Mio papà era comunista

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È un buio e freddo pomeriggio autunnale. Di quelli di una volta. Che a metà ottobre trovi le stalattiti di ghiaccio che pendono dai cornicioni delle case e dalle fontane (e che stacchi per mangiarle, tipo gelato). In uno sperduto paese di montagna, 300 anime, quando va bene. Cioè d’estate. Siamo a casa di nonna, in sala, a progettare qualche guaio. Perché la televisione da noi resta spenta “fino al TG3”. Della sera.

“E va bene ma noi siamo piccoli, mica possiamo sempre guardare il TG! È noioso!”

“E dai che domani c’è Quark e potete restare alzati fino a tardi, a guardare la tv”.

E tu vallo a spiegare ai tuoi coetanei che Drive in non sai proprio cosa sia. Ma chiedimi pure tutto sulla vita nella Savana.

“E questa sera? Che facciamo questa sera?”

“Questa sera vi leggo un bel libro. Il Maestro e Margherita, vi va?”

Dicevo siamo in sala: io, mia sorella gemella (però diverse eh, che siamo eterozigoti) e mio cugino. Forse i toni si sono accesi, chissà. Nonna appare dalla porta della cucina e con uno sguardo preoccupato ci ammonisce “fate silenzio ora, ché abbiamo riperso e tra poco torna”.

Il mio papà torna. Il mio papà era comunista. E quando vinceva la Dc, anzi quando perdeva il Pci, in casa si respirava aria da funerale. Per un giorno o due, perché poi si ripartiva con entusiasmo a sognare un mondo più giusto.

Più giusto? E i gulag? Quelli li ho scoperti dopo. Ma finché sono stata bambina per me il comunismo era una cosa bella. Era Jurij Alekseevič Gagarin, il cosmonauta. Era un mondo pieno di gente che si prendeva cura l’una dell’altra. Era la rivista Miscia, che conosciamo forse solo noi tre, ma che era tradotta in varie lingue europee ed era piena di storie e giochi. Il mio primo contatto con l’Europa Unita, che allora era ancora in embrione.

Il mio papà era comunista. E questo per noi bambini voleva dire essere un eroe. Perché come si fa a perdere sempre e ad avere sempre voglia di andare avanti? Si fa, si fa. Ma questo l’ho capito quasi trent’anni dopo, e proprio grazie a lui.

È un buio e freddo pomeriggio autunnale. Di quelli di una volta. Sempre in casa di mia nonna. Non stiamo più giocando. Siamo tutti riuniti davanti alla tv accesa. C’è un muro che viene demolito a picconate. Gente che si arrampica ed esulta. Abbracci e lacrime. Sembra una festa. Io però respiro aria di tragedia. Sembra che il mio mondo stia andando a pezzi, come quel muro.

Il mio papà era comunista. E lo vedevo indeciso. Per la prima volta nella mia vita. Felice e triste allo stesso tempo. E il mondo stava davvero cambiando. Velocemente. Come una valanga, quel muro ha travolto tutto.

Lì la mia infanzia ha cominciato a finire. Ho intuito l’oscurità che si nascondeva dietro la facciata. Anche se non l’ho capita. Né accettata. Non subito almeno.

Miscia non arrivò più.

Le categorie erano diventate incerte. Quello che fino al giorno prima era giusto e sbagliato aveva assunto confini ambigui. Non capivamo più quali fossero i buoni e quali i cattivi. E se tra cowboy e indiani continuavamo a tifare indiani, il resto del mondo era diventato improvvisamente difficile da leggere. E noi bambini non avevamo il vocabolario giusto.

È un caldo e luminoso pomeriggio estivo. Di quelli che da queste parti capitano di rado. Sono a casa, sulle scale. Intanto sono diventata un’adolescente testarda e indipendente. Che guarda poco la tv. “Ehi ve la siete cercata”. Sono sulle scale e sto discutendo con mio padre. E lo accuso (beata ingenuità) di non essere democratico. “Tesoro io non sono democratico, io sono comunista”. La discussione finisce lì. Che va bene che sono testarda e indipendente, ma a una risposta così come ribattere? L’oscurità dietro la facciata in quel momento l’ho vista bene.

Tra luci e ombre questa è l’eredità che mi porto dentro. E quando ho bisogno di capire dove andare e mi volto indietro a cercare da dove vengo, so di appartenere a quegli ideali di giustizia sociale, solidarietà e uguaglianza che per la mia mente di bambina erano il comunismo, la Resistenza, e ancor prima la rivoluzione d’ottobre.

E ci risiamo con i bui e freddi pomeriggi autunnali.

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Chi lo ha scritto

Greta

Sono nata all’ombra del Gran Sasso e dopo lungo peregrinare sono tornata lì dove le montagne mi tengono al sicuro. Ascoltare musica per me è come respirare, amo leggere, viaggiare e passeggiare in montagna e nei boschi, possibilmente da sola o in compagnia del mio cane. Quando sono in vena di pensieri profondi lavoro all’uncinetto o restauro vecchi mobili, perché il lavoro manuale libera la mente e alleggerisce il mio cuore. Ho scarsa fiducia nel genere umano ma a volte incontro chi riesce a sorprendermi.

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