L’Abruzzo raccontato da chi lo conosce bene

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“V’a nella nostra lingua, tutta, in sé stessa, semplicità ed efficacia, una parola consacrata dalla intenzione degli onesti a designare molte cose buone, molte cose necessarie: e la parola Forza. Epperò, s’è detto e si dice il forte Abruzzo. V’a nella nostra lingua, tutta, in sé stessa, comprensiva eleganza, una parola che vale a comprendere definendole, tutte le bellezze, tutte le nobiltà è la parola Gentilezza. Epperò, dopo aver visto e conosciuto l’Abruzzo, dico io: Abruzzo Forte e Gentile. Epperò, dopo aver visto e conosciuto l’Abruzzo, ho detto e ripeto io: Abruzzo Forte e Gentile.”  (Primo Levi, giornalista, 1853 – 1927).

Nel mondo d’oggi si parla molto dell’Abruzzo. Su L’Undici scrivono abitualmente quattro donne, appartenenti a questa terra, che hanno deciso di raccontarci del loro Abruzzo. Sguardi diversi, autentici e invadenti, rivolti a uno stesso mondo, che qui si tradurranno in parole, immagini e pensieri intrecciati nella trama di una comune patria.

“Non si può essere infelice quando si ha questo: l’odore del mare, la sabbia sotto le dita, l’aria, il vento”. (Irène Némirovsky). Il mare di Makita, accolto da una spiaggia ampia, cornice di pace. Da qui inizia il viaggio in terra abruzzese.

Porto di Giulanova (TE)

…quel mare è anche mio. Porto di Giulianova (TE). Foto: Makita

È la mia terra. La mia casa. Il mio profumo. Il profumo del mare. L’Abruzzo è la ragazza che sono stata. Quell’angolo di pace e semplicità che resta nel cuore e sulla pelle.
L’Abruzzo è la sua gente. Spesso sconosciuto, nascosto, silente. Ho lasciato la mia casa vent’anni fa. Ho lasciato quel senso di unicità discreta che risiede nel profondo delle viscere di questa terra che trema, che smuove, che fa male.
Quando ti allontani dalla tua casa, non ti allontani solo dalla tua famiglia. Parti e lasci lì, tra le vie che portano al mare, le usanze, le abitudini, l’accento e il dialetto della tua gente.
Quando la vita, come la mia, è altrove, per scelta o necessità, basta un nulla, un riferimento, una parola, una cadenza della voce e l’orgoglio riaffiora e ti ricorda le origini: una forza autentica, frutto di una tenacia tipica di chi spesso resta ai confini, senza fama e senza gloria. La forza del lavoro, l’attaccamento alle cose semplici, il piacere del cibo e della compagnia.

Ennio Flaiano in una lettera indirizzata a Pasquale Scarpitti definisce l’Abruzzo: “…un’isola schiacciata tra un mare esemplare e due montagne che non è possibile ignorare, monumentali e libere: se ci pensi bene, il Gran Sasso e la Majella son le nostre basiliche, che si fronteggiano in un dialogo molto riuscito…”. Quel mare è anche il mio. Nei numerosi viaggi in treno verso sud lo vedevo apparire accolto da una spiaggia ampia. Tornare è un po’ come riaffermare ogni volta la propria origine. Partire è un po’ come lasciare deposta una parte di te che ritroverai lì ad aspettarti. Una parte di me è su quella spiaggia ospitale e semplice, cornice di pace. Non sempre le mie note sono state accordate con quelle della mia terra. A un certo punto sono dovuta andare via, una scelta, successivamente anche una necessità.
Conservo intatta la fierezza composta dell’abruzzese, quella l’ho portata con me.
La fierezza tipica di chi conosce i propri limiti, ma non sempre è disposto a sentirseli dire. A volte fa male. Come fanno male le lacrime che hanno accompagnato l’inizio del nuovo anno, la terra che trema e trema e trema, la neve che sotterra, l’indifferenza e la superficialità complici della fatalità che uccidono. Il dolore di chi è lontano sembra meno forte, meno condiviso. Sembra. Il dolore di chi è lontano ha il colore della nostalgia che si acutizza, parla dialetto e arriva come le onde sulla quella spiaggia che silente aspetta di accogliere i suoi figli.

