L’uomo che rubava le risate e altre meraviglie

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Sufi. Sufi sbuffa e il respiro caldo si condensa in una nuvoletta appena entra a contatto con l’aria fredda. Si guarda i piedi ben sistemati nelle scarpe nere. Sta camminando per le strade della contrada dei Guardinfanti, parallele a via Garibaldi. Le pare di essere da un’altra parte. I ciottoli sono lisci e brillano sotto i lampioni chiari. Le bandierine con lo stemma dondolano dolcemente sopra la sua testa. Sembra di attraversare diverse città nello stesso istante, senza riconoscerne alcuna. È notte. Nevica. Torino dorme una notte di un piacevole silenzio assordante. Le sue mani sono in tasca e le luci in quasi tutte le case sono spente. Quelle accese lasciano lo spazio d’immaginare quali sospiri si adagiano sulle finestre, quali parole rimangono incastrate tra le goccioline anarchiche e l’ordinato universo che sta di fuori. Alle volte le capitano improvvisi vuoti che le rimbombano dentro, che generano un eco profondo che si trasforma in un allarme. Non si lamenta del suo antifurto naturale, per carità. Pensa. Cammina. Un piede davanti all’altro a divorare la via. Tace. Respira. Conta i suoi passi. Gioca con i ciottoli. Uno sì e uno no, è solo una danza, quella che suo padre le ha insegnato tempo addietro.

È talmente assorta che non sente neppure il sussurro del tram che ricorre il mondo incastrato tra due binari.
Il silenzio è bianco, come la neve, come lei in questo momento della sua vita. Un foglio bianco. Pronto per essere riempito o stropicciato.

[Quando t'afferra quel panico tipico del creatore è l'inizio della fine. Sappilo, vuol dire che sei a buon punto]

Chissà Dio quanto è complessato, pensa. Chissà, si dice, e poi sorride presa da un brivido d’inverno.

È uscita con l’intenzione di farsi un giro, non conosce la sua destinazione. Ci sono momenti nella vita dove vedi i tuoi piedi e ti chiedi dove ti stanno portando. In quale luogo, in quale galassia, in quale inferno, in quale paradiso. Non senti le risposte talmente tante sono le domande accavallate.

Vedi solo i tuoi di piedi, in questi momenti, che passo dopo passo ti conducono dentro. Se sia dentro l’abisso o dentro il cielo notturno lo scopri a metà strada. E forse non fa tutta questa differenza ché tanto le pareti dell’abisso le puoi buttare giù e il cielo è sempre nello stesso punto. È fisso lì, non si sposta come invece fanno gli occhi di chi lo cerca senza pace.

Sufi non si capacita di come sia possibile che tutto si limiti ad essi: ai piedi. Non ci può credere, eppure in ogni grande momento della sua vita si è ritrovata a osservare attentamente il loro moto. Senza prestare attenzione al cellulare, alla strada, ai volti, o a qualsiasi cosa incontrasse sulla strada e, sistematicamente, rischiando l’incidente con cani, biciclette, vecchie e pali.

Chiude per un istante gli occhi Sufi e un volto amico le compare adagiato sopra la pupilla. Sorride, inciampa, cade, e nella frazione di un secondo si ritrova a fissare la faccia asimmetrica di un uomo con gli occhi azzurri, quasi trasparenti. La barba striata di grigio. Lunga e arruffata. Annodata e sporca. E dalla bocca, dal suo respiro, un odore di aglio le sale agli occhi e le strizza la gola. Le narici si contraggono e l’uomo, che nel frattempo si è tirato in piedi, le porge la mano.

Grossa e sporca anch’essa.

Sufi mette a fuoco il grande palmo e poi il volto dell’uomo. Lo guarda con un misto di sospetto e curiosità. Dietro di lui penzoloni intravede uno zaino carico e logoro e nell’altra mano stringe qualcosa di sferico, che luccica, forse riflettendo la luce dei lampioni o forse assorbendola. Cerca di capire che cos’è, ma le dita robuste dell’uomo avvolgono gelosamente quasi tutta la superficie della “cosa” che l’attrae tanto. Imbarazzata per la sua curiosità, alle volte molesta, Sufi rivolge lo sguardo all’uomo che la sta fissando insistentemente.

