con un dito, quella macchia incrostata.

Con l’unghia, cominciò a grattarla via. Quando la macchia, quasi subito si staccò, il signor P. si ricordò di avere ammazzato il suo cane. Due mesi prima. Smise di grattare. Respirò profondamente. Una volta. Un’altra volta. Si alzò dalla sedia per andare a tirare su la tapparella. Voleva fare entrare della luce in cucina. E anche dell’aria. Si avvicinò alla finestra, strinse la cinghia bianca della tapparella con tutte e due le mani e cominciò a tirare su. La tapparella saliva piano, a scatti e la luce entrava, piano. Aveva ammazzato il suo cane da due mesi. Non se lo dimenticava mai. L’aveva ammazzato con le sue mani. Mai. Due mesi prima, una mattina lo aveva chiamato proprio lì in cucina il suo cane. Era arrivato subito perchè il suo cane arrivava subito quando lui lo chiamava. Era salito con fatica sulle sue ginocchia, mentre lui era seduto proprio lì, su quella sedia e si era steso affettuoso, appoggiando la pancia sulle sue cosce. Era rimasto fermo ma scodinzolando appena, con la testa rivolta verso la tavola, forse cercando un pò di cibo. Il signor P. aveva cominciato ad accarezzare quella schiena piccola e calda, una volta, un’altra volta con le sue mani grandi e poi era sceso ad accarezzare le zampe posteriori, quelle zampe piccole. Aveva smesso di accarezzarle per un attimo e le aveva strette affettuosamente e piano, mentre pensava No io non ce la faccio. Ma le sue mani grandi avevano ricominciato a muoversi sul corpo piccolo del suo cane. Avevano abbandonato le zampe e si erano appoggiate intorno a quel collo sottile, che era solo pelle, sotto qualche ciuffo di pelo chiaro. Lì, avevano cominciato a stringere quella pelle che calda ricopriva un unico osso e il signor P. riusciva a sentirlo molto bene quell’osso. Per fortuna non poteva vedere gli occhi del suo cane che erano ancora rivolti verso la tavola ma sentiva i movimenti caldi di quella piccola testa mentre le mani stringevano più forte. Guardava quasi ammirato quelle orecchie piccole che si muovevano ancora composte mentre la stretta aumentava.

Si fida di me, pensò il signor P. mentre le sue mani, che ormai quasi si toccavano, avevano trasformato quel collo in un filo di pelle dove ancora, un poco e piano passava dell’aria. La lingua del suo cane cominciò ad uscire lunga e rosata fin quasi alla tavola e tutto quel corpicino, leggero e caldo, appena si muoveva sopra quelle cosce sicure ma i movimenti diventavano sempre più deboli perchè la stretta diventava sempre più forte in un tempo che sembrava infinito ma che invece finì quando quel collo si spezzò. Di un rumore leggero e secco. Il rumore di un osso piccolo che si stacca e che lascia soltanto della carne, molle e scomposta. La botta fu forte quando la tapparella arrivò in cima. Il signor P. di scatto mollò la cinghia e rimase fermo, senza vedere più niente. Poi, girò la maniglia e spalancò i vetri. C’era il sole fuori. Lo vide, lo sentì sulla pelle. Inspirò profondamente e lentamente, buttò fuori tutta l’aria. Delle volte succedeva, ma solo ogni tanto, che il dolore che riempiva il suo corpo, stesse zitto. Ma solo durante il giorno. Quel dolore continuava però a lavorare però dentro, continuava a crescere. Finchè, senza sorpresa per nessuno, ricominciava ad urlare, nella testa, dappertutto. Inspirò profondamente un’altra volta, trattenne il fiato per qualche secondo e lentamente, buttò fuori tutta l’aria. Basta, doveva muoversi. Lasciò la finestra spalancata e si voltò per andare a spegnere la luce lì nella cucina e poi nel corridoio. Mentre attraversava il soggiorno, guardò l’orologio di metallo che era sopra al tavolino, vicino alla poltrona di pelle. 16:47 Rimase stupito. Era ancora presto. Aveva pensato che fosse più tardi. Decise allora di riposarsi per un altro momento e si mise a sedere sulla poltrona. Appoggiò bene la schiena, quasi dentro la pelle gonfia dello schienale. Chiuse gli occhi appoggiando, come era solito fare, la mano destra sulle palpebre. Non voleva dormire. Faceva molto caldo dentro quella stanza. Cominciò a pensare che anche lì, bisognava tirare su la tapparella della finestra, bisognava fare entrare la luce, e poi anche la tapparella pesante del balcone, bisognava tirare su. Bisognava aprire tutto, per fare entrare l’aria. Per cambiarla l’aria. Bastava alzarsi dalla poltrona e farlo. Però lì, seduto nella penombra, il signor P. stava quasi bene.