Dal mare ci si arrampica giungendo sulle vette del Monte Corvo, dove si incontra Greta. Spirito montanaro. Solo in alta quota ritrova la sua pace. “…quando c’è bisogno non solo di intelligenza agile e di spirito versatile ma di volontà ferma, di persistenza e di resistenza io mi sono detto a voce alta: tu sei abruzzese!” (Benedetto Croce)

“Io conosco un eroe, grazie!”
“Beh, presentamelo!”
A. è così. Non vuol sentire parlare di eroi. “Siamo persone normali, preparate, professionali, consapevoli, nient’altro”
Occhi chiari, che ridono sempre, barba e capelli lunghi. È un uomo dagli abbracci stretti, di quelli che comunicano senza bisogno di aggiungere altro. Usa poche parole, precise, mai una più del necessario. Riesce a farti ridere anche quando è esausto, distrutto dal dolore. Ama la montagna e le ha dedicato la vita. Gestisce un piccolo rifugio nella valle incantata sotto il Monte Corvo.
E non è facile.
Quello che trovi al rifugio lo ha portato A., sulle spalle. Dal cibo che mangi alla stufa su cui lo cucina. Lo ha trasformato in una casa per chi ama quei luoghi. E il Rifugio del Monte, se vai una volta diventa casa.
A. è un volontario dell’Elisoccorso di base a L’Aquila.

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…A. che si gode il sole, scala pareti improbabili per avere la gioia di guardare la sua terra dall’alto… Foto: Valeria De Simone

In questi anni ne ha viste tante. Terremoti, valanghe, recuperi, ai nostri occhi impossibili. Oggi ha dovuto riconoscere il corpo di uno dei colleghi, amici, compagni caduti con l’elicottero durante una missione. Dopo giorni che non dorme per l’emergenza neve la vita gli ha chiesto di aspettare un altro po’ per riposare.

Siamo seduti in cucina. Montepulciano nei bicchieri, minestrone nei piatti. Le parole escono a forza. Trattenute in gola e poi sputate fuori. Perché il terremoto e la neve li accetti, li capisci, impari a gestirne la paura. Ma questa è una perdita assurda, enorme. A. domani mattina andrà a coprire il suo turno al Soccorso. Nonostante tutto. Nonostante la morte. Perché è questo che fanno loro. Sono presenti. Sempre. Ci salvano. E non è rispettoso per chi ha perso la vita oggi stare a terra domani.
A. presto andrà a scavare per liberare il Rifugio dalla neve. Con lui ci saranno uomini e donne di questa terra. Che non temono ore di salita nella neve, la stanchezza della pala. Perché spalare stanca. Tanto. C’è da capire come arrivare al sentiero: la strada provinciale è bloccata dalla neve, e nessuno sembra intenzionato a toglierla. L’Abruzzo è anche questo: istituzioni che dimenticano spesso la Montagna.
A. è l’Abruzzo. Fiero, solare, ironico, timido nel dolore. E quasi ti trovi a chiedere scusa passandogli il fazzoletto per asciugare gli occhi, abbracciarlo nel dolore. Forte come una radice che si arrampica sulla roccia.

L’Abruzzo è A. che non si arrende, continua ad andare avanti quando la terra trema, il cielo scarica pioggia e neve, l’aria è fredda da far male ai polmoni.
L’Abruzzo è A. che si gode il sole, scala pareti improbabili per avere la gioia di guardare la sua terra dall’alto, accoglie con un sorriso caldo e un abbraccio forte, aprendo la porta del rifugio come fosse la porta di casa.

L’Abruzzo fu, per Costanza, culla dolcissima e opprimente. E oggi, in moto perenne e irrequieto, “…il perno della sua orbita migratoria, il punto fisso in cui ritrovare la propria identità” (B. Chatwin)

Sullo sfondo una gigantesca gru...un mondo surreale, di punti di luce, di nuovo e di antico...una vita in equilibrio tra distruzione e ri-costruzione, imprevedibile come gli autunni abruzzesi... Foto: Costanza

Odi et amo, Abruzzo… Foto: Costanza

Gennaio 2017. Auditorium del Parco. Deformità sfacciata di una nuova vita aquilana, nata il 6 aprile 2009, sullo sfondo del Forte Spagnolo, simbolo di un’esistenza che mai cesserà.  Nel mezzo di un rosso scarlatto le carezze di corde di violino ammaliano il suono di un pianoforte, in un gioco invadente, provocatore di nostalgia, protezione e indomabile attrazione.

