Betty Curlson

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Huntsville, Texas.

Il corridoio era lungo e spoglio. Fredde luci al led lo illuminavano in maniera uniforme, non lasciando la possibilità a nessuna ombra di comparire sul pavimento. Questi due aspetti contribuivano a far apparire l’ambiente apatico e surreale. Il forte odore di candeggina assieme al vago puzzo di muffa infastidivano le narici, non lasciandole un attimo di tregua.

La guardia che la stava scortando al luogo previsto per l’intervista procedeva a passo costante, con lo sguardo fisso verso la fine del corridoio. Non una parola, non un’espressione, non un tremore di ciglia. Solo il tonfo ripetitivo degli stivali sul piastrellato bianco.

Finalmente raggiunsero la porta che concludeva il corridoio. Si trattava di una porta in acciaio, con una finestrella di massimo venti centimetri per venti in vetro spesso almeno quanto una biglia.

Dopo che la guardia ebbe suonato un campanello sulla parete adiacente alla porta si voltò verso la giovane Judy.

“Niente contatto fisico con la detenuta. Se succede qualsiasi cosa che non ci piace, interveniamo. Se interveniamo, considera l’intervista finita.” Sentenziò con tono fermo e deciso.

Judy pensò che quella guardia di femminile avesse solo la voce e la quarta di seno. La porta emise un ronzio, poi la donna molto mascolina la aprì. Judy si trovò in una stanza ancor più spoglia del corridoio, per quanto fosse possibile. Al centro di essa erano posti un tavolo e due sedie dall’aspetto scomodo. Su una di esse era seduta una figura china su sé stessa, in una tuta di un arancione insopportabilmente acceso. Aveva i capelli corti, neri, e un paio di scintillanti manette ai polsi.

Judy esitò. Strinse forte al petto gli appunti e i fogli che si era portata. Poi si fece coraggio ed andò a sedersi sulla sedia libera. Solo allora notò le due guardie presenti nella stanza, e le loro custodie per manganelli slacciate.

“Buon giorno.” Cominciò la timida Judy: “Mi chiamo Judy Connors, sono qui per l’intervista.”

La figura in arancione alzò la testa lentamente, fino a che i suoi due sottili occhi grigi non furono puntati su quelli grandi e verdi di Judy. Era una donna sulla trentina, dal viso scavato e le labbra screpolate. Aveva stampato in faccia un triste sorriso.

“Molto piacere Judy, io sono Betty Curlson.”

Aveva una voce che pareva segnata in maniera particolare dalla vita, ma allo stesso tempo stranamente dolce e piacevole.

Judy deglutì, abbozzando un sorriso di risposta e sedendosi in maniera un po’impacciata. Estrasse dalla tasca un taccuino in pelle marrone e una matita consumata.

“Se non le dispiace inizierei subito, dato il breve tempo che abbiamo a disposizione.” Propose Judy, molto educatamente.

“Certamente, ma dammi del tu. Non mi sentirei a mio agio altrimenti.”

“Oh.. sì nessun problema, come preferisci.” Si affrettò a rispondere Judy: “Quindi, da dove vieni Betty?”
La donna sulla trentina si mise a sedere composta, assumendo un aspetto più fiero.

“Proprio da questa contea. Sono nata e cresciuta ad Huntsville, qui in Texas, sotto il caldo sole del sud.”
Fece una pausa per passarsi il dorso della mano destra sulla bocca: “Mio padre era il proprietario di un alimentari in città, mentre mia madre, pace all’anima sua, era una umile donna di casa.”

“Quanti anni hai Betty?” Chiese Judy, senza smettere di scrivere sul taccuino.

“Ora trenta tre.”

“E come mai ti trovi nel braccio della morte?”

Judy subito dopo aver posto la domanda si chiese se non fosse stata troppo fredda nel porla.

Betty guardò il soffitto. “Sai, è buffo, perché molti che come me sono stati qua ti direbbero che ci sono per crimini che non hanno mai commesso. Io no, ho massacrato la faccia di mio marito con un ferro da stiro.”
Finito di parlare si ripassò la mano sulle labbra.

