È un mondo fragile

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Lunedì 1º giugno 2009 alle ore 02.14, un aereo della compagnia aerea Air France, in volo da Rio de Janeiro a Parigi, cadde nell’oceano Atlantico, più o meno a metà strada tra Sud America ed Africa. A bordo c’erano 228 persone che morirono tutte, probabilmente nello stesso istante in cui l’aereo si schiantò sulla superficie dell’acqua. Sin dal principio l’evento apparve anomalo: sia perché gli incidenti aerei sono rari, sia perché è ancor più raro che accadano durante la fase di crociera ed infine perché l’aeromobile in questione, un Airbus A330, era ed è un mezzo estremamente sicuro.

In particolare, l’aereo di Air France era dotato di un sistema computerizzato di pilotaggio automatico altamente sofisticato che funziona da “intermediario” tra il pilota e l’aeromobile, con l’obiettivo di correggere eventuali errori umani e rendere più corrette e dolci le manovre. In pratica, durante la fase di crociera, il computer di bordo fa volare l’aereo e i piloti devono solo controllare che tutto sia a posto. E anche se decidessero di eseguire qualche operazione sbagliata, il computer ne impedirebbe l’esecuzione. Eppure…eppure quella notte di giugno l’aereo con il suo computer finì in fondo all’oceano, precipitando misteriosamente da 10000 metri nel giro di poco più di 4 minuti. Oggi, dopo lunghe indagini, è abbastanza chiaro cosa accadde. E si tratta di una storia emblematica e tragicamente paradossale.

trajectoire.reconstitueeCirca un’ora dopo aver cominciato ad attraversare l’oceano Atlantico, l’aereo incontra condizioni climatiche avverse. Ai comandi ci sono i due primi ufficiali e non il capitano, che è andato a dormire pochi minuti prima, dal momento che il giorno precedente aveva fatto baldoria a Rio con una hostess. Per evitare pericolose formazioni di ghiaccio sull’aereo, i piloti azionano il sistema anti-ghiaccio. Tuttavia, proprio a causa del ghiaccio, il sensore di velocità va fuori uso. A quel punto il computer di bordo, non disponendo di sufficienti informazioni, si disattiva parzialmente e “passa i comandi” ai piloti. Il computer non è più in grado di assisterli, adesso tocca a loro. Da quel momento in poi comincia il caos ed una serie di errori pazzeschi che condurranno alla tragedia. Per prima cosa i piloti probabilmente non si rendono ben conto delle implicazioni della disattivazione del computer (non hanno quasi mai pilotato un aereo da soli, se non nelle fasi di decollo ed atterraggio) o forse addirittura nemmeno comprendono bene che il computer si è disattivato. Probabilmente perché non concepiscono nemmeno che ciò possa accadere.

Pierre-Cedric Bonin, uno dei piloti del tragico volo Air France 447

Pierre-Cedric Bonin, uno dei piloti del tragico volo Air France 447

Appena il computer si disattiva, l’aereo comincia a ballare. I piloti, impauriti, reagiscono istintivamente spingendo il muso all’insù. La manovra è estremamente sbagliata perché, per potere volare, l’aereo deve “galleggiare” sull’aria e non avere un’inclinazione eccessiva che causa uno “stallo”, ossia l’incapacità dell’aereo di “stare su”. È proprio ciò che accade sopra l’Atlantico: l’aereo comincia a perdere velocità e a cadere. Il sistema di emergenza lo segnala immediatamente con forti allarmi sonori che vengono ignorati dai piloti, che – probabilmente – li fraintendono credendo che il computer di bordo stia adoperandosi per rimediare allo stallo oppure pensano che sia semplicemente impossibile che l’aereo stia cadendo, dal momento che il computer lo impedirebbe. Quello che, infatti, i piloti dovrebbero fare è esattamente l’opposto: abbassare il muso dell’aereo lasciando che perda quota per un po’ per poi rimetterlo in orizzontale, facendogli recuperare portanza, ossia la capacità di “galleggiare” sull’aria. Ma non lo fanno. Il computer non li assiste più e loro sono completamente perduti. Incredibilmente le loro conversazioni dimostrano che non riescono neanche a capire se stanno salendo o stanno scendendo: hanno il muso su e quindi, instintivamente, pensano di stare alzandosi, ma invece, proprio per questo motivo, stanno cadendo. Non si rendono neanche bene conto di chi tra i due piloti abbia effettivamente i comandi e se stanno andando troppo piano o troppo veloce: ad un certo momento azionano i freni, quando, invece, stanno decelerando a causa della perdita di portanza dovuta all’inclinazione eccessiva dell’aereo. Senza il computer, sono privi della minima sensibilità e conoscenza dei meccanismi che permettono ad un aereo di volare!