Quel suono, quasi straziante, mi catapulta in un vicolo, lì a pochi passi, nel centro della città, con una veste sconosciuta di buio e silenzio. E allora fuggo. Arrivo in una piazza con una gigantesca gru, anch’essa rossa, e lucine natalizie incastonate nelle impalcature. Echeggia ancora la tragica sinfonia di una guerra fulminea, lontana, tra uomo e destino: grida di dolore disperse su una terra che inghiottisce vite e cose, vomitando sangue e polvere e lacrime.
Incrocio flussi sfasati di individui, vagabondi in un mondo surreale fatto di vecchio, antico, nuovo e transitorietà, dal ritmo indefinito. Ma sono sola, e infreddolita, seppur ricoperta da strati di maglioni pesanti, mentre fisso i pavimenti di sanpietrini, i manti di brina o di neve, la terra umida ospitante di paesi di tende blu per gli sfollati. Sola, e dilaniata, per quell’ira violentatrice di intere popolazioni, cittadine e bucoliche, che dissipò in un fumo denso intenzioni e ricordi, scandendo la prima nota di una nuova epoca di sopravvivenza e sogni futuri, oltre le mura antiche e superbe, ora impolverate. Sola, e lacerata, ché la natura si proclama innocente dinanzi all’ingenuità dell’uomo e al suo marciume.

Ma il suono si fa leggero. Mi porta via. Le vetrine del centro sono aperte e risuona il chiasso del mercato in Piazza Duomo. Ho un vestito dalle tinte tipiche dell’estate abruzzese, impregnato dei profumi di zafferano, arrosticini e ratafia, che mi ubriacano. E allora i miei pensieri scivolano, come la melodia del violino, inseguendo certezze, non speranze, nelle sere a Piazza San Pietro, lungo la strada verso le more, da raccogliere per la marmellata, sulle piste da sci di Roccaraso, dove cadere con lo slittino, e ridere tantissimo. Nei miei percorsi a piedi, in motorino, sul treno a due vagoni, verso l’Umbria, tra le stazioni taciturne dei paeselli attraversate dai binari. Rivedo il mio mare. E mi ritrovo abruzzese, poi aquilana, in questa mia terra che abbandonai, per poi ritrovarla, e che abbandonerò di nuovo.

Ritorno a pochi passi dalle pareti rosse. La successione di pochi accordi di violino ora asseconda una stentata normalità di punti di luce e aggregazione che, come le briciole di Pollicino, la natura anarchica potrà ancora annientare. Odi et amo, Abruzzo. Eterno e tormentato custode di un pezzo di me. Ti desidero quando la distanza tra noi si fa eccessiva, e ti maledico, quando invece essa  si annulla.

Il viaggio in terra d’Abruzzo sta per concludersi. I finali sono nostalgici, con allusioni romantiche e malinconiche. E poetici, come la testimonianza di Valentina Di Cesare. Scrittrice, nata a Sulmona, ma originaria di Castel di Ieri (AQ). È la Direttrice Artistica del Festival delle NarrAzioni di Sulmona.

Castel di Ieri (AQ). Foto: Valentina

Castel di Ieri (AQ). Foto: Valentina

Non ho parole speciali per la mia terra perché è la mia e, per lo stesso motivo, ne ho molte. La scelta se esprimerle o meno mi mette incertezza, il passaggio dalla celebrazione alla retorica a volte è un momento. Quella dell’Abruzzo è una storia a bassa voce: il frastuono non ha mai fatto casa da queste parti e ha lasciato il posto a una veglia di quiete, talvolta gentile, talvolta sommessa che ha pervaso qualunque cosa vi abiti.

La distanza è dell’Abruzzo la cifra più umana: sono eleganti e antichi i passaggi di campi, di acque e di vento che segnano i confini tra i luoghi abitati, muti e piccoli in cerca di niente, minuscoli sipari di case e piazzette che si inchinano ai piedi dei monti. Qui lo Spazio disegna da secoli un messaggio inequivocabile che chi vi abita o chi vi passa per una visita, apprende immediatamente.

C’è poi come una piccola alleanza tra l’Abruzzo e il Tempo, un patto innescatosi naturalmente all’inizio di tutte le cose. A suggello accordato, ogni cosa in Abruzzo è ripetutamente eterna, non soffre di capricci né di isterie, non si avventa su nulla né muove senza calcolo. Tutto qui si posa, si nasconde, si mostra senza troppi inganni, qui tutto procede come fa il passo pacato di chi conosce la strada.

Si chiude il sipario sulle parole d’Abruzzo, con le immagini riprodotte su uno schermo grande tanto quanto questa terra.

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Costanza

In costante evoluzione. Spirito nomade, animo irrequieto,  in movimento lungo un percorso di partenze e arrivi, soste temporanee e amori folli, come il Brasile, incantatore, magico, incoerente e indimenticabile. Curiosa come  Amelie  nel suo mondo favoloso, alla ricerca di quella bellezza “che può passare per le più strane vie, anche quelle non codificate dal senso comune". E mi diletto in cucina, chissà se con i risultati attesi, perché in fin dei conti non si può essere soltanto ingegneri.

