Lupo

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Scorrono le giornate, sempre più lontano è il tempo ristretto del nostro incontro. Ognuno è impegnato con la sua vita, i suoi impegni, le sue preoccupazioni e aspirazioni. Lentamente il tuo volto si offusca nella mia memoria, diventa distante, innocuo. Forse sarei stata capace di dimenticarti. Forse sarei andata avanti senza guardarmi mai più indietro. Eppure oggi è riaffiorato tutto improvvisamente a causa di qualche parola, incisa ora come epigramma sul mio cuore, scritta prima che nascessi da qualcuno che conobbi solo per fama. Riaffiora la devastante sensazione di un’attrazione a tal punto profonda che non sa esprimersi, e rimane lì, incompiuta, tesa come un filo di rasoio e allo stesso tempo impalpabile.

Accade
che le affinità d’anima non giungano
ai gesti e alle parole ma rimangano
effuse come un magnetismo.

Ci sono persone che ti entrano dentro senza nemmeno volerlo. Sembra quasi che inciampino, come tu fossi un errore di percorso, un lieve incidente. Scrollano le spalle e sembrano pronti a tornare per la loro strada. Ma accade che il suo sguardo incroci il tuo, e in quel preciso istante il tempo si blocca. Tace il mondo circostante, tace la fanfara quotidiana. Davvero è stato un caso che inciampasse proprio su di te? Sostiene lo sguardo: occhi profondi, lupini, sembrano voler scandagliarti l’anima, analizzarla come uno scienziato. Siete rimasti così, per un tempo che non ha tempo, mentre affamato si cibava di quello che potevi offrire, in un religioso silenzio.

Queste persone ricordano dei lupi: lupi cacciati dal branco, sofferti e affamati. Arrivano con regale silenzio, e sempre allo stesso modo se ne vanno. Non sanno affezionarsi, non sanno restare: l’unico modo per sopravvivere che conoscono è cacciare e fuggire. Questi lupi ricordano un lontano passato dove non erano soli. A volte lo rimpiangono. Ma non sono capaci di fermarsi, di lasciarsi andare, se non per un istante. Quell’istante è quando ci siamo guardati negli occhi, quando dalle tue profondità gridavi aiuto, speravi che qualcuno capisse che non puoi più danzare nel cerchio della vita.

Può darsi
che sia vera soltanto la lontananza,
vero l’oblio, vera la foglia secca
più del fresco germoglio.

Per te così è la vita: un’eterna steppa arida, dove tu sei il re, l’unico essere vivente. È facile affermare che si è soli su questo mondo, perché così non devi sforzarti a capire gli altri, non devi sforzarti a cambiare, migliorare. Prendere atto che si è tutti intimamente collegati spaventa chi si è sentito rifiutato, cacciato dal branco. Per sopravvivere ti incoronasti re della tua solitudine e recidesti anche l’ultimo, flebile legame.

Come sono capitata nella tua steppa? Sì, ero l’errore della tua logica. Ero la contraddizione di tutta la verità che ti eri costruito. Portavo una memoria remota, calda e accogliente, ma allo stesso tempo caduca. Non volevi venire cacciato due volte dall’Eden, non è così? Pensasti: a portarmi questo dono è un essere fallibile, fragile come me; come posso fidarmi? come posso lasciarmi andare?

Ti guardai inerme, perché tu lì eri il re e io un semplice errore di percorso. Ma volevo essere la tua alternativa migliore. Continuai a fissarti, in preda ai tremori, mentre tra le mani conservavo quella debole verità che stava devastando la tua steppa. Il cielo si stava incupendo, ma non un tuono si udiva. Solo vento che sferzava i nostri visi tesi.

Comprendo
la tua caparbia volontà di essere sempre assente

Non resistesti. Corresti via, a quattro zampe, verso il cielo nero. Rimasi ferma, immobile come una statua di marmo, con la sensazione angosciosa dei tuoi occhi che chiedevano aiuto e della tua bocca arcigna che li disprezzava. Cosa avevo fatto? Cercai di ripercorrere ogni istante di quel nostro incontro, per capire cosa si era spezzato. La mia verità pulsava sempre più debole tra le mie mani, il freddo di quel luogo inospitale prese il sopravvento e iniziai a tremare tutta. Si spezzò persino il silenzio, e tuoni cupi riempirono l’aria, mentre il giorno lentamente finiva e il buio avanzava.