Judy rimase un po’ spiazzata da una risposta del genere. E lei che si preoccupava di essere stata troppo fredda. “A proposito di questo, può sembrare una domanda banale, ma perché lo hai fatto?”

“Beh ecco, diciamo che non era proprio il marito dei sogni. Se la sera tornava a casa e aveva bevuto un sorso di troppo, non aveva problemi a sfilarsi la cinghia, non so se mi spiego.”

Betty continuava a fissare il soffitto. Poi continuò: “Ecco vedi, una sera di quelle di cui ti parlavo, mi sono detta che forse aveva bisogno di una lezione, capisci? Così quando ha cominciato a sfilarsi la dannata cintura ho preso il ferro da stiro e gliel’ho tirato dritto sul muso. Insomma il bastardo non era ancora morto, capisci no? Allora mentre era per terra ho raccolto il ferro da stiro e ho deciso di finire ciò che avevo cominciato, altrimenti quella cintura me la trovavo intorno al collo la mattina dopo, non so se mi spiego.”

Judy ascoltò, senza interrompere, tutta la spiegazione. “Intendi dire che se lasciavi che si riprendesse, ti avrebbe uccisa?”

“Esattamente tesoro.”

Una guardia prese a picchiettare sul manganello con le dita la melodia di “Oh Susanna”.

“Betty… qual è la tua opinione sulla pena di morte?”

Ci fu un attimo di silenzio. Betty abbassò lo sguardo e prese a fissare Judy fisso negli occhi. La ragazza deglutì. La donna sorrideva.

“Cosa vuoi che ti dica? È la natura umana. Siamo fatti così, siamo nati così. L’uomo ha sempre avuto il desiderio del sangue, della violenza, di vedere il prossimo morire. Lo fa sentire potente.” Tirò su con il naso, poi continuò: “Una volta ti bruciavano in piazza, ora squartano la gente in tv. C’è chi uccide la gente per mezzo della religione, chi per mezzo della giustizia, e chi per mezzo di un ferro da stiro.” Ridacchiò.

Judy la ascoltò molto attentamente, senza mai staccare la grafite della matita dalla ruvida carta del taccuino.

Betty prese a fissare la guardia che stava battendo le dita sul manganello.

L’unico rumore che rompeva il silenzio nella stanza era quello delle unghie sulla gomma nera dello sfollagente.

“Hai paura della morte, Betty?” Domandò Judy, costringendo la carcerata a staccare gli occhi dalla guardia.

Betty sorrise. “No”

Judy smise di scrivere, non appena le giunse all’orecchio la risposta.

“Quindi non temi nulla al mondo?”

Betty non smise di sorridere. Scosse la testa lentamente, tenendo quei due grandi occhioni neri puntati nel vuoto. “Non ho detto questo.”

“E allora, se mi posso permettere, di che cosa hai paura?”.

La donna dal camice arancione si passò il dorso della mano sulla bocca, di nuovo, poi si sporse verso la giornalista.

“È dell’essere umano che dobbiamo avere paura, della sua sete di sangue e potere, insaziabile.”

La guardia smise di picchiettare il manganello.

Betty continuò: “Siamo la razza prescelta, Judy. La gente teme Dio, teme Satana, senza rendersi conto di essere entrambe le cose… Non so se mi spiego.”

 

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Chi lo ha scritto

Ramon Zuccolo

Sono un ragazzo di Udine, del 1998, che ha sempre avuto il pallino per la scrittura. Solo ultimamente mi sono riavvicinato alla lettura. Mi piacciono Tim Burton, Robert Rodriguez, Tarantino, Bukowski, Marx, Il metal e la birra buona e argomenti di natura scientifica abbastanza interessanti.Tutto qua. Sono sempre contento di conoscere gente nuova e di confrontarmi con altri "scrittori" e persone interessanti in generale, quindi apprezzo i commenti sui miei lavori e ogni tanto ne lascio qualcuno io.

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