Salviamo Ahmadreza Djalali, medico ricercatore condannato a morte in Iran

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Ognuno di noi può fare qualcosa per il medico ricercatore condannato a morte in Iran, con l’accusa di aver collaborato con Paesi nemici. Invero la collaborazione si riferisce ad attività di ricerca universitaria, come asserisce anche la comunità scientifica che “non accetta le accuse rivolte contro Ahmadreza, e ritiene che l’unica sua “colpa” possa essere quella di aver collaborato con ricercatori di Stati considerati nemici nel corso della sua attività scientifica, volta al miglioramento della capacità operativa degli ospedali in Paesi colpiti da disastri” [Ndt].
Il lavoro di Ahmadreza Djalali, iraniano, 45 anni, sposato e padre di due bambini, consiste infatti nella ricerca nell’ambito della medicina dei disastri, attività che ha svolto negli ultimi anni presso il “Crimedim”, centro di ricerca interdipartimentale in medicina dei disastri dell’Università del Piemonte Orientale, con cui ha collaborato fino all’aprile 2016 quando – durante la sua ultima visita in Iran su invito dell’Università – è stato arrestato e condotto nella prigione di Evin a Teheran, dove la detenzione finora è stata estremamente severa. Posto in isolamento per 7 mesi, durante i quali gli è stato addirittura negato il diritto di essere difeso da un avvocato.
Oggi le condizioni di salute di Ahmadreza Djalali non sono affatto buone, a causa anche dello sciopero della fame iniziato a dicembre. Ha perso circa venti chili.
Si stanno mobilitando in tanti, dall’Iran Human Rights ad Amnesty International, ai colleghi, all’associazione “Nessuno tocchi Caino”… ma non basta.

Per lui, per la sua libertà di svolgere un’attività che riguarda la salvaguardia di vite in condizioni di pericolo ma anche per ognuno di noi e delle generazioni a venire – per il principio di non imprigionare la ricerca scientifica – possiamo fare un gesto, firmare la petizione che potrà contribuire a salvargli la vitahttps://www.change.org/p/hassanrouhani-ahmadreza-djalali-me…

 

 

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