Insisto
nel ricercarti nel fuscello e mai
nell’albero spiegato, mai nel pieno, sempre
nel vuoto: in quello che anche al trapano
resiste.

Non ti rividi più, la steppa sembrava averti inghiottito. Ancora il ricordo dei tuoi devastanti occhi mi lascia senza fiato, mi fa chiedere: perché? Perché non vuoi accettare la possibilità di cambiare la situazione in cui ti trovi? Perché non vuoi uscire da quell’arido destino a cui volontariamente ti votasti? L’Eden imperfetto in cui abito è pieno di angoli bui: qua e là piante secche, animali morti. La vita e la morte si incontrano nella giusta misura, ma niente è sbagliato. Percorro il mio giardino dall’inizio alla fine, poi torno indietro, inquieta. Vicino al ruscello c’è un albero. A sinistra c’è una folta chioma, di un verde brillante; a destra i rami sono neri e secchi. Venne colpito da un fulmine in mia assenza, mentre erravo nella tua macabra terra. Tornata, vidi questa curiosa combinazione. Mai nel pieno, sempre nel vuoto. Mi siedo davanti all’albero, lo fisso in silenzio, mentre la mia verità e la tua sembrano palpitare con lo stesso ritmo dentro al mio petto. Non ti rividi più, ma ancora ti sento, come una fitta intercostale, mentre guardo quell’albero che, senza volerlo, racchiude la risposta alla domanda che ancora non avevamo formulato.

Ignoro
se la mia inesistenza appaga il tuo destino,
se la tua colma il mio che ne trabocca

Non potrò mai sapere cosa pensasti quando i nostri sguardi si incrociarono, non potrò mia sapere se nella tua steppa è cresciuto un piccolo germoglio a ricordarmi. Non potrò mai sapere se la mia assenza ora ha tranquillizzato il tuo animo che non ammetteva di essere raggiunto da nessuno. Non so se è meglio averti perso, e averti trovato nel mio giardino come un ramo bruciato. Affacciata alla finestra, mentre cerco un filo d’aria, non so rispondermi.

….Di me,
di te tutto conosco, tutto
ignoro.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Angela Antonioli

    Beatrice, grazie! Parlavo oggi con la mia mamma del tuo racconto e, oltre ad elogiare la tua scrittura, (sei già da Nobel per me!) constatavamo come on certi momenti accada di leggere certi racconti che ti arrivino dritti dritti all’anima, come fossero stati scritti per te, in quel preciso momento della vita.
    Ho trascritto sul mio quaderno ogni singola parola, per portarlo sempre con me e lasciarlo un domani in custodia a mia figlia. Spero vivamente tu possa continuare a scrivere e che sempre più persone possano godere di questa tua incredibile dote. E’ meraviglioso ciò che hai dentro, e’ meraviglioso come riesci ad esprimerlo. Ti faccio i miei migliori auguri, che tu possa ottenere tutto ciò che più desideri dalla tua giovane vita.
    Buon lavoro!
    Angela Antonioli

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  2. Viviana Alessia

    Bellissimo brano, Beatrice. Riesci con freschezza e rara maestria ad esprimere ciò che sovente accade nella vita delle giovani donne: l’ incontro, improvviso ed inaspettato, con chi, pur bramandoti, fugge. Il filo resistente ed implacabile dell’ attrazione resta fluttuante e libero nel magnetismo che invece unisce con bramosia coloro che non legheranno con passionale corporeità l’ affinità segreta e misteriosa che in un attimo, con uno sguardo, ha congiunto, forse per sempre, due sconosciuti. L’ amore colpisce spesso così. Non so dirti, Beatrice, se il destino, se ci credi, abbia tessuto per te un amore parimenti irresistibile, al quale potrai invece dissetarti con tutta l’ anima ed ogni fibra del tuo corpo. Te lo auguro. Non so dirti se quella malia lontana si riaffaccera’ quando gli eventi avranno riempito di molte gioie e inevitabili dolori la tua vita, quando i bei capelli folti e colorati di giovinezza si riempiranno inevitabilmente di capelli candidi. Il tuo vibrante sentire e le tue splendide parole ritessono antiche nostalgie e le ricamano di leggeri luccichii che parevano svaniti nel buio di tante notti.

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