Aprì per un momento gli occhi ormai pesanti e girò piano la testa verso la ciotola del suo cane, sempre lì, per terra. L’aveva riempita con l’acqua fresca prima di uscire. Nessun cane aveva bevuto. C’era solo una mosca che galleggiava, morta. Bisognava cambiare quell’acqua. Doveva alzarsi e cambiarla, quell’acqua. Con dell’acqua pulita. Bastava alzarsi dalla poltrona e poi farlo. Sì, bastava alzarsi dalla poltrona. Sì. Si svegliò di scatto, con la bocca aperta e secca. Il suo corpo sudava e la sua schiena era bagnata, incollata alla poltrona di pelle. Sentiva il sudore che gli colava giù dal collo. Non si mosse. Chiuse la bocca secca, respirò con il naso e poi, capì dov’era. Perchè sentì quel cane. Girò di scatto la testa verso l’orologio sopra al tavolino. 17:49. Non è ancora tardi, pensò. Per fortuna, pensò. Staccò velocemente la schiena dalla poltrona molto calda e sentì un brivido di fresco e bagnato lungo tutta la spina dorsale. Ma rimase ancora seduto e fermo. Per un altro secondo. Sudava troppo. Appoggiò le mani ai braccioli della poltrona, si diede una spinta e si alzò in piedi. Andò verso la porta finestra e cominciò a tirare su la tapparella del balcone. La luce dal basso, mentre la tapparella saliva, entrava scattosa nel soggiorno. Poi, invase tutta la stanza. Il signor P. spalancò le tende, girò la maniglia della porta finestra ed uscì sul balcone. Non si accorse della brezza che si infilò veloce tra la sua camicia bagnata e la pelle della sua schiena, perchè cercava con gli occhi quello che, immediatamente, vide. Quel cane e quell’uomo. Quel cane, assomigliava al suo cane. Non era il suo cane, gli assomigliava e basta. Perchè quel cane, era vivo. Quell’uomo invece, era un uomo orribile, pensava il signor P. Perchè quell’uomo, non era neanche un uomo, pensava. Ogni giorno il signor P. doveva vedere dal suo balcone quella stessa scena e ogni giorno, quel cane piangeva. Ogni giorno quell’uomo, picchiava quel cane. E ogni giorno quel cane, continuava a piangere. E allora quell’uomo, lo picchiava più forte quel cane. E poi tirava e tirava, il guinzaglio legato al collo di quel cane. E quel cane, non si muoveva. Ogni giorno.

E quell’uomo allora, ogni giorno lo tirava più forte quel guinzaglio e il collo di quel cane si tagliava e quel cane forse, non respirava e forse prima o poi, quell’uomo, gli avrebbe spezzato l’osso del collo a quel cane, con quel guinzaglio. Perchè quell’uomo, non ce l’aveva il coraggio di ammazzarlo lui, con le sue mani quel cane e allora quell’uomo, tirava quel guinzaglio e prima o poi, quel cane sarebbe morto, con il collo spezzato, per colpa di quell’uomo. Però quel cane era sano, non aveva bisogno di morire. Poteva vivere, non soffriva quel cane, non era malato, si vedeva che era sano. Lo vedeva ogni giorno il signor P., lì, dal suo balcone. Era quell’uomo, che sempre, tirava troppo quel guinzaglio. Non capiva niente quell’uomo. Non capiva che quel cane, poteva vivere. Il suo cane era morto, ma solo perchè doveva morire. Quel cane invece, non doveva morire, perchè era sano. Era quell’uomo l’unico, che doveva morire. Adesso, doveva morire. Una macchina nera, parcheggiò quasi sotto il balcone del signor P., dall’altra parte della strada. Il signor P. la vide. Vide il ragazzo piccolo e magro che scendeva da quella macchina nera e dopo di lui, il ragazzo alto, che teneva un molosso alla catena. Il signor P. strinse con tutte e due le mani la ringhiera del suo balcone. Strinse più forte, quando il ragazzo alto, liberò il molosso dalla catena. Il molosso liberato, non si mosse. Il ragazzo alto allora si chinò e disse qualcosa, piano. E fece un gesto con la mano. Il molosso allora, cominciò a correre. Cominciò a correre verso quell’uomo. Non faceva rumore il molosso mentre correva, notò il signor P dal suo balcone. Era un blocco potente ed elegante di carne lucida e scura quel molosso, pensò, mentre lo guardava correre.

