Fare la carità o risolvere i problemi?

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“Confesso con vergogna (…) che talvolta cedo alla tentazione di donare un dollaro alle innumerevoli associazioni che si dedicano alla carità, ma è un dollaro maledetto e che dovrei avere la forza di non dare perché la virtù non deve essere penitenza, la mia vita non è un’apologia e io non voglio espiare ma vivere”: Alessandro Carrera parafrasava così la spietata posizione di Ralph Waldo Emerson, nel saggio “Il nostro caro inferno” contenuto nella raccolta Il dovere della felicità, curata dallo stesso autore insieme a Filippo La Porta e pubblicata agli inizi di questo millennio. Io non arrivo a tanto, ma non posso manco garantire di aver sempre reagito in maniera impeccabile alle richieste dei bisognosi che interrompono immancabilmente, quotidianamente, ogni passeggiata di chi abita in città: non sono affatto fiero del mio comportamento, nel caso in cui l’irritazione abbia la meglio e mi capiti di rispondere in malo modo ai questuanti più insistenti o di divincolarmi, qualora essi giungano a mettermi le mani addosso, magari a prendermi per un braccio, nel tentativo di rallentare la mia andatura.

FerraraCosì è e, non essendo fiero di me, non sono però neppure disposto a riconoscermi come un mostro, perché quanto avviene, preso nella sua interezza, non fuoriesce dai canoni dell’umanità, è un fenomeno integralmente umano: è umano, cioè, avvertire il dolore altrui e farlo proprio, rendersi partecipi del dramma di un nostro simile e tentare di alleviarlo, e lo è altrettanto l’assuefazione alla sofferenza che l’esistenza in una città comporta, così come il fastidio causato dalla dodicesima richiesta di aiuto che ci viene rivolta nel corso di una breve passeggiata sulla pubblica via. Insomma, io non voglio amputare la mia umanità e ho l’impressione che, se dovessi tenere maggiormente a bada i miei istinti di auto-conservazione, che (purtroppo) si concretizzano anche in certe stizze repentine e (per fortuna) di brevissima durata, andrei a perdere qualcos’altro di maggior valore, poi: il levarsi all’improvviso per correre in soccorso del più debole, magari, che è anch’esso un istinto.

È diventata un’opzione per la reciproca identificazione, quella dell’attitudine alla carità, al giorno d’oggi, cioè al tempo in cui veniamo messi costantemente a confronto con la misera realtà dei migranti che trovano (grama) ospitalità nei nostri territori: mi viene in mente la seconda pagina di un quotidiano, “IL FOGLIO”, dove riescono a coesistere due rubrichisti che esprimono opinioni ed emozioni del tutto contrastanti, ovvero Camillo Langone, pervicacemente contrario a qualsiasi gesto che possa alleviare le pene dei migranti, e Adriano Sofri, che ha più volte manifestato la propria disponibilità a dare l’elemosina.

Se davvero l’atteggiamento da tenere rispetto alla carità misura la qualità della nostra persona, ho già confessato che il sottoscritto non si piazza benissimo, ed è forse in mia difesa che proverei a guardare la questione da un’altra prospettiva: non potrebbe essere la carità l’ultima soluzione per smacchiare la propria coscienza? Non parlo, si badi bene, della coscienza individuale, singola, ma di una coscienza più vasta, europea: ho paura che la carità sia il gesto automatico di un continente che avverte con estremo senso di colpa il peso delle proprie responsabilità coloniali e che, così, pretende di potersene liberare.Gori

Senza mettersi (troppo) sulle orme di Friedrich Nietzsche e della sua polemica anti-cristiana, è però legittimo individuare il nesso che la nobilissima misericordia ha intrecciato con l’assenza di risposte pragmatiche e degne di uno Stato moderno all’avanzata dei poveri di altri continenti nel nostro Paese: negli ultimi mesi, così, l’unica proposta volta a favorire l’integrazione dei migranti è sembrata quella di Giorgio Gori, Sindaco di Bergamo, il quale ha ripetuto in ogni sede la necessità di impiegare chi arriva nel nostro Paese in un programma di lavori socialmente utili – e retribuiti, aggiungo io, anche se la visione prevalente sembra essere un’altra. Proprio il fatto che le parole di Gori non suscitassero gli entusiasmi che era ragionevole aspettarsi ha cominciato a provocarmi qualche pensiero maligno: possibile che molti preferiscano allungare un euro al bisognoso piuttosto che vederlo inserito in un progetto lavorativo e/o formativo? C’è qualcuno che ha bisogno dei deboli per far emergere e risplendere la propria misericordia?

LavoriAltrimenti, c’è da pensare che qualcuno abbia incamerato ingenti guadagni dalla situazione data, e che continui a volerlo fare, senza che l’attore politico si metta di mezzo e rovini il business: ecco l’ennesimo potere della conservazione, uno dei più spaventosi di questi anni, nonché uno dei più difficili da smascherare, coperto com’era dal paravento ideologico del solidarismo più ingannevole. Vogliamo scommettere che i nostri concittadini guarderebbero con un altro occhio ai migranti, se questi fossero impegnati in un programma nazionale di riqualificazione urbana, di restauro dei luoghi della socialità? C’è da chiedersi, allora, perché siamo arrivati così in ritardo all’approvazione delle nuove regole che il Viminale ha esposto pochi giorni fa: lavori socialmente utili in cambio dello status di rifugiato. Se il nuovo corso del Ministero dell’Interno funzionerà, ci sarà meno bisogno di fare la carità, ma avremo forse migliorato la vita dei tanti che sognavano l’Italia e si trovano in Piazza Santa Maria Novella, con la mano aperta e vuota, senza riparo dalla pioggia di questi giorni, ad aspettare me che passo: spero proprio che non sia il mio senso di colpa ad aver provocato tutta questa mia riflessione.

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