«Non guardarmi così» le dice lui «solo perché non ho una casa non vuol dire che non ho un’anima». Sufi è scossa da un brivido silenzioso. Nel cadere si è sbucciata una gamba, ma i piedi sono ancora sani e quello è l’importante. Con un respiro profondo si da la spinta necessaria per distendere il braccio e afferrare la mano che le viene offerta. L’uomo la stringe e il contatto è ruvido e forte. La tira verso di sé e in un nanosecondo è in piedi a guardare fisso un uomo trasandato, con un chiaro problema d’igiene, in una strada completamente deserta.

«A cosa pensavi prima di cadermi addosso?» le chiede.

«Ma che domanda è, scusa?» risponde Sufi sulla difensiva.

«Perché stavi sorridendo sinceramente, ma poi per la sorpresa è caduto anche il sorriso con te».

«Non pensavo a niente d’importante» cerca di minimizzare lei.

«Le cose che ci fanno sorridere sono importanti per natura».

Sufi non capisce bene la situazione e sopra ogni cosa sente qualcosa di caldo scorrerle lungo la gamba avvolta nel pantalone.

«Credo d’essermi fatta male» dice interrompendo la loro strana conversazione.

«Io sto qui vicino. Non ho delle mura, se non quelle delle case degli altri, ma ho un kit con dentro il necessario per medicarti se non è grave» risponde l’uomo voltandosi e cominciando a camminare.

Sufi sta così, impalata, con il sangue che oramai ha raggiunto metà gamba «Cosa mi assicura che tu sia una brava persona?» gli chiede con un tono di voce un po’ più alto, tanto da farsi sentire.

Lui pare non aver sentito comunque, e proprio quando lei sta per cedere e raggiungerlo zoppicando risponde:

«Nessuno può assicurare nessuno quando si tratta di fiducia» dice con un sorriso e lei scorge la lingua muoversi tra un dente sì e uno no.

«Credo che tu debba fidarti del tuo istinto, forse solo lui può consigliarti al meglio. Non mi sono mai fidato delle assicurazioni e non dovresti farlo neppure tu».

Vede l’uomo sistemarsi lo zaino pieno di buchi sulle spalle larghe e lo sente continuare a blaterare sull’inutilità di stipulare un’assicurazione. In qualche modo riesce a raggiungerlo. Zoppica, le brucia il ginocchio, ma non è un dolore forte.

«Forse è per questo…» le dice lasciando in sospeso la frase.

«Forse è per questo, cosa?» chiede lei incuriosita.

«Forse è per questo che ho una vita semplice.. Perché non mi sono mai assicurato di voler possedere qualcosa o qualcuno!»

Sufi e l’uomo, che ha scoperto chiamarsi Amos, camminano vicini e quasi si sfiorano. È in dubbio. Starà facendo la cosa giusta seguendolo? Si domanda tacitamente.

«Eccoci arrivati…» le sussurra chinandosi leggermente verso di lei. I suoi occhi brillano di una luce imprevista ed è come nuotare nell’acqua cristallina. I dubbi di Sufi da un momento all’altro potrebbero trasformarsi in paure, lo sente. Le capita spesso durante la giornata. Poi le torna in mente la frase con cui ha esordito dopo il loro scontro e con una stretta al cuore, una stretta coraggiosa, decide di continuare a seguirlo. Nel frattempo Amos si è diretto verso un cancelletto semplice e in ferro battuto. Con un colpetto lo apre. L’uomo la precede e svoltando a sinistra scompare dalla sua visuale. Sufi prende un bel respiro profondo e si avvia, ancora zoppicante, oltre il cancelletto laccato di nero.

La prima cosa che le arriva all’orecchio è il rumore dello sgocciolio del muro. Sulla pavimentazione si è formato un piccolo laghetto naturale. Lo supera con qualche difficoltà e segue il fischiettio dell’uomo. Davanti ai suoi occhi si apre un cortile interno dall’aria antica. Alza lo sguardo e i condomini sono chiaramente disabitati. Le persiane, le poche rimaste sono mangiate dalle intemperie e delle assi di legno sembrano potersi staccare da un momento all’altro. Altre finestre sono murate e le ringhiere dei ballatoi, benché siano ancora in piedi, sono arrugginite e cariche di gocce d’acqua. La cosa più strana di tutte è l’assenza di rumore, se non fosse per il suo respiro e il fischiettare di Amos sarebbe un luogo ovattato. Fuori dal mondo.

