Cicatrici invisibili

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Lettera mai scritta di una giovane donna al suo aguzzino:

Dicevi di amarmi.
Oggi sono venticinque anni esatti da quando ci siamo lasciati, o meglio, da quando ti ho lasciato, o meglio ancora, da quando mi hai costretto a lasciarti. Nessun atto di forza da parte tua, questo va detto. D’altronde, come ti piaceva tanto dire, tu eri un gentiluomo. Non ti saresti mai abbassato a mettermi le mani addosso, macchiandoti così di quel reato che oggi va tanto di moda -forse di moda lo è sempre stato- di maltrattamenti in famiglia. No, tu eri più evoluto, più sottile, più elegante di quei burini –così li chiamavi- che finivano in galera per mancanza di autocontrollo, poveri sciocchi! ma tu eri anche più feroce e cinico di loro. Più pericoloso del fuoco e più corrosivo dell’acido.


eleganza-uomoLe tue armi non erano le mani, bensì le parole.
Dicono che le parole sono solo parole, lettere in successione, inanellate in modo tale da dare un senso al verbo; dicono che nessuno può ferirti, oppure offenderti se tu non glielo permetti e dicono anche che il tempo guarisce ogni cosa. Tutto vero… e tutto falso. Vero quando stai bene, sei sano, equilibrato, hai una buona autostima e una buona dose di egoismo; falso quando sei fragile, insicuro e suggestionabile. Un istante di vulnerabilità può capitare a chiunque. Quando sei giovane, perché sei giovane e acerbo; quando sei maturo, invece, perché accumuli esperienze e momenti difficili, senza avere l’entusiasmo e l’energia di quando sei giovane e acerbo per poterli combattere. Un paradosso!
L’età regala saggezza, non impermeabilità e il tempo guarisce ciò che può essere guarito. Una cicatrice non si può cancellare, resta tale per sempre. Non c’è rimedio nella chirurgia estetica per quelle visibili dall’esterno e non c’è rimedio, nella mia testa, per quelle invisibili. L’oblio di una qualsiasi fede, per me, è un mondo inaccessibile.
Quando ti ho incontrato, ero una fanciulla semplice e ingenua, ancora incantata da quello che credevo fosse un viaggio straordinario, ovvero la vita. Mi hai ingannata con l’aria da bravo ragazzo, mi hai derubata dell’illusione della giovinezza, mi hai massacrata a colpi di parole. Sì, perché le parole, seppur “oggetti” impalpabili, possono ferire più di una lama.

paroleSai, -ma tu lo sai benissimo- le parole hanno un peso, un suono, un odore e un grande potere: il potere di aiutare, di guarire e di consolare, ma anche quello di ferire, di distruggere e di annientare. Non sempre è facile farsi avviluppare solamente da ciò che è buono e scansare, invece, ciò che è dannoso. A volte, chissà perché, il diverso, l’inaspettato e il pericoloso affascinano più di ciò che da certezza e stabilità. E così, tra mille ho scelto te. Tu eri più grande degli altri, più distante e più difficile, eppure ho scelto te. Io ero giovane, fiduciosa, innocente e molto innamorata. Mi sono innamorata di te al primo sguardo e tu l’hai capito subito. Così mi hai assecondata, coccolata, viziata… sposata.
Dicevi di amarmi.

Ero la tua bella mogliettina: vent’anni più giovane –quasi un’adolescente-, dolcissima, generosa, bionda… e pure intelligente. Forse è stato proprio questo il tuo errore, fermarti al bionda! Un banale errore di valutazione… e il giocattolo nuovo si è rotto!
bambolaFin dal primo giorno di matrimonio, infatti, hai tentato di trasformarmi nella bambola dei tuoi sogni: educata, disponibile e ubbidiente, ma qualcosa è andato storto. Educata lo sono sempre stata, disponibile e ubbidiente anche, mai, però, di fronte alla violenza fisica e, tanto meno, a quella morale. Sei entrato nella mia testa con la furia di un uragano e poi, sei dilagato come un cancro, tentando di distruggere tutto quello che non ti piaceva. Mi hai sottoposta ad una sorta di lobotomizzazione casalinga per recidere le mie connessioni nervose. Alcune di loro, a tuo dire, erano indisciplinate!
Dicevi di amarmi.
Io, però, preda indifesa dell’illusione dell’innamoramento -spesso causa di un’incredibile distorsione della realtà- e confusa dalla potenza della tua energia, ho reagito. La violenza domestica a cui mi hai costretta –sessuale, psicologica, verbale, economica- ha creato delle lacerazioni profonde. Ora, lì ci sono delle cicatrici contorte e indelebili. Tuttavia, ho trovato la forza per andarmene e ti ho lasciato.
cuoreDa gentiluomo qual eri, naturalmente, non hai azzardato alcuna ritorsione fisica nei miei confronti, alcuna scenata, alcun ripensamento. C’è stato solo il divorzio, anche quello senza alcuna apparente conseguenza nella tua routine. Eri un essere emotivamente arido. Agli amici hai detto che ero capricciosa e immatura, ai parenti che ero disturbata e al giudice che ero una sgualdrina.
Dicevi di amarmi.

Sono trascorsi venticinque anni dal tuo ultimo sguardo, in tribunale. Da allora non ti ho più rivisto. Non so nulla di te, se non che sei un mostro travestito da gentiluomo.
ianco e neroIo mi sono risposata –questa volta con un uomo, almeno credo- ed ho una bimba di tre anni, Flora. Sono felice, anche se vivo in bianco e nero. Un amore forte come quello che ho provato con te, pure se malato, fa impallidire tutto il resto e poi, non ho pace. Continuo a tormentarmi con interrogativi senza risposta: che cos’è che nutre un’ossessione? passione, desiderio, fame, solitudine, paura o debolezza? I pensieri incespicano nelle mie cicatrici invisibili e le parole stentano a trovare l’uscita.
Non ti ho denunciato perché ero spaventata, ero giovane e non portavo i segni visibili della tua ferocia, ma soprattutto, non ti ho denunciato perché… dicevi di amarmi.

Seguirà “Ipocrisia”, pensieri di un aguzzino nei confronti delle sue vittime.

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

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