Diodato, “Cosa Siamo Diventati” (2017, Carosello Records)

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Qual è il vostro umore?

Intendo in questo momento, quello in cui avete scelto di leggere una recensione. Se non siete dalla parte degli addetti ai lavori, suppongo sia abbastanza miracoloso siate capitati qui. Cosa dovreste trovare leggendo la recensione di un disco? Capire se sia il caso di comprarlo? Dubito, dubito fortemente esista ancora un pubblico istintivamente attratto dal tentativo di un misterioso acquisto.

Non è che siete amici di Diodato? È lui che vi manda? Allora la recensione è andata bene, non scomodatevi a proseguire. Dite a Diodato che è tutto a posto.

Ma se non siete amici di amici, addetti ai lavori, abbonati a Spotify o simili, arrivando a questo punto mi spingo a pensare che, forse, potremmo appartenere ad uno stesso insieme. Quello composto da individui consci del proprio potenziale: comprare un disco è una responsabilità. Bisogna assumerla con consapevolezza, applicarla con costanza, prendersi sul serio perché questa dedizione è ancora tra le radici attraverso cui il talento artistico di un individuo può espandere o scomparire del tutto.

Premesso ciò, torniamo alla domanda di partenza. Qual è il vostro umore? I tempi non sembrano mai troppo buoni, fonti di stress appaiono e scompaiono al ritmo del tasto sul telecomando e, se siete dotati di umana sensibilità, qualche tormento arriva inesorabile entro fine giornata. Uomo fragile è la prima traccia di “Cosa siamo diventati”, nonché un’ottima canzone per decidere se il disco vi possa conquistare.

diodato

Diodato

Uomo fragile / anche oggi perdonerai / uomo fragile / anche oggi la testa girerai / e gli occhi chiuderai / un’altra volta / per avere soltanto un altro po’ / del suo calore.

Queste le parole di apertura, prima che un timbro morbido e caldo esploda in una domanda urlata con prepotenza:

Da dove viene tutto questo bisogno d’amore che hai?

52’’, meno di un minuto, per capire di quale pasta sia fatto il disco. A livello musicale il genere al quale questo lavoro appartiene è pop, ma la cura di arrangiamenti e sonorità permette incursioni in territori piuttosto interessanti. La verità, ad esempio, ha un approccio rock di grande qualità, tanto nel trascinante riff di entrata che nell’alternanza dell’intensità vocale tra strofa e ritornello, sviluppata coerentemente attraverso caratteri che ben rispecchiano l’umore nervoso del brano. Di impronta totalmente differente la canzone che restituisce il nome al disco, Cosa siamo diventati, poetica e amara dichiarazione d’amore segnata da una intrigante melodia vocale che si snoda su un aleatorio arrangiamento con echi post-rock. A mio avviso contiene il miglior testo all’interno del disco, capace di sottolineare con classe cristallina le contraddizioni insite in un legame profondo.

Noi /noi che eravamo gli unici /in grado di comprendersi / davvero / Noi /talmente simili / o almeno è così che ci sentivamo / E poi arrivarono silenzi / cresciuti in fondo chissà dove / erano i miei o erano i tuoi? / non mi ricordo più il tuo nome.

Il singolo scelto per presentare il disco è Mi si scioglie la bocca, di cui esiste anche un video reperibile sul web. A passo di valzer si giunge al ritornello, per poi lasciarsi andare in ampi respiri. Personalmente non suggerisco di usare questa canzone come parametro di valutazione per l’intero album. Forse la scelta è stata fatta per una diffusione su larga scala, ma soffre anche troppo la vicinanza a quei canoni che generalmente sono sempre ben accetti.

Diodato - Cosa siamo diventati (copertina)

Diodato – Cosa siamo diventati (copertina)

Entrando nel dettaglio, l’album contiene dodici canzoni per circa 45 minuti di ascolto, scritte e cantate da Diodato, suonate da Daniele Fiaschi alle chitarre, Duilio Galioto al piano, organi e synth, alla batteria si alternano Alessandro Pizzonia e Fabio Rondanini (già Calibro 35 e Afterhours), e Danilo Bigioni al basso. Inoltre due brani (Uomo fragile, Di questa felicità) vedono la partecipazione degli GnuQuartet per archi e flauti.

Diodato è al terzo album pubblicato. Nel gusto e nella voce c’è un potenziale smisurato, come ben dimostra la qualità sonora del disco. La differenza tra uno smisurato potenziale e la concretizzazione di un cantante capace di lasciare un segno indelebile potrebbe essere nella voglia e nella capacità di svincolarsi dalla banalità di canoni stilistici dettati dall’industria musicale, cioè il male della creatività artistica. Segnali ce ne sono, è un disco che merita di essere ascoltato. Manca però una vera identità cucita sulla persona, ciò che differenzia gli ottimi interpreti dai sempre più rari grandi artisti.

Voto: 7/10

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