Sufi riabbassa lo sguardo. Nonostante l’inverno e l’abbandono che la circonda le punte delle sue dita iniziano a formicolarle per il calore che permea l’aria. Un albero solitario si stiracchia proprio di fronte a lei. Nel centro esatto della corte interna. Sotto l’albero c’è un materasso singolo dall’aria robusta con una coperta accuratamente ripiegata sul fondo. L’uomo è già sotto l’albero e con uno sospiro di sollievo poggia lo zaino logoro vicino al materasso. Da dietro l’albero estrae un borsone da medico e sedendosi sul letto vi fruga dentro. Ne estrae cotone, garze e una boccetta con al suo interno un liquido scuro. Sufi rimane impalata a fissarlo.

«Chi sei tu?» chiede lei con la testa completamente vuota per la meraviglia.

«Se ti fai medicare potrei anche pensare di dirtelo» le risponde in tono divertito.

Le gambe di Sufi si muovono come spinte da un vento invisibile. Le chiede di sedersi e lei si siede. L’aiuta gentilmente a tirarsi su il pantalone e lei guarda le sue mani che si muovono veloci e in un attimo la sua gamba è pulita, disinfettata e la garza contiene il piccolo batuffolo di cotone che Amos le ha delicatamente posto sulla ferita aperta.

Lo vede rimettere tutto nel borsone da medico ai suoi piedi. Lei tira giù il pantalone e alza gli occhi per l’ennesima volta. Il cielo è immobile e scuro, ma il cortile sembra illuminato anche se non riesce a vedere la fonte di luce. Le sembra d’essere finita in una sacca d’aria calda. Non nevica più.

«Guarda qui» lo sente dire.

Sufi abbassa lo sguardo e fissa l’uomo. Con un colpo della testa indica davanti a sé.

Nel palmo della sua mano è comparsa la piccola sfera. Questa volta non c’è nulla a celarla al suo sguardo. Sembra viva e dentro delle fiamme danzano e sfumano in colori cangianti. Ambra, rosso, giallo, arancio e di nuovo tornano ambrate. Brillano. Scoppiettano. Sufi é rapita e un pizzicorio le prende la bocca dello stomaco, il secondo dopo la scuote la prima risata, e poi ancora e ancora. Ride senza riuscire a trattenersi e dentro la sfera vede uomini, donne, bambini e vecchi ridere, e riderne, divertiti e felici. Sono scene banali, visioni di vita quotidiana. È la risata di tutte le persone che vede. È la gioia che si impossessa di lei e la scuote dal di dentro.

«Se vuoi che smetta basta un pensiero triste, uno solo» le spiega Amos con sguardo serio.

Sufi chiude gli occhi e pensa al suo primo pensiero triste. Al suo primo ricordo di inadeguatezza. Le risate cessano immediatamente e riapre gli occhi. Il palmo dell’uomo è chiuso e la sfera non è più visibile.

«Vuoi sapere chi sono?» le chiede.

«Si» risponde lei.

«Sono un alchimista dell’anima».

Sufi strabuzza gli occhi e questa volta non scoppia a ridere. Si rizza in piedi e, a dispetto della fortissima voglia di scappare, rimane imbambolata come una scema. Senza nessuna idea di cosa fare. Scappare o restare?

«Potresti ascoltare, no?»

«Perché dovrei ascoltare?» chiede lei guardandolo dall’alto.

«Potrebbe farti ridere sapere perché ci siamo scontrati» risponde Amos con il labbro arricciato in un sorriso.

Sufi sbuffa, si fissa i piedi, per l’ennesima volta.

D’altronde mi avete condotto qui, pensa. E con un tonfo ricade sul materasso.

«Sono pronta ad ascoltare»

«Perfetto!» esordisce l’uomo prendendole la mano e posandole sul palmo la sfera.

«Non guardarla, stringila nella tua mano e ascolta».