Quell’uomo invece, non si rese conto subito di quello che stava succedendo. Forse quell’uomo, non si rese conto. Forse, prima di capire, quell’uomo sentì i denti. Forse, appena prima di quei denti, quell’uomo poteva anche averla avvertita intorno, la sensazione di un pericolo, ma nello stesso attimo forse, il tempo era sparito e i denti del molosso, erano entrati acuminati dentro la carne della coscia di quell’uomo. In quell’attimo quei denti, erano entrati dentro quella carne. Forse il dolore, era esploso subito e gigantesco dentro quell’uomo. Come una morsa, gli aveva stritolato anche il cervello, perchè quelle urla sanguinose, rendevano con precisione il suono di un dolore gigantesco, pensò il signor P. mentre dal suo balcone, continuava a guardare ammirato, quel blocco potente ed elegante di carne lucida che non staccava i suoi denti da tutto quel macero di carne umana che ancora urlava e vibrava a scatti scomposti mentre un’enormità di sangue a fiotti allagava il marciapiede. Il signor P. non riusciva a vederli quei denti, infilati negli sfilacci rossi della carne di quella coscia. Aveva provato anche a spostarsi, lì nel suo balcone, un passo a destra, tre passettini a sinistra, la testa inclinata, aveva provato anche a sporgersi, forse più del dovuto però niente, non riusciva proprio a vederli quei denti che continuavano a lacerare e raschiare ormai anche l’osso. Ma era solo un piccolo dispiacere quello, un unico limite che non avrebbe potuto superare.

Però, continuava a vedere la schiena scura del molosso e con piacere, tentava almeno di immaginarseli quei denti, mentre grattavano quegli stracci umani di carne e di sangue che sguaiati intanto, urlavano e urlavano. E mentre quelle urla di sangue, cominciavano ad arrivare dappertutto intorno, tutti intorno, avevano cominciato ad affacciarsi alle finestre dei piani di quelle case, e tutti nella via, avevano cominciato a scappare, tutti a correre, ad urlare tutti. Tranne una macchina nera che lentamente era ripartita allontanandosi piano in mezzo a tutti e tranne quel cane, che forse era riuscito a fuggire, con il guinzaglio ancora legato al collo. Quando il signor P. si stancò di tutto quel frastuono, di tutte quelle urla insanguinate dappertutto, di tutto quel rumore assordante di luci e di sangue e di tutte quelle ambulanze e polizia, rientrò in casa, chiuse la porta finestra, tirò le tende e accese l’aria condizionata. Forse quell’uomo è morto, pensò il signor P. E forse, quel cane è vivo, pensò. Poi, andò nella sua camera. Si mise seduto sul letto. Aprì il cassetto del comodino, quello dei soldi e tirò fuori la busta bianca che conteneva l’altra metà del compenso. Aggiunse altri duecento euro dentro la busta. Perchè era stata una bella scena, pensò il signor P. Si, proprio una bella scena, pensò. Richiuse il cassetto, si alzò in piedi e ritornò in cucina, a sistemare la spesa che era rimasta lì sulla tavola, ancora dentro le due sporte.

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Chi lo ha scritto

Francesca Massiroli

Sono nata a Ravenna e da quel giorno, abito lì. Allora, mi son laureata in Lettere e poi dopo ho fatto: la barista, la baby sitter, la spazzina, la scrutatrice nei seggi, la commessa, l'impiegata dal notaio, la prof. di italiano, di storia e poi anche di geografia. E infatti il punto è proprio che io, su questo pianeta qua, faccio una gran fatica. E allora cammino. E delle volte scrivo. Perché qualcosa con me, devo pur fare.  

3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Stellanigra

    Un breve percorso di lucida e abbacinante folle normalità, dettagli di luce, la malacoscienza, il maledetto tempo, umidi attimi marcescenti.
    I miei complimenti.

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  2. Costanza

    Complimenti!!! La tua storia è fantastica! Originale e accattivante. Stile impeccabile.

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