Richiamato dai piloti in preda al panico, il capitano rientra in cabina, ma neanche lui riesce a capire cosa stia accadendo, prima di tutto perché i suoi ufficiali non sono in grado di spiegarglielo. Nel frattempo, il sistema antighiaccio ha funzionato a dovere ed il sensore di velocità è tornato a posto: l’aereo è perfettamente funzionante, non ha alcun problema tecnico. Il problema è l’inesperienza ed incompetenza dei piloti nell’affrontare una situazione nella quale il computer non è in grado di prenderli per mano e fare il lavoro per loro. A quel punto potrebbero salvare l’aereo semplicemente spingendo il muso verso il basso per recuperare velocità e portanza. Ma sono in confusione totale, incapaci di cavarsela da soli, assolutamente impreparati, non solo tecnicamente a gestire un problema non grave come la temporanea avaria del sensore di velocità, ma quanto piuttosto “mentalmente” a concepire di doversela cavare da soli, senza l’aiuto fondamentale del computer. Solamente quando l’aereo è a 3000 metri dall’acqua, uno dei piloti esegue la manovra corretta, ma quando raggiunge i 2000 e un segnale di emergenza avverte che è pericolosamente vicino al suolo, l’altro pilota ritira indietro la cloche. Pochi istanti dopo l’aereo si schianta sulla superficie dell’oceano.

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Mi auguro che nessuna lettrice o lettore siano dovuti recarsi da un medico di recente. Eppure chi lo ha invece fatto, dopo aver raccontato di sintomi, dolori e fastidi, si sarà quasi certamente sentito rispondere: “La mando a fare questi esami e poi ne riparliamo”. È sempre più raro che un dottore prenda qualche decisione o addirittura emetta una diagnosi senza prima avere in mano esami su esami, numeri su numeri, per verificare quanti valori siano sotto o sopra la soglia della normalità. Di fronte a questo modo di procedere è inevitabile pensare: “Sono capace anche io di fare il medico!”.

Diverse volte, inoltre, dopo aver ritirato gli esami e verificato noi stessi che i valori sono a posto, il rapporto tra noi ed il medico si esaurisce lì. Tutto questo ha lati positivi perché possiamo scandagliare sempre più in dettaglio il nostro organismo, ma anche negativi perché, appunto, le macchine stanno parzialmente sostituendosi all’abilità del medico di interagire con il paziente in maniera completa e umana e curarlo a tutto tondo. Tuttavia è difficile biasimare i medici: chi non si servirebbe di tutta la tecnologia disponibile per analizzare sangue, organi, ossa e globuli oculari ed essere certi di cosa ci stia accadendo? Il punto è che, confidando e affidandosi così tanto a questa tecnologia, i medici hanno perduto la capacità e la dimestichezza di “fare da soli”. Di parlarci, di ascoltarci, di andare oltre ai numeri. È anche per questo che hanno sempre più successo medici o “guru” che invece adottano un approccio completamente opposto, somministrandoci qualche goccina dal dubbio valore farmacologico, accompagnata però dalla disposizione a curarci con il contatto fisico, con la voce, con gli occhi, con l’ascolto.

La tecnologia è un'estensione dei nostri corpi e cervelli a cui deleghiamo e delegheremo sempre più funzioni essenziali

La tecnologia è un’estensione dei nostri corpi e cervelli a cui deleghiamo e delegheremo sempre più funzioni essenziali. Ma se ha qualche problema, non sappiamo più come muoverci nel mondo.

Il discorso sui medici o la tragedia dei piloti sono sono esempi di un’attitudine che ci riguarda tutti quotidianamente. Comunichiamo e lavoriamo usando smartphones, computer e la rete, archiviamo i ricordi più cari e le informazioni più preziose in apparati e “luoghi” che hanno perduto fisicità, ci manteniamo in contatto con le persone che amiamo attraverso chat e messaggi istantanei, troviamo la strada per andare da un luogo ad un altro con navigatori satellitari e risposte ad ogni domanda rivolgendoci all’onnisciente Google. Abbiamo di fatto delegato tantissime funzioni essenziali delle nostre esistenze alle macchine. Tutto ciò rende il nostro mondo (forse) più comodo e facile, ma allo stesso tempo estremamente fragile. Perché se la rete non funziona, se il GPS cade, se la batteria di scarica, se perdiamo il cellulare, perdiamo immediatamente il controllo, i nostri programmi vanno a rotoli, ci sentiamo disorientati ed entriamo in panico. Proprio come i piloti in mezzo all’Atlantico.