Sufi ha paura. Trema all’idea che la sfera possa farla ridere fino a morirne. Poi si accorge dell’assurdità del pensiero e quasi le viene da ridere. Si può morire dal ridere? Si può?!

«Senti…» incomincia per poi essere interrotta con un semplice cenno dell’uomo.

Con un dito sulle labbra la guarda e le intima di chiudere gli occhi. Quello che vede è meraviglioso. Sembra passare un’eternità. La sua stessa anima viene risucchiata all’interno del suo palmo. Non sente più il braccio piegato e rigido nel sorreggere il piccolo oggetto magico. L’albero, il cortile, le case disabitate e vuote, le strade, la città e lei. Tutto, tutto, si riduce e nello stesso istante si dilata nell’universo.

Sufi riapre gli occhi e si accorge di star sorridendo non solo con la bocca, ma anche con gli occhi.

«Cosa hai visto?».

«Ho visto l’universo ridere» risponde lei.

«Hai qualche domanda?».

«Non capisco come tu possa riuscire ad avere tutte queste risate qui dentro.. Sei un ladro?»

«Credi che qualcuno o qualcosa possa derubarti del sorriso o della risata?»

Sufi ci riflette un po’ su.

«No» risponde decisa.

«Perché?».

«Perché nessuno può rubarmi qualcosa che ho dentro» .

«Ci sei quasi» le dice lui sorridendo «cosa hai visto nella sfera?».

Sufi ripercorre mentalmente quel poco di ricordo che non è ancora sfumato, ma l’emozione torna immediatamente a lei e in lei.

«Perché nessuno può rubare qualcosa di infinito».

«Esatto».

«Ora puoi farmi una domanda» le rivela «la domanda più importante per te in questo momento».

«Come posso essere felice senza sentire i vuoti dentro di me?» chiede di getto.

Amos sembra pensarci un po’ su. Dolcemente le sfila la sfera di mano e alzandosi si appoggia all’albero alle sue spalle.

«Vedi la felicità è qualcosa di fugace perché la cerchiamo come in preda a un raptus.. Siamo noi a determinarne la natura…Quando ci siamo scontrati a cosa stavi pensando?».

«Al volto di Sarah, la mia più cara amica».

«In quel momento stavi sorridendo, nonostante non vedessi la strada o i tuoi piedi calpestarla, vero?».

«Si».

«In quel momento eri presente?» le chiede sottolineando con la voce la parola “presente”.
«Credo di si».

«Non devi crederlo, devi esserlo» dice «ecco il segreto della felicità, ecco il segreto dell’assenza di vuoto».

Amos la guarda negli occhi e si volta. E lo vede infilare con fluidità la sfera luminosa dentro a un buco presente nel tronco dell’albero.

«Cosa intendi per essere presente?».

«Il presente è aversi dentro in ogni istante. Se non riesci a capirlo significa che passi più tempo qui» dice indicando la tempia «o qua» continua indicando la bocca dello stomaco.

«E dove dovrei passare il mio tempo?» chiede lei spazientita.

«Il punto è questo». Amos sta indicando il punto in cui si trova il cuore «Con ciò non intendo dire che devi essere tutta emozioni, ma tutta anima, lo capisci?».

«Dovrei diventare come un maestro zen?!» chiede ancora più frustrata.

L’uomo scoppia a ridere, come se la sfera gli fosse finita in gola.

«Direi di no, ma dipende da te».

«Che risposta del cazzo». Sufi è arrabbiata. Si sente presa in giro. Sente che l’universo è un’enorme presa in giro.

«Ecco. Prova a vederla da questo punto di vita…» cerca di spiegarle come se fosse una bambina «il tuo corpo è la tua casa e la tua anima è colei che abita la tua casa. Sei tu, giusto?»

Lei non risponde. È tutta orecchi.

«Quando pensavi alla tua più cara amica eri in te, eri a casa, eri nella fiducia. Ecco perché hai chiuso gli occhi. Ecco perché ti sei scontrata con me» si ferma, riprende fiato, e risedendosi la fissa negli occhi «quando esci da casa tua, l’unico modo per ritornarci e sentirti a casa è innanzitutto ricordarsi di avere una casa, ringraziare d’averla, incamminarsi verso casa e infine dirti io sono a casa».