Greta

Sono nata all’ombra del Gran Sasso e dopo lungo peregrinare sono tornata lì dove le montagne mi tengono al sicuro. Ascoltare musica per me è come respirare, amo leggere, viaggiare e passeggiare in montagna e nei boschi, possibilmente da sola o in compagnia del mio cane. Quando sono in vena di pensieri profondi lavoro all’uncinetto o restauro vecchi mobili, perché il lavoro manuale libera la mente e alleggerisce il mio cuore. Ho scarsa fiducia nel genere umano ma a volte incontro chi riesce a sorprendermi.

Valentina Di Cesare

Valentina Di Cesare è una scrittrice e vive a Castel di Ieri, in Abruzzo. Ha pubblicato nel 2014 il suo primo romanzo, "Marta la sarta" e a breve usciranno altri suoi lavori. La musica è la sua seconda passione, insieme alla Francia.

Makita Di Fabio

In poche righe … mi chiamano tutti Maki (anche se il nome mi piace per esteso), milanese d’adozione con una laurea in Economia Politica in Bocconi. Amo le parole ovunque esse siano scritte. La danza classica è stata parte della mia vita e mi piace pensare che lo sarà per sempre. Ho un' idea personale su tutto, adoro preparare antipasti, vivrei sulle punte. Tanti sogni ancora da realizzare. Chissà che prima o poi qualcuno si realizzi.

8 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Quattro donne e un sentimento che ora si fa sentire potente : l’ amore per la terra natia. È un sentimento che ci portiamo dentro sempre, ma che divampa intenso e struggente quando la terra su cui sei nato viene dolorosamente colpita. Si sveglia allora l’ intenso amore filiale e genitoriale al contempo. La tua terra ti ha generato e ad essa sei legato dal vincolo della riconoscenza, dall’ amore per ciò che essa ti ha dato. Contemporaneamente ti senti genitore di quella terra ora ingiustamente ferita e dolente. Vorresti allontanarne la sofferenza, soffiare lontano la polvere che la ricopre, togliere da essa il peso greve delle macerie, lavare quel sangue che la intride, restituire il calore della vita ai fratelli che mancano. Le passioni predominano, non si possono ricondurre alla quiete del ricordo, non ancora. Adesso è il momento di capire l’appartenenza indissolubile alla creta che ha modellato la tua materia. È il momento di sentire tutto l’ orgoglio e la fierezza della creta che ti è madre: sai ora che non esiste creta migliore. Adesso è ora di cullare le tue notti con le nenie antiche che altri non possono capire. È ora di parlare al tuo cuore con la lingua di tua madre, dell’ antica famiglia, della gente dei tuoi borghi. È questa lingua che ha plasmato con forza la tua mente, la tua volontà, la tua cifra unica e inconfondibile. Parlala alla tua anima ferita perché solo essa avrà la forza di innalzarla fino al cielo che avvolge luminoso come sempre la tua terra mostrandole il giorno che tornerà ancora. Le parole di quattro donne fanno brillare di unicita’ un mondo che consideravano normale e ovvio, ma che ovvio e banale non era. Aspetteremo le sue case rinate, i suoni, i colori e i sapori che gli appartenevano. Le parole bellissime di quattro donne hanno già posato nel nostro cuore una singolarità che rivogliamo intatta. Sapremo aspettare. E, forse, nel frattempo, alla mia porta cosi’ lontana da quel mondo busseranno discretamente, com’ era gia’ nelle loro maniere, per un saluto fraterno due signori abruzzesi che mi furono vicini di casa tanto tanto tempo fa, due signori della terra d’ Abruzzo, due signori forti e gentili che seppero mostrare alla mia famiglia partecipazione tenace e sensibilità riservata, profondamente dolente. La loro dignità seppe rafforzare l’ animo mio e di coloro che mi erano accanto.

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    • Costanza

      Carissima Viviana, la ringrazio immensamente per queste sue parole, meravigliose come sempre.

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    • Makita

      Questo commento mi ha commossa tanto quanto il pezzo che abbiamo scritto. Più che un commento è un racconto sentito e condiviso, una piccola poesia. Mi scuso per averlo letto e commentato solo ora. Grazie …. più di questo non so dire.

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      • Viviana Alessia

        Makita, Greta, Costanza carissime, il vostro bellissimo pezzo dedicato alla vostra terra, sarà sempre nel mio cuore, come la gratitudine che mi dimostrate. Sono io che devo ringraziare voi per ciò che sapete dare.

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