In tanti altri campi, come l’economia o la ricerca scientifica, di fronte ad un interrogativo o un problema, è sempre più normale e frequente chiedere la risposta ad un nuovo algoritmo o una nuova simulazione, invece che mettersi a sedere e pensare, invece che utilizzare la nostra capacità di analisi, giudizio ed immaginazione. Perché le macchine sono sempre più veloci, sempre più disponibili, sempre più efficienti. Come, appunto, gli esami medici. Tutto ciò ha certamente lati positivi, ma ha come effetto quello di farci progressivamente perdere la nostra capacità non solo di affrontare la realtà in assenza di macchine, ma anche di interpretarla.

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Di più: le macchine sono così onnipresenti e sono così tanto parte delle nostre vite e comportamenti, che stiamo anche perdendo la capacità di concepire una realtà nella quale esse ci lasciano soli, magari a causa di un guasto temporaneo. Diamo per scontato che al nostro fianco e a portata di click ci sarà sempre uno smartphone, un navigatore, una connessione ad internet, un laboratorio medico all’avanguardia. Proprio come i piloti dell’aereo, che, probabilmente, non si resero veramente conto che il computer li aveva abbandonati e toccava a loro risolvere il problema.

E allora? Quale sarà il futuro? Cosa facciamo? Beh, Quello che stiamo facendo è rendere le macchine ancora più efficienti ed “intelligenti”, riducendo le possibilità che si guastino e delegando a loro sempre più funzioni. Insomma, il nuovo computer di bordo dell’Air France sarà probabilmente in grado di gestire le avarie senza dover passare i comandi a piloti impreparati a questa evenienza. È un futuro assai più vicino di quanto si creda: i robot (bot) già imperversano su internet, accedendo alle pagine Web, inviando messaggi in una chat, ecc. ed eseguendo compiti che sarebbero troppo gravosi o complessi per gli utenti umani, i robot già eseguono operazioni chirurgiche, i droni “impollinatori” che sostituiscono api e farfalle sono già una realtà, quelli “contadini” quasi, mentre le automobili senza conducente di Google sono dietro l’angolo.

Tutto ciò avrà due conseguenze: la prima è che molti di noi perderanno ancor di più la capacità e la dimestichezza di risolvere problemi senza l’aiuto delle macchine. La seconda è che molti di noi perderanno anche il lavoro a favore delle macchine. È infatti sempre più probabile un futuro assai prossimo in cui i robot toglieranno il lavoro a milioni di persone. Perché sono più bravi e più economici di noi. Saranno sempre meno le funzioni di alta intelligenza che rimarranno appannaggio degli esseri umani. E questi esseri umani costituiranno una elite a cui si contrapporrà una massa di gente il cui lavoro semplicemente non sarà più necessario.

maxresdefaultCome spesso ci accade, tendiamo sempre a semplificare e, in questo caso, ad immaginare ed essere pronti (per accoglierlo o combatterlo) per un futuro ben riconoscibile che dovrebbe arrivare esattamente come lo visualizziamo oggi, nel presente. Quindi, dal momento che ancora non vediamo robot antropomorfi che camminano per le strade o lavorano nelle fabbriche secondo la nostra immagine stereotipata dei robot, crediamo che il momento in cui l’automazione entrerà pesantemente nel nostro mondo è ancora lontano. Ma non è affatto così: i robot, le macchine e la nostra dipendenza da esse sono già qui, sono già tra noi, sono già parte imprescindibile delle nostre vite. E presto, molto più presto di quanto immaginiamo, la velocità e l’efficienza di macchine e robot muterà sensibilmente l’universo del lavoro di tanti di noi e quindi i meccanismi attraverso i quali tanti di noi si guadagnano da vivere. E non è un caso che una persona come Bill Gates ne abbia parlato recentemente, proponendo soluzioni che appaiono provocatorie o addirittura ridicole, ma che invece vanno valutate con attenzione: e se facessimo pagare le tasse ai robot?

Per leggere più in dettaglio la storia del volo di Air France, consiglio questo articolo de “The guardian” (in inglese), fonte di ispirazione del presente scritto.

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