«E la presenza?» chiede lei, ancora.

«Sono presente, sono a casa» dice l’uomo scandendo bene le parole.

Amos tace attorcigliandosi la barba.

«Ora, ripetilo» le dice.

«Sono presente, sono a casa» ripete Sufi.

«Ancora e con più convinzione, sino a che non senti la tua anima accomodarsi nel corpo che ha scelto».

Sufi chiude gli occhi e lo ripete, lo ripete e lo ripete. Non si accorge neppure di star ripetendo la frase ormai a voce alta da diversi minuti. Ma la sensazione che prova è incredibile. Qualcosa, a ogni ripetizione, accade dentro di lei. La sua anima si muove, le prova tutte, si incastra, si rilassa e infine si allarga e occupa tutto il corpo. Si può sentire ovunque. In ogni cellula del suo organismo. E non è una sensazione mistica, lontana o poco chiara. È reale, fisica e solida.

Quando riapre gli occhi la strana luce che avvolgeva lei e Amos sembra sparita. Un fiocco di neve le si posa sul naso e si scioglie. Si ritrova seduta e sola nel bel mezzo di un cortile interno che non riconosce. Le case non sono disabitate e usurate dal tempo. Le luci sono semplicemente spente e le persiane sono ancora in ottime condizioni. Non c’è più nulla.

Niente albero, niente Amos, niente materasso.

Sufi sbatte una o due volte gli occhi e automaticamente si ripete la frase di poco prima. Le formicolano le gambe e il culo le pare di non sentirlo più.

Decide di alzarsi e con uno scatto si solleva. La gamba le brucia proprio nel punto in cui, se tutto fosse successo, ci sarebbe la piccola ferita della caduta.

Zoppicando sempre meno si avvia verso il cancelletto in ferro, rabbrividisce sentendo le punte delle dita gelate e infilando le mani nelle tasche della giacca vi trova qualcosa. Qualcosa di piccolo e rotondo. Estrae il misterioso oggetto che quasi le scivola dalle mani intorpidite. È una sfera, poco più grande di una biglia con all’interno dei riflessi color dell’ambra.

Ripensa alle immagini, ad Amos, alla presenza, alle risate e a tutte le meraviglie che ha vissuto la vigilia del compleanno della sua migliore amica e mentre si dirige verso casa, sotto la neve, capisce che forse il regalo più grande che può fare a Sarah per il suo ventisettesimo compleanno è una sfera, un racconto di una strana serata, una risata e la presenza. Sempre. E comunque.

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Chi lo ha scritto

Saida Elgtay

Nasce in Marocco sotto ad un cavolo e a tre anni sbarca in Italia. Si riconosce nella scrittura sin dall'adolescenza e scrive a più non posso. Divora poesia e narrativa senza preoccuparsi delle conseguenze che questo può avere sulla sua fragile mente, sino a che all'età di ventiquattro anni non decide di prendersi una pausa da tutto quello che vuol dire essere adulti e crea un romanzo a quattro mani con l'amico Nicolò Angellaro. Paradossalmente vince il primo premio narrativa – romanzo del concorso InediTO, Premio Colline di Torino, con L'Anello Mancante edito da Il Camaleonte Edizioni, 2016. Precedentemente pubblica con AnankeLab il racconto Trasparenze inserito nella raccolta Il gusto di farlo. Raccontarsi senza veli. Con il racconto La puttana della libertà viene inserita nella prestigiosa raccolta di racconti del concorso Lingua Madre 2016-2017. Con il giornale Gazzetta di Torino pubblica online in due puntante il racconto fantastico L'uomo che urlava alla luna. Attualmente nei momenti in cui non “produce” testi si destreggia tra cani, gatti e caffè poiché crede fermamente che il movimento sia creazione di sé e di storie che valgono la pena di essere scritte, e forse anche lette.

3 commentiCosa ne è stato scritto

    • Saida

      Grazie mille Costanza! Grazie davvero. Provo a trasmettere quello che vedo è sento, nulla più.

      Rispondi
      • Costanza

        Cara Saida. Continua allora, ché per me e non solo per me è un immenso piacere leggerti

        Rispondi

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